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                                                      Pier Angelo Ciucci

RITORNA ALL'ARTICOLO                                         Circolo Giovanile M.O.G. Fornasini

 

MARZABOTTO ‘44

Don Giovanni Fornasini

 

 

PORRETTA TERME 1974

 



 

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Presentazione.

Poche parole di introduzione e dì spiegazione sono necessa­rie per quesito numero così speciale del Ponte.,

1964 - 1974: sono ben dieci anni che il Circolo Fornasini accoglie la gioventù di Porretta e nulla o quasi era stato ancora detto di colui al qual é intitolato,

Tutti più o meno, sanno chi era Don Giovanni Fornasini, ma la sua vera storia, il dramma suo e degli altri, nel quale è stato coinvolto, è noto a ben pochi.

Dobbiamo ringraziare il nostro Collaboratore Pierangelo Ciucci, che, con lodevole zelo, ha svolto a questo proposito approfondite ricerche.

I documenti, le testimonianze del fratello, della cognata, dei conoscenti, ci faranno senz'altro capire meglio delle pagine di un libro, la drammaticità dei crudi avvenimenti che nel 1944 hanno sconvolto Marzabotto.

silvana minelli

virgí1io neri

 



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Premessa.

L'autore di questue righe ringrazia i superstiti delle stragi di Marzabotto, i familiari, gli amici e i compagni del parroco di Sperticano, per il loro aiuto nello scrivere questa storia.

Alcune testimonianze sulle vicende di don Fornasini possono essere rintracciate in vari libri e Opuscoli scritti sui fatti della Resistenza, ma contengono inesattezze anche rilevanti.

Don Giovanni Fornasini, medaglia d'oro al valore militare, (conferitagli con decreto presidenziale il 19 maggio 1950 e consegnata ufficialmente ai parenti il 2 grugno 1951), non fu soltanto un prete di alto valore morale, ma anche un partigia­no nel significato più nobile, più profondo e più popolare che questo termine comporta. La popolazione lo chiamò l'”Angelo di Marzabotto”, e una sua lapide lo ricorda nella cripta-os­sario di qual comune straziato, accanto a quelle del Lupo e ai loculi di molti dei milleottocentotrenta civili massacra­ti dalle orde nazi-fasciste di Walter Render il "boia di Marzabotto".

Don Giovanni Fornasini appartenne al C.V.L. dal 10 novembre 1943 fino alla morte.

Il "boia" e l' "angelo" di Marzabotto nacquero nello stesso anno (1915) e mese (febbraio) e tra loro ci furono soltanto diciannove giorni di intervallo.

Assassinato il venerdì 13 ottobre 1944, rimase insepolto per 193 giorni allorché, il 24 aprile 1945, la sua salma venne prov­visoriamente sepolta dal fratello. Dal 13 ottobre del 1945 le suo spoglie giacciono nella chiesetta di S. Tommaso di Sperticano, Bologna e Casalecchio di Reno gli hanno dedicato entrambe una strada cittadina. Porretta Terme, le scuole elementari e un circolo giovanile.

pierangelo ciucci

 



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I. - Le origini e gli anni giovanili: 1915-1938

Molti ancor oggi-credono che don Giovanni Fornasini, oltre ad un fratello, abbia avuto almeno sue sorelle. Per correg-gere queste distorsioni prima di iniziare la sua storia rimandiamo al rapido albero genealogico riportato in ultima pagina.

Come si può notare, Giovanni Foinasini ebbe un fratello e due nipoti, delle quali ne conobbe soltanto una, Caterina Fornasini. Tutta la famiglia di Giovanni era originaria del vicino comune di Lizzano in Belvedere. Il padre, Angelo For­nasini (nato a Pianaccio il 2 ottobre 1887) col fratello Adone era figlio di Luigi Fornasini e Caterina Biagio. La madre, Maria Zucchini (nata a Pianaccio il 19 luglio 1887) con le sorelle Zelanda, Clementina, Rita e il fratello Primo era figlio di Angelo Guccini e Caterina Franci (morta il 4 gennaio 1948).

Il padre morì poi il 12 novembre 1928 e la madre il 23 giugno 1951. Entrambi morirono e furono sepolti a Porretta Ter­me. Dal loro matrimonio era nato dapprima, nel 1912, Luigi Fornasini che, nel 1936, si sposò con Corinna Bertacchi, avendone la figlia Caterina (1938) e Giovanna Fornasini. Dopo tre anni, il 23 febbraio 1915, in via Teggia 1, a Pianaccio (Lizzano in Belvedere), nasceva Giovanni Fornasini

Entrambi i fratelli vissero le giornate drammatiche degli eccidi nazisti di Render a Marzabotto.

A due anni dalla nascita di Giovanni, scompariva la nonna paterna dei due fratelli. Il padre Angelo faceva il procac­cia postale a Porretta Terme, ragiona per cui Giovanni abituò coi genitori e il fratello nell'ultima casa dello sbocco di via Falcone, davanti agli Stabilimenti Termali.



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Gli anni dell'infanzia Giovanni li passò all'ombra della parrocchia porrettana, facendo il chierichetto dal parroco Don Minelli, aiutando il padre e frequentando dapprima le elementari (fino alla sesta) e poi anche le scuole commerciali dell'Alber­gati. Aveva quattro anni Giovanni Fornasini, quando tali scuole nel 1919 venivano istituite dall'attivo don Angusto Smeraldi che, già nel 1915, aveva attivato l'asilo infantile presso le suore di santa Giovanna Antidati Nel 1975, ricorrerà il decennale della morte di questo monsignore, essendo questi: scomparso il 9 giugno 1965.

Molti porrettani e bolognesi ricordano Giovanni Fornasini, loro compagno di scuola e di giochi, di normale levatura scola­stica, ma assai dotato di paziente costanza, entusiasmo e di buona voglia. Per quanto riguarda la sua carriera scolastica, non abbiamo avuto il tempo di consultare gli archivi scolastici e le testimonianze al riguardo non sono del tutto convergenti. Parrebbe avere -iniziato i suoi cinque anni ginnasiali nell' autunno del 1929. La seconda (anno scolastico .1930-31) l'avreb- be ripetuta l'anno successivo (anno scolastico 1931-32), allorché nell'autunno del 1931, entrò nel Piccolo Seminario di Borgo Capanne, retto da Mons. Capitani. e

Questo seminario cessò la sua attività nell'autunno del 1932, allorché fu inaugurato a Vílla Revedin il nuovo Seminario Arci­vescovile bolognese, costruito dal Card. Nasalli-Rocca.

Quivi Giovanni Fornasini avrebbe seguito, per l'anno scolastico 1932-33, la terza ginnasio. Questi primi tre anni ginnasiali corrispondevano all'incirca alle attuali tre medie. I due succes­sivi anni ginnasiali - IV e V - erano due classi di passaggio per accedere al liceo. Quest'ultime Giovanni Fornasini le frequentò sempre a Villa Revedin (San Michele in Bosco). Il 2 febbraio 1934 veniva vestito da prete.

A ricordo di quegli anni ginnasiali riporteremo, tra gli scritti che siamo riusciti a rintracciare, un suo quaderno di temi. Scrisse infatti nella prima pagine di quel quaderno:

“Quaderno dei temi delle vacanze/Fornasini Giovanni Ginnasia­le/Scuole Medie/Bagni della Porretta”.

Era stato rimandato in italiano e calligrafia e da quei temi risulta che quell'anno stesse frequentando la prima ginnasio e si stesse arrabbatando, per passare in seconda. Nel sesto tema, redatto in forma epistolare, "Visita ad una famiglia povera", Giovanni Fornasini scris­se anche una data "Bagni della Porretta. 14 luglio 19…”. L'anno é scritto confusamente e sembrerebbe un 1929, onde le nostre perplessità cronologiche sui primi anni del ginnasio di Giovanni. In quei temi egli ricorda la sua amarezza perché "era stato rimandato in due materie, Italiano e Calligrafia", ed anche perché non sapeva "come fare a dirlo" ai suoi "genitori e superiori".

 



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Di quell'estate ricorda le sfide in bicicletta coi compagni Il suo ufficio di chierichetto e l'aiuto che dava al babbo. Scriveva : - O' il dovere di aiutare il babbo nel suo servizio portare i pacchi così guadagnarmi almeno le scarpe, che ne consumo tante -.

Le avventure scolastiche, le scampagnate e le buone azioni che compì, le lasciamo leggere ai lettori nei temi riportati dopo questa storia.

Giovanni Fornasini, che aveva gli erti inferiori ben sviluppati ed era di buona costituzione fisica, molte volte dovette starsene a letto ammalato e dovette prendere spesso i medicinali, che teneva in refettorio o sul comodino.

Chi lo conobbe, ricorda la sua devozione alla Madonna, special­mente durante il mese di maggio. Era molto legato al santuario della Madonna del Ponte (Porretta Terme), alla Madonna del Faggio (Lizzano in Belvedere), alla Madonna dell'Acero (Lizzano in Belvedere), alla Madonna di Calvigi (Granaglione) e alla Madonna di S. Luca (Bologna).

Quando, dopo qualche giorno passato in famiglia, rientrava in seminario, aveva con sé i castagnacci e i necci, le specialità gastronomiche delle sue montagne.

Nell'autunno del 1935 iniziava il suo primo anno di liceo, nei seminario ragionale, situato tra via dei Mille e piazza Umberto I. Nell'estate del 1938 terminava il suo terzo ed ultimo anno li­ceale. Nell'autunno di quell'anno, sempre nel seminario regio­nale, iniziava il suo primo dei quattro anni di teologia.

Nel 1938 suo fratello ebbe una prima figlia, Caterina. Don Giovanni le fu molto attaccato, particolarmente durante gli anni della guerra e il medievale periodo delle stragi di Marzabotto. Se quell'anno portò in casa Fornasini un lieto evento, tuttavia esso portò alla tomba il padre di Giovanni: era il 12 dicembre.

 

II.- Lo scoppio della 2^ guerra mondiale: 1939.

A questo punto non possiamo dimenticare l'anno disastroso del 1939, che comportò la guerra più spaventosa vista sulla faccia della terra e che portò alla tomba in Europa 39.778.000 uomini e in Asia e nel Pacifico altri 15.690.000. Il 22 agosto 1939 Adolf Hitler disse che avrebbe scatenato un conflitto bellico "anche per il più incredibile motivo". Hitler mantenne quella sua vergognosa premessa quando - alle-ore 12,40 del 31 agosto 1939 - dette il via al cosiddetto "caso bianco", il propagandistico pretesto ideato da Himmler e da Heydrich per entrare in guerra.

Infatti, nell'agosto del 1939, da vari giorni Alfred o Helmut Naujocks, un capitano delle SS, con alcuni uomini travestiti in uniforme polacca, pattugliavano la stazione di confine di Gleiwitz, sempre in attesa di quella parola d'ordine, che da giorni aspettavano: "la nonna é morta". Essi erano gli esecutori



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materiali di quell'incredibile motivo. Tutti sanno, comunque, che quel voluto conflitto ebbe altre ragioni.

Ricevuta quella parola d'ordine, verso le 20 di giovedì 31 ago­sto 1939, iniziò quella pretestuosa Commedia ordinata da Hitler e che fece scatenare il conflitto.

Quegli uomini s'impadronirono della stazione radio tedesca, tra­smettendo un breve discorso in polacco e sparando qualche colpo.

La messinscena dei finti polacchi era già fatta e conclusa. Alle ore 4,45 del venerdì 1 settembre 1939, le armate tedesche ricevettero l'ordine di invadere la Polonia. La politica or­mai si era tradotta in atti militari. La quarta armata di Kluge la terza armata di Kuchier - entrambe facenti parte del Gruppo di Armate del Nord - comandate da Bock - l'ottava armata di Blaskowitz, la decima di Reichenau e la quattordicesima di List tutte e tre facenti parte del Gruppo di Armate del Sud, coman­date da von Rundstedt - piombarono fulmineamente sulla vicina Polonia, difesa dalle divisioni comandate dal maresciallo in capo Ryaz Smigly. Il mondo veniva così a conoscenza del nuovo tipo di guerra, la blitzkrieg, la guerra-lampo. Sulla fibbie dei cinturoni tedeschi stava scritto: "Gotta mit unse" (Dio é con noi).

Quel giorno Hitler non si vergognò di affermare- "Stanotte truppe regolari polacche hanno aperto il fuoco sul nostro ter­ritorio"; ed anche- "dalle 5,45 rispondiamo ai colpi". Quei colpi, che provocarono altri colpi, portarono alla guerra 61 nazioni e circa 110 milioni di uomini, portandone alla morte 55 milioni, lasciandone feriti circa 35 milioni e disperdendone circa tre milioni.

Come non ricordare con essi anche i 20/30 milioni di civili., massacrati dai bombardamenti aereonavali, dagli stermini raz­ziali, dalle deportazioni nei campi di concentramento, di annientamento e di lavoro e dalle lotte partigiane?

E tra questi ultimi don Giovanni Fornasini combatté la sua bat­taglia non soltanto da prete e da sacerdote appassionato, ma anche da uomo di alto impegno civile, umanitario e partigiano. Uno sforzo economico di circa 1.500 miliardi di dollari, per mantenere una guerra durata sei anni, non fruttò altro che una marea di sangue in tutti e cinque i continenti. E di quel con­flitto non é ancora stata data una ragionevole ed esauriente motivazione. D'altronde ciò é comprensibile ogni conflitto bellico è irrazionale, perché é inumano!



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III.- Don Giovanni Fornasini dalla teologia alla parrocchia di Sperticano (Marzabotto): 1938-1942.

 

Come si é detto - nell'autunno del 1938 don Giovanni Fornasini iniziava il suo primo anno di teologia. Nel natale del 1939 suo fratello Luigi veniva richiamato alle armi a Bo­logna. Per la befana del '40 e degli anni successivi ci pensò Giovanni a portare regali alla nipotina Caterina. Tra quei regali c’erano anche dei libri per imparare a leggere. Quando arrivava Giovanni, la nipotina si metteva in piedi sulla seggiola e gli recitava le poesie. Caterina sapeva che poi, da qualche parte, sbucavano fuori i regali. Don Giovanni in piena guerra, allorché riusciva a trovare delle bambolone, le riacconciava e le porta­va alla nipotina.

Per la pasqua del '40 (24 marzo) suo fratello dovette trasferir­si in Sicilia, a Villa Seta, (Porto Empedocle). Intanto il 10 giungo 1940 l'Italia - per volere di Mussolini, ma non del popo­lo italiano - dichiarava guerre alla Francia e all'Inghilterra

Erano gli anni in cui don Giovanni pensava di fare il missio­nario e di diventare un martire per la fede in bui credeva. Il 29 marzo 1940 veniva ordinato suddiacono a Bologna, diventando aiutante cappellano del parroco di Sperticano, don Roda. Così scrisse nel santino commemorativo: "Tibi psallam/in castitate cordis/ Nel tuo amore, Gesù/ si rinnovi/ la vita che Ti con­sacro/ s'eterni/ la mia giovinezza/ Don Giovanni Fornasini/ Suddiacono/ Bologna, 29 marzo 1941".

Il cardinale Nasalli Rocca gli chiese di diventare suo segretario ma don Giovanni ricusò, affermando che non se la sentiva di fare una vita da cerimoniere e andò a Sperticano.

Scrisse don Giorgio Serra (Il Ponte, n. 6, dicembre 1967), ri­ferendosi a quel periodo:

"Nel 1941 - a guerra iniziata - si presentò a me, in refettorio il Rettore Mons. Serracchioli il quale, senza tanti preamboli, mi disse: Sua Eminenza (il card. Nasalli Rocca) oggi ti ha proposto come diacono - coadiutore del vecchio Parroco don Roda di Sperticano per i giorni festivi. Io gli ho già detto di no: ci andrà invece don Fornasini!! - Io rimasi sorpreso e deluso! - L'evasione domenicale, in treno, dal seminario, una primizia di ministero, l'ambizione di essere qualcuno mi allettavano.... ma dovetti rassegnarmi! E confesso che soffrivo di vera nostalgia quando, ogni domenica, sentivo nelle prime ore del mattino, la partenza entusiasta di don Giovanni e vedevo il suo posto vuoto in Chiesa e in refettorio.

Quell'anno don Fornasini terminava il suo terzo anno di teologia e nell'autunno dello stesso anno iniziava il quarto e ultimo anno.



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Frattanto l'italia si riteneva capace di dichiarare guerra all'Unione Sovietica (22 giugno, 1941) e agli Stati Uniti (11 dicembre 1941).

Lunedì 8 dicembre 1941 Luigi Fornasini dalla Sicilia veniva spo­stato a Roma e le feste di Natale le passava a Palestrina. Don Giovanni gli inviava pagnotte e formaggi. Durante l'inverno 1941/42 suo fratello Luigi faceva la Spola tra S. Severa e Gub­bio.

La domenica 28 giugno 1942, nella chiesa di S. Pietro a Bo­logna, don Giovanni veniva ordinato sacerdote dal card. Nasalli Rocca e terminava il suo ultimo anno di teologia.

Sul santino commemorativo scrisse: "Maria, Regina delle Vittorie./ prega per noi/. Caro amico/ con affetto fraterno ti/ mando la prima benedizione sacerdotale/ il Signore vegli nella tua tenda/ e nel tuo cuore, nell'ora della gioia,/ e nell'ora del tormento./ Raccolga e coroni il sacrificio dei/ caduti col sole della vittoria e della pace/ Ricorda: in guerra e in pace/ sii sempre un vittorioso della vita!/ Aff.mo Don Giovanni Fornasini/ Sacerdote Novello/ Bologna - S. Ordinazione 28 giugno 1942".

La guerra e la vittoria in guerra era presente alla mente del nuovo sacerdote e quanto desiderava per gli altri "Ricorda: in guerra e in pace, sii sempre un vittorioso della vita!" fu un sentimento sincero, perché lo garantì lui stesso nei suoi venticinque mesi, in qualità di parroco a Sperticano e nel giorno del suo assassinio.

Scrive ancora don Serra:

"Quando il 28 giugno 1942, dopo la solenne ordinazione in San Pietro, ci radunammo attorno al nostro cardinale per il primo, grande atto di ubbidienza, sentimmo ripetere per don Forna­sini la destinazione parrocchiale ormai scontata: Sperticano. La Provvidenza preparava così un grande dono ad una Parrocchia che dopo non molti mesi, nel martirio della sua gente, avrebbe trovato - consapevole ed eroico - un pastore deciso a dare tutto, anche il suo sangue; con il suo gregge e per il suo greg­ge distrutto dalla furia più orrenda che la storia dell'odio u­mano possa raccontare."

Queste sono le parole - con una punta di malinconia - scritte da un prete, che avrebbe dovuto raggiungere la parrocchia di Sperticano, al posto del vecchio don Roda e in ricordo del com­pagno che lo sostituì.

Lunedì 29 giugno, festa di S. Pietro e S. Paolo, don Giovanni andò a "cantar messa", per la prima volta, nel suo paese natale: Pianaccio. La domenica 5 luglio don Giovanni "cantò la sua pri­ma messa" a Porretta Terme. Nel santino commemorativo scrisse-"Vengano i tempi lieti/ Venga la pace di Cristo/ Venga il regno di Cristo/ O Gesù proietta sulla mia vita/ Un triplice candore l'Eucarestia la Madonna il Papa/ fammi apostolo/ fra i poveri e sofferenti/ fra i giovani/ nella preghiera Azione Sacrificio/



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Al babbo/ che sospirò il sole di quesito giorno/ dona le mie pri­mizie sacerdotali/ Alla mamma al fratello ai parenti/ all'Arciprete benefattori amici/ le tue divine ricompense/ don Giovanni Fornasini/ Sacerdote Novello/ Porretta Terme 5 luglio 1942"

Don Giovanni ricordava i giovani, perché a Porretta Terme ebbe modo di passare varie giornate con loro, avendo fondato l'Associazione Giovanile di Azione Cattolica.

La domenica 12 luglio 1942, don Giovanni andò a "cantar messa" nella parrocchia di San Tommaso a Sperticano. Circa un mese dopo, il 21 agosto moriva il vecchio parroco di Sperticano don Roda, il quale - ammalato di arteriosclerosi - non faceva altro che dire sempre la stessa messa della Madonna. Don Giovan­ni subentrò al suo posto, tenendo con sé anche la vecchia don­na di servizio, la Maria, da tutti detta "la zoppetta".

Il 27 settembre don Fornasini prese ufficialmente possesso della parrocchia di Sperticano. In quell'occasione scrisse sul santino commemorativo: San Tommaso di Sperticano/ 27 settembre 1942/ La fiamma del pastore/ sia la luce del gregge!/ S. Bernardo/ Gesù/ riproduci in me/ il volto del Buon Pastore/ per condurre le anime/ ai pascoli/ della carità e della verità/ Maria Regina dei cuori/ veglia su Sperticano/ Ai soldati lontani ai giovani/ ai poveri ai sofferenti a tutti/ La mia prima bene­dizione/ Don Giovanni Fornasini/ Parroco.".

Il nuovo parroco chiedeva la protezione della Madonna su Sperticano e rivolgeva un pensiero "ai soldati lontani. C'era suo fratello tra questi. Il maggiore delle SS, Walter Reder, era ancora lontano.

Mercoledì 11 novembre 1942 il fratello di Giovanni, Luigi For­nasini, si avvicinò a casa. Era stato spostato alla Posta militare di Casalecchio di Reno.

Durante quegli anni di guerra la famiglia Fornasini, anche se ancora divisa, stava ricongiungendosi. La parrocchia di don Giovanni poteva essere anche n buon rifugio.

Nei suoi due anni in qualità di parroco, don Fornasini divenne una figura caratteristica per le popolazioni delle frazioni di Marzabotto. Bello o brutto che fosse, caldo o freddo, le gente vedeva questo parroco alto e magro, che, con la sua bicicletta, andava a dire la messa ovunque lo chiamassero, soprattutto da Sperticano a Vedegheto.

Pera lui tutti eran pecorelle - rossi e neri- e Angelo Bertuzzi il postino della zona, il quale abitava a Sperticano, ne sapeva qualcosa, dopo l'armistizio dell'8 settembre del 1943, allorché i partigiani del Lupo si installarono su Monte Sole, non ebbe più tregua. I fascisti volevano che collaborasse e i partigiani lo tenevano sotto controllo, perché non deviasse. Allorché, partendo ogni mattina alle ore 6 da Sperticano per andare a prelevare la posta alla stazione di Marzabotto percorreva a forte andatura il ponte in legno sul Reno, don Fornasini gli



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diceva: "Segnati le mie parole, pustein! Una volta o l'altra te lo fai un bel bagno con tutta la tua posta!".

Verso mezzogiorno quando don Giovanni suonava le campane, ri­prendeva la bicicletta e saliva verso Monte Sole a distribuire la posta. A Marzabotto i fascisti, a Sperticano don Giovanni e su Monte Sole i partigiani: Angelo Bertuzzi non poteva sgarrare!

Ricordiamo qui alcuni episodi della vita di don Fornasini, che non abbiamo potuto sistemare cronologicamente.

Dopo la sua morte, taluni vollero che la motivazione della medaglia d'oro a don Fornasini fosse tutta improntata al suo zelo sacerdotale. Eppure i parrocchiani lo ricordano tutto preso da un alto impegno civile e partigiano. Fu proprio così.

In chiesa, se da un lato esaltava i valori cristiani, dall'altro deprecava i soprusi di quei nazifascisti, che considerava "invasori" e "carnefici". Si legò ai giovani qualsiasi tendenza -avessero - e per loro aprì una biblioteca; onde potessero studiare e non perdessero un anno, causa la guerra, e talvolta allestiva le commedie e i burattini per loro. Anche molti ragaz­zi porrettani andarono a Sperticano per aiutare quel prete tutto indaffarato e sempre in movimento.

Quando i nazifascisti, compivano delle stragi, era lui che andava a comunicare ai parenti la morte dei congiunti. Puliva i cadaveri insepolti e li seppelliva, senza curarsi degli ordini perché i nazifascisti li lasciavano a pubblico esempio.

Allorché erano in pericolo uomini, donne e bambini, tutti in cuore avevano la speranza del suo veloce intervento al comando tedesco per la loro libertà.

Il suo lasciapassare, le sue corse in bicicletta a Bologna, al comando di Kesselring, il suo carattere semplice e senza paure disarmarono più volte le SS, e lui, finché poté, ne approfittò, rischiando più volte la vita.

Finché visse molti partigiani, sfollati, e civili ebbero salva la vita e i nazisti questo lo sapevano.

A Pian di Venola don Fornasini salvò la popolazione rastrel­lata, dopo uno scontro dei partigiani con i fascisti. Alle famiglie malcapitate portava i viveri e il vestiario occorrente, che riusciva a rintracciare.

Dopo uno scontro coi partigiani, le SS fecero un pesante rastrellamento. Don Fornasini si recò al comando, chiedendo che gli ostaggi venissero rilasciati, dato che i nazisti ave­vano fatto le loro rappresaglie. Le SS gli risposero che la



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rappresaglia era appena iniziata e che gli ostaggi non sareb­bero stati liberati, finchè i partigiani non fossero saltati fuori. Don Fornasini sapeva che quello scontro fu opera di par­tigiani toscani, avendoglielo riferito una staffetta del coman­do partigiano e, intuita la gravità della situazione, disse loro che in quella zona non c'erano partigiani e che lo scontro era stato causato da elementi di passaggio. Si offrì quindi di accompagnare le SS nelle zone sospette, garantendo quanto affermava e l'incolumità delle SS. Queste avevano paura di percorrere i sentieri dei monti circostanti Marzabotto e di inoltrarsi per questi boschi. Il comando tedesco lo prese in parola e ordinò una perlustrazione con Don Fornasini. I partigiani non si mos­sero e le SS non si accorsero di nulla. Gli ostaggi furono liberati e il tenente delle SS gli disse: "Tu, pastore sincero!".

Allorchè un gruppo di partigiani tentò di andare a preleva­re della benzina nei vagoni di un treno, posto sotto una galleria ed uno di questi accese un cerino per far luce, questa saltò in un boato spaventoso. I tedeschi credendo ad un atto di sabotag­gio, rastrellarono circa 14 civili. Don Fornasini si precipitò al comando per tentare di salvarli e vi riuscì. Gli scampati vollero fare un regalo al prete e don Fornasini disse loro: "Il più bel regalo che possiate farmi, è di venire alla messa e di fare la comunione. Uno di questi, Raffaello Neri, nel marzo del 1947 gli dedicò una lirica "Alla memoria di Don Giovanni Fornasini", in 19 quartine.

 

 

IV. Walter Render e la sua marcia di sangue verso Marzabotto.

 

Non possiamo qui trascurare un'infamante scheda biografica del maggiore delle SS, Walter Reder, non ancora sufficientemen­te propagandata sui nostri testi di storia. Vogliamo con essa ricordare ai lettori - ancora sorpresi per i recenti e provoca­tori avvenimenti del neofascismo in Italia (San Benedetto Val di Sembro) e dell'internazionale nera nel mondo - i vergognosi massacri del nazista Reder, attualmente vivo e rinchiuso nella “fortezza", il carcere militare di Gaeta, ma gaudente in un appartamento a più stanze, ben rifornito, come un normale borghese, di ogni comodità.

Nella provincia di Lucca, la località di Valpromaro con le sue 12 vittime, le località di Sant'Anna di Stazzema, alle pendici del Monte Lieto (con Vaccareccia, Argentiere, Valdica­stello, Le Case, Franche, Balbini, Monco, Colle, Pero) e le loro 560 vittime, la località di Pioppetti di Montemagno (Camaio­re) con le sue 33 vittime; nella provincia di Massa e Carrara, la località di Bardine di S. Terenzo (Fivizzano) con le sue 106 vittime si 107, la località di Valla di S. Terenzo con le sue 53 vittime, le località di Vinca di S. Terenzo ai piedi di



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Pizzo d'Uccello, m. 1781 (con Gragnola, Monzone di Sopra, Vez­zanello, Campigliano, Viano, Gallo, Ponte Salta Lucia, ecc.) con le loro 162 vittime, le località di Frigido sull'omonimo fiume (Massa) con le sue 147 vittime., di Bergiola (Carrara) con le sue 72 vittime e di Forno (Massa), le tre località con un totale di 357 vittime; nella provincia di Bologna, le loca­lità di Marzabotto (con S. Giovanni, Casaglia, Caprara, Steccola, Casa Beguzzi, San Martino, Cadotto, Cerpiano, Sperticano, Prunaro di Sotto, Prunaro di Sopra, Carpi, Villa Ignano, Colle Ameno, Abelle, Colulla di Sopra, Colulla di Sotto, Castellino, Valego di Sopra, Creda, Pioppo di Salvaro, ecc.) con le loro 1830 vittime.( tra le quali 15 con meno di un anno, 8 di un anno, 22 di due anni, 110 sotto i dieci anni, e 95 sotto i sedici anni) nei tre giorni della strage (29-30 settembre e 1 ottobre) e nei giorni successivi, come il 5 ottobre, ed anche negli anni successivi (da allora fino al 1966, le mine anno, causato altri 55 civili) , DEVONO RIMANERE VIVE E SCOLPITE nella nostra memoria, perché tali nefandi ed efferati massacri non abbiano più a ripetersi e, perché ci facciano democraticamente vigilare sui rigurgiti di un neofascismo impuni­to.

Avvertiamo i lettori che l'elenco di queste efferatezze già limitato nella zona del nostro Appennino tosco-emiliano-bolo­gnese non é completo e le cifre possono trovarsi leggermen­te discordi nei testi, che si possono consultare su questi argomenti.

Da Rodolfo, un industriale austriaco che poi fallì e dalla madre Ludwig Francesca (nata circa verso il 1885) nacquero almeno quattro figlio. Il primo morì in tenera età, Rodolfo mori per un infortunio nel 1930 e Marta perì col marito - un ingegnere italiano - nel 1941. Quest'ultima coppia s'era sposata a Vero­na e aveva vissuto a Parigi. Walter Reder nacque il 4 febbraio 1915 a Freiwaldan.

Due sono le località che hanno lo stesso nome di Freiwaldan, una in Polonia e l'altra in Cecoslovacchia. La prima si tro­va nella bassa Slesia, tra Leippa e Halban sul fiume Tschirne, poco distante da Priebus (Przewoz) sul Neisse e quindi assai vicina al confine con la Germania.

L'altra, che ora si chiama Jesenik, é una città nel settore amministrativo di Olmuta (Olamone) sul fiume Biele. E' ai piedi dell'Altvatergebirges e assai vicina al confine con la Polonia. Riportiamo questi dati perché la cecoslovacca Freiwaldan, luogo natale di Reder, non venga confusa, dato che molti definiscono Reder, sia polacco che cecoslovacco o austriaco probabilmente riferendosi al 1915, anno della nascita di Reder, quando il suo paese natale era sotto quel regime.



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Portato giovanissimo in Austria, quivi si entusiasmò per gli ideali politici di Adolf Hitler, il cervello nazista nato nel Gasthof zum Pommer, una locanda di Branau sull'Inn (al confine tra l'Austria e la Baviera) alle 18,30 di sabato 20 aprile 1889. Divenne un tipo di alta statura e di robusta corporatura, dal viso largo e dai capelli castani. La sua famiglia si trasferì a Strasburgo. Il 25 luglio 1934 circa le ore 13/14 - il cancelliere austriaco Engelbert Dollfuss veniva colpito dai due colpi di pi­stola, sparati a pochi passi da Otto Planetta, morendo dis­sanguato verso le 18, dopo circa cinque ore di agonia. Qualche settimana dopo, Planetta veniva impiccato con altri suoi dodici camerati. Ebbene, la polizia viennese durante quei giorni accu­sò anche Reder di essere stato complice di quell'assassinio politico. Nel 1935, dopo gli svogliati studi ginnasiali, Reder en­trava volontario nell'Accademia militare per ufficiali delle SS a Linz Donau, dove Hitler faceva addestrare il suo corpo specia­le e i migliori facevano carriera. Hitler aveva costituito le sue Schutz-Staffeln o squadre di protezione (ossia le SS, i famige­rati "soldati della morte") il 9 novembre 1925.

 

Gradi delle Waffen-SS in corrispondenza con quelli dell'esercito italiano

 

Oberstgruppenfuhrer …..Colonnello generale

Obergruppenfuhrer ……Generale

Gruppenfuhrer ………...Tenente Generale

Oberfuhrer……………..Maggiore generale

Brigadefuhrer………….Generale di brigata

Standartenfuhrer ………Colonnello   (=Oberst)

Obersturmbamfuhrer …Tenente colonnello

Sturmbannfuhrer……….Maggiore

Hauptsturmfuhrer ……..Capitano

Obersturmfurer………...Tenente

Untersturmfuhrer………Sottotenente

 

Nel 1938, come sottotenente delle SS, partecipò all'occupazione dell'Austria. Nel 1939, anno del secondo conflitto bellico, Reder era già un esperto ufficiale delle SS. Dopo un breve pe­riodo

quale ufficiale dello Stato Maggiore del secondo reggimen­to corazzato delle SS, Divisione "Testa da morto", Reder fu implicato nello sterminio degli ebrei, dei comunisti polacchi e dei partigiani russi in Ucraina. Fu qui che Reder perse il braccio sinistro, amputato poi sotto il gomito ed ebbe una paralisi al braccio destro. Per quel fatto le nostre popolazioni toscane lo chiamarono "il monco" o "il monchino". Nella zona



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agricola della città di Voronezh, tra l'omonimo fiume e il Don , le SS massacrarono e torturarono 4911 civili, fecero 6210 prigionieri di guerra e deportarono in Germania 4476 persone. Il 27 agosto 1942 gettarono in un vallone di sabbia sul Voronezh i corpi di 450 vittime, di cui 35 erano bambini. Ordinate dalla Gestapo, ossia dalla Polizia Segreta di Stato del Reich nazista, quelle stragi furono eseguite dalla squadra del "Servizio di sicurezza (SD)", il cui comandante era August Bruck e i suoi collaboratori, Felknez, Abi Zimmerman, Eduard Zola.

Uscito dall'ospedale, Reder non volle rinunciare al servizio e alla carriera. Allorché nel maggio del 1944 venne trasferito in Italia con circa 800 uomini, dal feldmaresciallo Alfred Kesselring (Markstedt, 30/11/1885 - Bad Neuhein, 16/7/1960) ebbe lo stesso compito assolto in URSS, ossia quello di sor­vegliare le retrovie del fronte: doveva bloccare i partigiani sulla cosiddetta "Linea Pisa-Rimini: chiamata poi "Linea Verde" o "Linea Gotica", dapprima nel tratto appenninico to­sco-emiliano e poi in quello bolognese della Valle del Reno.

Nel giugno del 1944 Reder si stanziò col suo comando a Pietrasanta, nella villa Barsanti. Quivi il maggiore Reder coi tenenti Kremer e Wagner, col maggiore Fischer - un addetto al servizio di controspionaggio presso la 16^ Divisione - col ca­pitano Max Saalfrank - un ufficiale alla diretta dipendenza di Reder - e vari altri ufficiali fece allestire una camera per le torture degli arrestati e una sala ove trascorrere sollaz­zevoli periodi di piaceri e di riposo, tra balli, banchetti e orgie. Accanto a lui non mancava mai un buon nucleo di assidui frequentatori come sgualdrine, spie, e collaborazioni­sti di ogni sorta. Tra queste é ricordata Ilia Baldi, che co­nobbe il maggiore Reder, il feldmaresciallo Kesselring e il generale Wolf alla fine di giungo del 1944, nella villa Barsanti. La Baldi rimase con Reder dalla Versilia a Borgo Panigale. Si era aggregata alla sua divisione in qualità di in­fermiera e, nel disbrigo di quei suoi compiti sanitari, veni­va aiutata da due sottufficiali di sanità delle SS, Sep Turdingam e Richard Leican. Qualche mese dopo la guerra rientrò a Pietrasanta, ma non ebbe processi, né rappresaglie po­litiche. Rivide il "boia di Marzabotto" a Pietrasanta, nel cor­so dell'istruttoria che precedette il processo contro di luì a Bologna (settembre 1951 e rimase in contatto con lui. Schieratosi dapprima in prima linea sul fronte di Cecina e San Vincenzo (Livorno), successivamente Reder dovette seguire le sorti del ripiegamento nazist: da Follonica a Monte Calvi, da Suvereto a Guardistalli. Intanto per i primi di luglio del '44, la linea gotica veniva completata. Il 19 luglio Livorno cadeva nelle mani degli Alleati e il generale Frido von Sanger fece sgombrare la popolazione da Forte dei Marmi,

 


 


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al Cinquale, disperdendosi a Ruosina, Pontestazzemese, Stazzema, Capriglia, Solaio, Valdicastello, Capezzano, La Culla, S. Anna.

I partigiani si dislocarono, invece, su altre linee, lon­tane dai civili, Farnocchia, Le Mandier, Gabberi e San Rocchino. Il 25 luglio Reder raggiungeva l'Arno, rimanendo in linea contro la lenta avanzata anglo-americana fino all’8 agosto. Il 9 agosto del '44 Reder si spostò da Lucca a Le Pianore di Capezzano (Versilia), disponendo i suoi uomini nella villa dei principi Borbone.

La popolazione locale fu subito investita dalla furia barbari­ca e dal drogato cinismo criminale di quella belva nazista. L'agosto del '44 fu il suo mese di sangue in quelle località creando sacche di orrori e di sangue, onde bloccare i partigiani, che intralciavano la ritirata e nord del feldmarescial­lo Kesselring.

Il suo orgiastico bivacco in terra versiliese terminò l'11 agosto, allorché ebbe ordine di cominciare le sue operazioni. Reder comandava il 16° battaglione "Panzer Grenadier Division" della XVI^ divisione "SS Panzer Aufklarung Abteilung Grenadieren Divisionen Reichen Fuhrer".

Se quelle orde sanguinarie poterono materialmente commettere quegli eccidi, ciò fu possibile per le informazioni dei delatori e dei collaborazionisti repubblichini. Ricordiamo qui tra questi, le brigate nere, i reparti dei "mai morti", pro­venienti dalla x^ Flot-Mas e i reparti della Flak. Sono documentate anche le collaborazioni di medici italiani, che si prestavano a praticare iniezioni alle SS, per prepararle agli eccidi che dovevano compiere, in base al famigerato rapporto di dieci italiani per ogni tedesco ucciso. Le SS fecero co­munque le stragi che vollero nel come e nel quanto.

 

- Un breve diario dei raccapriccianti eccidi di W. Reder.

I°) In provincia di Lucca

  1. a)30 giugno 1944: V promaro di Camaiore. Dodici vittime.

Durante uno scontro coi partigiani rimase ucciso un tedesco ed un altro ferito gravemente. La sera del 28 giugno '44 furono rastrellati a Gavino di Valpromaro una trentina di civili. Diciotto furono avviati nella villa Barsanti, a Pie­trasanta e dodici trattenuti in una casa colonica. La matti­na del 29 il parroco don Chelini tentò di scongiurare il mas­sacro, offrendosi al posto dei condannati. Una staffetta, partita verso la sede del comando, ritornò il 30 con l'ordi­ne di uccidere. Quel giorno alle ore 12,15, liberato inaspet­tatamente il parroco, quelle dodici persone vennero stroncate da scariche di moschetti.



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b) 12 agosto 1944: Sant'Anna di Stazzema. Cinquecentosessanta vittime.

Verso le sette del mattino di sabato 12 agosto '44 tre re­parti di SS partivano per circondare cuella zona della Lucche­sia. La prima di esse partì da Montornato, raggiungendo Argentie­ri. Cominciò il rastrellamento e iniziarono i massacri a Santa' Anna, Vaccareccia, Le Case, Franchi, Salbini, Monco, Colle e Pero. Entrarono in azione le mitragliatrici, i mitra, i lancia­fiamme e le bombe a mano: un eccidio di 560 civili.

Prima di essere uccisi, molti furono torturati, varie donne furono rinvenute col volto calpestato dagli stivali delle SS. Una sposa venne spogliata e sventrata dal pugnale, poi gettata su una catasta di morti, a cui venne dato fuoco. Il capo dei bambini venne massacrato a colpi di "machine-pistole". Questi vennero poi issati sui muri, con bastoni infilati nel ventre. Verso le 14 le SS rientravano a Valdicastello, sporche di san­gue e precedute da uno che suonava la fisarmonica: cantavano I'"Horst Wessel-Lied" (In alto la bandiera - A ranghi ben serrati - marciano i battaglioni bruni...).

Secondo quanto scrisse l'ex-partigiano, appartenete alla F.A.I., Giovanni Mariga - dal penitenziario di Fossombrone (Pesaro) ove fu rinchiuso, condannato all'ergastolo per rea­ti considerati non politici - a Filippo Martinelli (allora sindaco di Camaiore), egli ebbe ordine di uccidere Reder. Dopo la strage di Sant'Anna, il comando militare britannico gli aveva infatti consegnato una pistola col silenziatore, per­ché uccidessi Reder. Per ordine del C.L.N., dovette desistere, allo scopo di evitare altre rappresaglie.

c) 12 agosto 1944: Mulino Rosso Di Valdicastello. Quindici vittime.

Rientrate a Valdicastello, le SS uccidevano il parroco e ra­strellavano 801 civili. Tutti in colonna i civili dovettero prendere la strada per Mozzano, ma in località Mulino Rosso 14 di quelli (tra cui una donna) furono fatti uscire dal grup­po e fucilati sul greto del rio Baccatone, in un luogo poco distante dalla casa natale di Giusué Carducci.

d) 4 settembre 1944: Pioppetti di Montemagno (Camaiore). Trentatré vittime.

Per alcune sconfitte, subite dai nazisti in alcuni scontri coi partigiani, il 4 settembre vennero rastrellati 33 civili, che si erano rifugiati nella certosa di Farneta (Lucca), tra costoro anche tre superstiti certosini e un vescovo vene­zuelano. Questi ultimi vennero fucilati e i civili dapprima impiccati agli alberi e quindi fucilati.



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II°) In provincia di Massa e Carrara.

Antefatti.

Il 16 agosto 1944 Reder si rimise in marcia verso   i colli apuani. La mattina presto del 17 agosto una macchina anfibia e un camion carico di diciotto SS giungevano nel centro di San Terenzo Monti. L'ufficiale che accompagnava il gruppo, si recava poi dal pro-Sindaco, intimando di reperire e consegnare subito capi di bestiame. Date le precedenti razzie dei nazifascisti, il bestiame mancava. L'ufficiale si diresse quindi alla volta di Pardine ( a valle, tra i due torrenti Pesciola e Aulella), saccheggiando il paese e asportando quanto poté. Quando i tedeschi guadarono il fiume, per rientrare alla base, i due automezzi vennero bersagliati e distrutti dalle raffiche delle mitragliatrici dei partigiani. Sedici SS vennero uccisi -compreso l'ufficiale - e due SS rimasero ferite. Quest'ultime vennero portate via a spalla dai partigiani, venuti dalle parti di Fosnovo, luogo ove si rifugiavano. Dopo quattro ore il te­nente Fischer si precipitò con una veloce autoambulanza, bat­tente bandiera bianca, sul luogo e fece trasportare via i cada­veri. Quindi dislocò i suoi uomini in località Madonnella, aprendo il fuoco. Il comandante partigiano Roberto Vatteroni rimase ferito.

 

  1. a)19 agosto 1944: Bardine di San Terenzo (Fivizzano). Cinquantatré vittime.

 

La mattina del 19 Reder giungeva a San Terenzo col suo bat­taglione e 53 civili. Questi erano rastrellati di Lucca, Pisa e Valdicastello e vennero prelevati da Reder a Nozzano.

Informato dei fatti accaduti a Bardine, ordinò il massacro di quei civili, come rappresaglia dimostrativa. Alcuni di essi furono incatenati al camion distrutto e sfigurati e massacrati a raffiche di "madrine-pistole", altri vennero legati per il collo a pali e ad alberi, quindi uccisi con un colpo di pi­stola alla nuca o strangolati con cappi di fil di ferro. A taluni di questi - prima di ucciderli – i tedeschi mozza­rono la lingua o forarono le orecchie.

Quella mattina il massacro si svolse in poche ore e, mentre i seviziati leggevano negli occhi del vicino compagno lo stra­zio che qualche istante dopo sarebbe stato il loro - Reder era dalle 9,30 con sette ufficiali nell'osteria di Mario Oligeri a bere tranquillamente abbondanti bicchieri di vermout e di vino bianco.

 

  1. b)19 agosto 1944: Valle di Sari Terenzo (Fivizzano).

Centosei vittime.

Mentre si compiva quell'efferato eccidio a Bardine, verso le undici della stessa mattina le SS avevano rastrellato 107



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civili (dei quali cinque soltanto erano uomini), che vennero raccolti dapprima in una casa su un poggetto e quindi tra­sportati in una casa più in basso. Tra questi c'erano anche la moglie e i cinque figli (dai tre ai diciannove anni) di Mario Oligeri. Questi per precauzione li aveva mandati a Valla e verso mezzogiorno era ancora all'osteria a preparare il pranzo all'aguzzino, a base di minestra nei fagioli, salame, pollo arrosto e vino bianco.

Il massacro di quella gente fu iniziato sul primo pomeriggio. A piccoli gruppi, bimbi di pochi mesi, donne anziane e giovani vennero fatti uscire e portati in fila sotto un pergolato e quivi massacrati con le mitragliatrici. Centosette furono i rastrellati e centosei le vittime. Unica superstite fu un'inerme bambina, Clara Cecchini. Durante quel massacro una staffetta raggiungeva Reder all'osteria, portando l'elenco dei massacrati ed egli lo firmava. Quando i conti tornarono (16 tedeschi uccisi, quindi 160 civili da massacrare), Reder ordinò la fine di quella rappresaglia.

I giorni successivi a questa tragedia Reder li passò nella zona tra Carrara e Marina di Carrara, preparando ulteriori rastrellamenti.

 

  1. c)24/25 agosto 1944: Vinca di San Terenzo (Fivizzano).

Circa duecento vittime.

 

 

Il XIV° Corpo Corazzato aveva predisposto una vasta azione di rastrellamento contro i partigiani nella zona di Vinca, lungo la valle del Lucido. La sera del 23 aqosto 1944 Reder radunò nella sede del comando di Carrara, un gruppo di ufficiali tra i quali il suo aiutante maggiore Paul Albers, il capitano delle SS Max Paustian e il comandante della locale brigata nera Ludovoci spiegando i criteri di quell'operazione, da ese­guirsi con la massima durezza. Ma a Vinca non c'erano parti­giani, erano tutti sul Monte Sagro e al Pizzo d'Uccello. All'alba del 24 agosto, Reder cominciò il suo ulteriore rastrel­lamento: da Gragnola a Monsone, a Ponte Santa Lucia e a Vinca, investendo San Terenzo, Badia e Campigliano.

Ovunque fu un'impressionante carneficina. Il mattino di venerdì 25 agosto le SS tornarono in paese - mentre i superstiti aveva­no iniziati a seppellire i morti - e continuarono il macel­lo del giorno precedente.

Quel giorno Montescano veniva distrutto e così fu per Monzone e Gragnola il 26. La stessa sorte subirono Corsano, Vezzanello, Lorano, Campigliano, Viano e Gallona.

Ad una donna incanta di sette mesi, Alfierina, un suo aguzzi­no le squarciò il ventre per estrarre la creatura e farne scempio. Durante quelle stragi si sentì suonare anche un or­ganetto, trovato da un tedesco chissà dove, onde trucidare e massacrare anche a suon di musica.



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queste le cifre crude, variamente riportate, di quelle stragi:

200, 173, 162.

 

  1. d)16/17 settembre 1944: Frigido, sull'omonimo fiume ( Massa), 147 vittime; Bergiola (Carrara), 72 vittime; Forno (Massa). Un totale di 357 vittime.

 

Verso la metà di settembre del 1944, la XVI^ Divisione SS, tra cui il battaglione di Reder, riprendeva la sua ritirata e nord.

Durante quella marcia Reder e chi con lui continuò ad uccidere. Il 16 e il 17 settembre fu la volta di altre tre località. Sulla sponda destra del fiume Frigido vennero buttati i corpi massacrati di 147 civili, provenienti dal campo di concen­tramento di Mezzano (Lucca).

Sulle alture di Bergiola vennero massacrate altr 72 persone. Di queste 40 furono massacrate e lasciate bruciate nella scuola incendiata del paese e le altre trenta furono uccise per la campagna. Così a Forno. Fu il tenente Fischer il responsabile di quelle stregi, ma Fischer era alle dipendenze di Reder.

Un totale orrendo di 357 vittime, di cui soltanto 83 fu­rono identificate.

 

III°) In provincia di Bologna.

Nel comune bolognese di Marzabotto si concluse feroce­mente e in modo impressionante la barbarica e sanguinolenta marcia del bruto di Freiwaldau.



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Ecco un parziale elenco di quella efferata tragedia.

 

1) Venerdì 29 settembre 1944: festa di San Michele Arcangelo. Morte di don Ubaldo Marchioni.

La pioggia cadeva quasi ininterrottamente dal 24 settembre. Le strade e i sentieri su per i boschi erano tutti in­fangati. Durante la notte tra il 28 e il 29, la pioggia scendeva a scrosci e il vento tirava fortissimo sulla cima di Monte Sole. Eppure gli alleati erano nella vicinissima Lagaro, a pochi chilometri da Marzabotto e la zona della Porrettana (SS 64) era praticamente libera in quei giorni: dal passo della Collina a Porretta Terme. I Tedeschi erano stanti ricacciati sui fonti montani dai partigiani della "Matteotti", della "Giustizia e libertà" e della "Buozzi", proprio in quegli ultimi giorni di settembre.

Il rastrellamento e il massacro iniziò all'alba ancor buia delle ore 5.

 

Verso le ore 5.

 

Creda di Grizzana. Ottantun persone vennero rinchiuse all’interno di una rimessa agricola, un grande camerone completamente aperto sul davanti. Appena un segnale rosso solcò il cielo le SS, accompagnate dalle brigate nere, cominciarono a massa­crare tutti quei rastrellati, a raffiche di mitra e con bombe mano. I morti e la stalla furono minati. Tra gli scampati ci furono Carlo Cardi, Attilio Camastri e pochi altri.

 

Verso le ore 6.

 

Steccola. Per la fine di agosto del '44 la famiglia di Augusto Grani, assieme a quella del cugino Silvio Tiviroli, avevano costruito un solido rifugio. Appena arrivarono le SS, guidate dalle brigate nere, i 70 partigiani che erano in casa di Augusto se n'erano già andati sulla cima di Monte Sole, avvertiti da questi. Nel rifugio c'erano diciassette persone tutte donne e bambini, meno il vecchio Tiviroli, ottantaduenne. Vennero fatti uscire e condotti verso Prunaro di Sopra. Dato che il vecchio faceva fatica a camminare, fu preso da due tedeschi e buttato in un pagliaio in fiamme.

 

Prunaro di Sopra. Tutti gli altri furono condotti da circa una ventina di tedeschi verso Prunaro. Augusto Grani se li vide passare davanti e tentò di chiamarli. Furono fermati in mezzo ad un campo e in fila. Tra quegli aguzzini c'era anche Cacao, il traditore biondastro dal dente d'oro in mezzo alla bocca, il quale indicava alle SS i parenti e i collaboratori dei partigiani. Un nazista fece veder loro, ridendo, la testa da morto



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disegnata sul berretto. Intanto altri due tedeschi, messisi di fianco a quella fila preparavano le mitraglie. Fatto cenno a quel gruppo di dirigersi verso la Steccola, lo sterminarono immediatamente. Si salvò soltanto una bimba di nove anni, Maria Tiviroli.

 

Verso le ore 9.

 

Prunaro di Sotto. Calando dalla Steccola, tre SS guidate da Cacao entrarono in casa della famiglia Sassi. Il padre e i due figli erano già scappati. In casa restò la madre con le due figlie Adele e Graziella, le due figlie di quest'ultima Gianna (anni 5) e Annarosa (anni 3) e una giovane sposa incinta di Sperticano, Albertina. Erano in 6. Cacao le sterminò tutte, sparando in faccia. Si salvò soltanto Adele, che riuscì a fug­gire calandosi dalla finestra con una fune.

 

Cerpiano. Nella cappella attigua al "Palazzo" i tedeschi fecere salire dalla cantina 49 persone: 20 bambini, due vecchi invalidi e 27 donne (tra le quali due maestre). Furono massacrati a colpi di mitra e con bombe mano. Durante la notte maiali randagi rosicchiarono il corpo di Amelia Tossani che, avendo tentato di fuggire, era stata uccisa sulla soglia, metà dentro e metà fuori. Nella casa vicina le SS gozzovigliarono ubriachi, lasciando agonizzare per 28 ore i feriti. Quindi li finirono la mattina del 30. Si salvarono Antonietta Bensì e due bimbi, Fernando Piretti e Paola Rossi.

 

Casaglia. Nella chiesa si raccolsero circa un centinaio di per­sone, per sfuggire al rastrellamento tedesco. Arrivò Don Ubal­do Marchioni (nato a Grizzana il 19 maggio 1918, appartenne alla Stella Rossa dal 1° aprile del '44) e cominciò a recita­re il rosario. Non era calmo e tremava come una foglia. All'ar­rivo delle SS alcuni riuscirono a dileguarsi, altri a nascon­dersi nel campanile. Le SS con le armi in pugno ordinarono al prete di condurre quella gente verso Cà Dizzola. Ad un bivio un altro gruppo di SS li fermò e, non credendo agli ordini im­partiti al prete, da questi si fecero riaccompagnare alla chie­sa. Quivi il parroco don Marchioni venne massacrato col mitra sulla predella dell'altare e le raffiche gli troncarono la testa. Con lui vennero uccisi Giovanni Betti ed Enrica Ansalo­ni nel campanile e la paralizzata Vittoria Nanni in chiesa. Accanto al corpo del prete fu posto un cartello "Ribelli questa è la vostra sorte". I nazifascisti nei giorni preceden­ti avrebbero ammazzato chiunque avesse detto di conoscere don Marchioni, prete partigiano. La chiesa venne incendiata e il corpo del parroco rimase carbonizzato. Dopo una ventina di minuti il grosso del gruppo, fermato al bivio, venne fatto entrare nel piccolo cimitero di Castiglia e quivi massacrato.



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Di quella squallida carneficina, alcuni partigiani dovettero as­sistere impotenti su Monte Sole. Le vittime di tutta quella strage furono centoquarantasette. Di essi cinquanta erano bambini; ventotto famiglie distrutte. Tra gli scampati, il pic­colo Tonelli di sei anni, che morì poco dopo colpito da una gra­nata, Lidia Pirini e Lucia Sabbioni.

 

Verso le 10.

Il comando partigiano, asserragliato a Cadotto, veniva disper­so definitivamente dalle forze tedesche. Doveva così cessare, ogni scusa di restrellamento, ma le stragi continuarono ancora.

 

Verso le ore 15.

Caprara di Marzabotto. Molta gente del paese venne rastrellata trattenuta nell'osteria del luogo. Quivi i nazifascisti massacrarono con le bombe a mano e coi lanciafiamme 107 persone ; i bambini erano 24.

Durante quella giornata molte altre vittime caddero per ma­no nazifascista. A Castellino di Caprara: sette persone; a Casone di S. Miartino: diciotto persone. Mirka Parisini, incinta di sei mesi, venne denudata e pugnalata al ventre, quindi fucilata al petto; a San Giovanni: 47 persone.

Durante la notte chiara, Alfredo Comellini vide allora per la mulattiera, tra Calzara e Villa Serena, don Ferdinando Ca­sagrande, che girava per seppellire i morti.

 

2) Sabato 30 settembre 1944.

 

La mattina, i feriti gemevano ancora, seminascosti tra i cadaveri e tutti inzuppati di sangue. Quel macello si presentò ai superstiti in tutto il suo macabro orrore. Nel cimitero di Casaglia i tedeschi lanciarono altre granate e verso mezzo­giorno molti nazisti passarono da quel luogo. I superstiti feriti aspettavano il colpo di grazia, ma poi quelle orde so ne andarono.

 

Verso le ore 12.

 

San Martino di Caprara. Le SS fecero irruzione nella piazzetta della chiesa di S. Martino. La

gente, asserragliata in chiesa, tentò di fuggire, ma i tedeschi si erano schierati tutt'intorno e li avevano circondati. Le SS li fecero uscire e poi li mas­sacrarono davanti alla vicina casa del contadino. Terminata quella strage, le SS si riposarono, fumando e chiacchierando. Quindi, dopo aver ammonticchiato insieme tutti quei cadaveri



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con pezzi di legna, le SS buttarono della benzina e appiccaro­no fuoco. Furono cinquantadue le vittime.

 

Verso le ore 14.

 

Cà Roncadelli, in località Tagliadazza (frazione di Sperticano) vennero rastrellate ventidue persone. Li fecero incamminare verso il fosso dei Roncadelli. Vittoria Negri, resasi conto della situazione cominciò a urlare di fuggire. Le SS comin­ciarono a bersagliare col mitra e con bombe a mano tutta quel­la gente. Mentre Vittoria Negri riuscì a fuggire, rotolandosi giù per un burrone, gli altri venivano massacrati. Tra i superstiti: Maria e Vittoria Negri, Marta Tomesani e altri due bambini.

Durante quel pomeriggio, fin verso sera, le SS fecero stragi ovunque. Sul colle Treppiede (tra Sperticano e il Reno); a Colulla di Sopra otto vittime, a Colulla di Sotto 18 vittime, ad Abelle sette.

 

3) Domenica 1° ottobre 1944. Morte di don Elia Comini (sale­siano) e di padre Nicola Martino Capelli (sacerdote del S. Cuor di Gesù).

 

Verso le ore 12.

Canovetta di Villa Ignano. Verso le 9 della mattina del 29 settembre molti rastrellati furono portati a Vado. Quivi vennero divisi in due gruppi: quelli con meno di cinquant'anni da una parte, gli altri dall'altra. I primi furono fatti sali­re su un camion, che se ne stava sotto la pioggia, e portati via. Gli altri vennero rinchiusi nel ricoveri. Verso mezzogior­no del 1° ottobre, furono fatti uscire dal ricovero e portati verso Canovetta di Villa Ignano. Derubati di ogni cosa e delle scarpe, quei 52 uomini furono quindi massacrati a colpi di mi­tra e di bombe, presso il muro di una casa. In quattro riusci­rono a scappare. Tra questi, Luciano Montanari.

 

Verso sera, mentre si faceva buio.

 

Canapiera di Botte di Salvaro (Pioppe di Salvaro). Durante la mattina del 29 settembre vennero rastrellate a Pioppe moltis­sime persone: 64 furono rinchiusi nella stanza di una casa vicino alla chiesa, altri furono rinchiusi nella chiesa e altri ancora nelle case vicine. Verso le 16 don Fornasini, avvertito da una donna di Malfolle, scese a Pioppe per tentare di fare qualcosa, ma venne arrestato col parroco di Pioppe, padre Collia e trattenuto con lui in una stanzina separata.



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Tutti quei rastrellati rimasero bloccati per tre giorni, al chiuso e alla fame. La mattina del 10 ottobre fu lasciato anda­re Medardo Benini da quella stalla, ove erano stipate 64 per­sone. Poco dopo fu lasciato andare, senza scarpe, anche don Venturi, il parroco di Calvenzano trattenuto anch'esso, che urlò di dover andare a Bologna.

Don Fornasini e padre Collia, invece, erano stati liberati il 30. Quel primo giorno d'ottobre le SS divisero i rastrellamenti in due grippi: gli abili al lavoro e gli inabili. Questi ultimi erano cinquantadue. Verso sera, quei cinquantadue inabili dovettero percorrere circa mezzo chilometro, fino a raggiungere la canapiera. Questa era una fabbrica ove si pre­paravano tessuti per uso bellico. Molti di quei rastrellati lavoravano qui o in quella fabbrica di Vergato, ove si prepara­vano materiali di artiglieria

Derubati di tutto, un primo gruppo di circa venti persone venne fatto schierare su una passerella con la ringhiera, pro­prio sul ciglio di quella botte (un bacino non molto grande e per tre lati chiuso da muri, formato dall'acqua industriale della fabbrica), dalla parte del muro.

Ad un ordine del comandante vennero sterminati a colpi di mitraglia. Gli altri rastrellati dovettero buttare quei corpi dentro quella botte, fangosa nel fondo e con poca acqua. Quindi anche questi vennero schierati in righe di tre e massacrati su quel ciglio. Le SS li riversarono dentro la botte, in cui get­tarono bombe a mano e spararono altri colpi.

Durante la notte le SS con alcune brigate nere fecero una ridente conversazione, poi se ne andarono. Da quell'ínferno, durante la notte, si salvarono in quattro: Aldo Ansaloni Gioacchino Diretti, Pio Borgia, e Luigi Comelli.

Quest'ultimo morì per le ferite riportate. In seguito le SS fecero trascinar via dalla corrente, giù per il Reno, tutti quei cadaveri, avendo aperto le chiuse.

-Tra questi c'era il corpo del salesiano don Elia Comini e di padre Nicola Martino Capelli.

 

4) Giovedì 5 ottobre 1944.

 

Cà di Biguzzi. Quel giorno vennero fatti uscire dal rifugio 23 persone. Di esse molti erano gli scampati alle carneficine di Casaglia e di Caprara. Dapprima vennero fatti uscire nove uomini, che furono condotti a lavorare. Partiti gli uomini, tutti gli altri furono massacrati presso il ricovero. Dopo due ore di lavoro, le SS derubarono i nove uomini di quanto avevano, quindi li misero in fila indiana e li fucilarono alla schiena. Si salvò il muratore capomastro Giovanni Petti che, ferito al, collo, si finse morto.



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Cacao: la morte di un rinnegato.

 

Reder nel 1951 si salvò la vita con l'ergastolo e Kesselring riuscì a morire: libero nel 1960, dopo essere stato in galera. Il mandante della strage di Marzabotto e il suo sgherro si sal­varono dalla fucilazione, ma Cacao no.

Il biondino, il partigiano fasullo, che s'intruppò coi nazisti, a Marzabotto indicando loro gli amici, le mogli e i conoscenti degli uomini del Lupo, nascosti su Monte Sole e Monte Salvaro, non fu salvato da nessuna corte marziale. Un giorno, Maio, un partigiano di Monte Sole, a conoscenza del tradimento di Ca­cao, riuscì a sapere il suo nome e ad averne l’indirizzo. Un biglietto anonimo lo avvertiva che Cacao era Giuliano De Balzo e si trovava a Pianoro, servito da una vecchietta che era pagata per servirlo.

Verso le quattro del mattino, Maio con altri tre partigiani, raggiunse l'abitazione e, si portò nella camera ove il De Balzo dormiva.

Dopo un brusco risveglio ed una breve, ironica chiacchierata, Maio tolse la sicura alla sua pistola automatica e freddò Cacao nel letto senza un attimo di esitazione.

Terminiamo qui questo orrendo elenco delle stragi nazifasciste. Molti altri furono massacrati e il ricordo del loro sacrificio ci resta presente e memore, anche se non li abbiamo qui sopra riportati.



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V.- Il Lupo e la sua Brigata. Don Fornasini si getta nella mischia.

 

Dopo l'armistizio dell'8 settembre '43, Luigi Fornasini scappò da Casalecchio, ove lavorava alle poste militari e non si fece più vedere.

Sfollato a Porretta Terme, durante l’inverno 1943-44 e durante il 1944 saltuariamente faceva un salto dal frattello a Sperti­cano, nascondendosi tra i boschi coi partigiani del Lupo. Quivi si formò dopo l'armistizio uno dei più ardenti e capa­ci gruppi partigiani, organizzato da Umberto Crisalidi e da Mario Musolesi cioè il Lupo.

Questi, verso il 23 di settembre, rientrando da Roma dopo aver combattuto col suo reparto contro i tedeschi, a Porta San Pao­lo, fu avvicinato da Crisalidi e insieme formarono la briga­ta partigiana "Stella Rossa". Questo nome fu ripreso da un'omonima formazione partigiana Jugoslavia, per ricordarne le gesta e la memoria.

In questo gruppo entrarono subito Giovanni Rossi, Alfonso Ven­tura, Guido Tordi, Sugano Melchiorri, Franco Albertini, Cleto Comellini (Tito), Giancarlo Betti, Duilio Mazza, e molti al­tri. Anche il fratello del Lupo Guido Musolesi fu tra i primi. I due fratelli portarono in brigata anche tre delle loro sei sorelle. Le altre tre se ne stettero col padre, Emilio Miuso­lesi, la cui Cà de Veneziani, divenne la prima base della bri­gata, che poi non si spostò mai dalla zona di Monte Sole. Il 23 novembre '43 i primi uomini della Brigata sabotarono un treno nei pressi di Grizzana. Vennero incendiati e distrutti sei vagoni di benzina e quattro automezzi. Pochi giorni do­po, presso la galleria di Campolongo di Vado, furono liberati circa 150 militari destinati ai campi di concentramento in Germania. Il 13 marzo del '44 nella galleria della Direttis­sima Pianoro-Vado, la Stella Rossa sabotava ancora un treno, distruggendo 44 vagoni pieni di benzina e munizioni. Sempre nel marzo del '44, dopo un conflitto a fuoco coi partigiani, i tedeschi rastrellarono sei contadini, condannandoli alla fucilazione. Informato di ciò, don Fornasini con la sua bi­cicletta scese immediatamente al comando, facendosi garante dell'innocenza dei contadini e riuscì a farli rilasciare.

Il primo rastrellamento fatto dai tedeschi contro la Stel­la Rossa avvenne il 28 maggio del '44. I nazifascisti si e­rano mossi con l'intento di razziare il bestiame, ma ne fu­rono impediti dal fuoco dei partigiani. I tedeschi subirono la perdita di una decina di commilitoni e dovettero ritirar­si. Chiesti rinforzi da Bologna, i tedeschi attaccarono nuo­vamente ma dovettero convincersi che i partigiani erano ben guidati e bene armati. Verso sera, dopo un'intera gior­nata di combattimenti, entrambi gli schieramenti si sganciarono



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Sembrerebbe incredibile, ma i partigiani ebbero soltanto due caduti e tre feriti. I nazifascisti contarono, invece, circa 554 morti e 630 feriti. Durante quelle azioni i nazifascisti persero munizioni materiale vario. Per quell'impresa ogni formazione partigiana fu presa dall'entusiasmo e il nome della Brigata Stella Rossa passò sulla bocca di tutti.

Il 4 giugno una ventina di partigiani bloccò i magazzini della Todt, situati presso Baragazza, sulla Futa. In seguito quei ma­gazzini vennero distrutti, ma con quell'azione fu ottenuto lo sciopero generale dei lavoratori della Todt.

Il 6 giugno, allorché la brigata partigiana si spostò ver­so Monte Pastore, fu catturata una macchina del Comando supe­riore tedesco. Vennero fatti, prigionieri un maggiore, un capitano, un maresciallo e un soldato. Nelle loro tasche furono ritrovati importantissimi documenti sulla linea gotica. Il 24 dello stesso mese ci fu un ulteriore rastrellamento al Monte di Vignola. I nazifascisti riuscirono ad uccidere un solo partigiano. Al ritorno dall'operazione i tedeschi incendiarono le case e a Pian di Venola.fucilarono sulla pubblica piazza Grilli Tommaso, Benini Giovanni, col figlio Armando e Raimiondi Alberto. Sì salvo soltanto il giovane Sandrolini Silvano, fug­gendo sotto il plotone di esecuzione. Questi, preso in seguito una seconda volta, riuscì a scappare. Sandrolini morì poi a Monte Radicchio, combattendo coi partigiani. In quell'occasione i tedeschi persero 130 commilitoni e i fascisti 230.

Il 14 luglio i partigiani riuscirono a catturare il reggente del fascio di Monzuno, il comandante del presidio e tre squadristi, tutti operanti a Monzuno. Non vennero uccisi, ma ser­virono come scambi con partigiani prigionieri.

Il 22 luglio, dopo un rastrellamento nazifascisti nei pressi di Monte Salvaro, durante il combattimento protrattosi per tutta la giornata i partigiani persero quattro uomini, ma i tedeschi dovettero registrare la perdita di un capitano e di un maresciallo delle SS. Una macchina venne distrutta. Il 24 luglio, presso Pioppe, persero la vita 64 tedeschi e dieci autocarri furono distrutti per mano dei partigiani. Nello stesso giorno a Calvenzano i partigiani distrussero due autocarri col rimorchio carichi di materiali, uccidendo i soldati di scorta.

Il 5 agosto ci fu un ulteriore rastrellamento a Luminasio, Casa del Bue. Quivi i tedeschi trucidarono Venturi Enrico, Botti Francesco, ed Armando, Beghelli Arsenio, Neri Dionigio e, Calzolari Camillo. Quanti incontrarono lungo il loro vergogno­so cammino furono presi e portati a Montasico.

Ancora una volta don Giovanni Fornasini piombò con la sua bicicletta tra i tedeschi e riuscì a salvarne qualcuno. Alcuni furono deportati in Germania.



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Il 18 agosto un gruppo di tedeschi tentò una puntata di sorpre­sa contro il 2° Distaccamento partigiano, ma furono respinti dopo circa quattro ore di fuoco, lasciando sul terreno sette morti. Il giorno successivo, il 19 agosto '44, i partigiani del 3° -Distaccamento al comando di Tito, ricacciarono indietro le trup­pe tedesche nel mattino e verso le 15 pomeridiane, allorché queste tentarono un'ulteriore puntata offensiva. Tra i quindici morti tedeschi ci fu il comandante maggiore, ucciso dal cauca­siano Karaton. Venti furono i feriti. Intanto i partigiani rag­giunsero il grosso della Brigata, che dette battaglia tra Monte-Freddi e Monte Oggioli, tentando di accerchiare i nazifascisti. I tedeschi subirono la perdita di sette morti e trenta feriti. Durante un'azione di quella giornata venne colpita una macchina sulla strada per la Futa. Su di essa perse la vita il colonnello Fenn, comandante della Todt nel settore di Pietramala. Verso le ore 19 i partigiani si sganciarono dalla zona, in cui affluiro­no molti nazisti da Monghidoro, Firenzuola, Covigliaio, Monte Fendente, S. Benedetto Val di Sembro, Bruscoli, Madonna dei Fornelli e Castel dell'Alpi.

Per la morte di alcuni nazisti, uccisi il giorno precedente, le brigate nere, il 22 agosto fucilarono a Pian di Venola, Ettore Rovinetti e Marcello Burzi. Fu in una di quelle azioni che don Fornasini si prodigò eroicamente per salvare la vita a molte persone. Le SS avevano catturato circa una trentina di ostaggi per fucilarli. Don Giovanni, avvertito di quanto stava succe­dendo, mentre stava dicendo messa, scese al comando e tentò di salvare la vita a quei condannati per le ore 18. L'insensibi­lità nazista si mutò in stupore, allorché don Fornasini eroica­mente si offrì al posto delle vittime. Sorpresi da quell'atto del prete, i tedeschi graziarono diciotto civili, che furono inviati a lavorare alla Todt a Bologna.

Gli altri furono fucilati, assistiti fino all'ultimo da don Fornasini. Il mattino dopo, dimenticando gli ordini nazisti che i corpi dovevano restare insepolti a pubblico esempio, don Fornasini li raccolse, portandoli al cimitero di Malfolle. Sempre nell'agosto del '44, don Giovanni aveva detto alla cognata: "Corina, vuole andare a S. Martino? Lei va su e conse­gna questo biglietto a don Marchioni, al parroco che è all' altare a dire la messa!". La Corina con la Minelli e un'altra ragazza salirono immediatamente a S. Martino e consegnarono quel biglietto a don Marchioni. Cosa don Giovanni avesse scrit­to in quel foglio nessuno lo seppe mai, ma non é avventato af­fermare che il parroco di Sperticano avvertisse don Marchioni di qualche azione nazifascista o di qualche intervento a favo­re dei partigiani o di civili.

Eppure don Ubaldo Marchioni non aveva un gran coraggio in mezzo alle bombe e ai mitra delle SS. Spesso scendeva da don Fornasini e da tutta la sua persona traspariva la paura che aveva dentro.



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Per confermare ancora una volta l'impegno civile e partigiano di don Giovanni Fornasini, riportiamo cui un'ulteriore testimonianza in data 12 settembre 1944.

Il 16 giugno 1944 il valoroso prete partigiano don Gabriele Mario Bonani, parroco di Lagune, e tenente cappellano della 9^ Brigata "Santa Justa", accolse e nascose due prigionieri inglesi, scappati e ricercati dai nazifascisti: Stevenson Steffen, 25386 - N.Z.R.F. e Lery Hermans, 75067 - D.E.O.R., che cercavano di passare il fronte. Li nascose in un rifugio nel bosco, rifornendoli di viveri e di sigarette.

Ai primi di giugno si aggiunse ad essi l'ufficiale pilota sudafricano J.M.G. Anderson, N. 328517 (V), che si era salvato col paracadute durante un'azione della contraerea tedesca.

A causa delle continue perquisizioni nazifasciste e dei loro rastrellamenti, don Gabriele cercò una nuova sistemazione per i tre fuggiaschi.

Scrive don Gabriele (L. Bergonzoni, La Resistenza a Bologna, vol III, Bologna, 1970 Pag. 322):

"Essendo divenuta oltremodo pericolosa la vita nel bosco dei tre prigionieri e sempre più difficile l'azione di rifornimento devi viveri che io compivo quotidianamente, decidemmo di avviare i giovani al fronte, prendendo tutte le misure possibili di protezione e di assistenza. Mi collegai infatti con un altro sacerdote, don Fornasini di Sperticano, e deliberai di affidare a lui i tre prigionieri affinché li aiutasse a superare il fronte nei pressi della sua parrocchia. Il 12 settembre 1944, dopo quasi tre mesi di vita nel bosco, condussi io sesso i giovani in un punto sicuro dove, a notte inoltrata, don Fornasini avrebbe prelevato i prigionieri inglesi con la parola d'ordine "Christmas". Notizia pervenutami mi assicurò in seguito che i tre giovani riuscirono a passare il fronte in­columi. Don Fornasini nell'ottobre cadeva vittima dei nazisti”.

Poi, alla fine del settembre '44 arrivò l'ignominiosa ultima battaglia combattuta dai nazifascisti sui monti di Marzabotto.

 

VI.- Quadro riassuntivo della Brigata "Stella Rossa"

 

Per dare ai lettori un'idea di come poteva essere forma­ta una Brigata partigiana, abbiamo preparato qui una tabella riassuntiva della Stella Rossa.



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ORIGINI:

 

Data di origine ……… - 8/30 settembre 1943.

Prima base ………………………- Cà de Veneziani (Vado di Setta, Monzuno)

nell'abitazione di Emilio Musolesi il minatore e carpentiere padre del Lupo.

Base fissa …………………… zona di Vado Monte Sole.

Nome ……………………     Brigata “Stella Rossa", in onore di

                   un'omonima formazione Partigiana jugoslava

Primi organizzatori …Umberto Crisalidi, Giorgio Ugolini, Ma­rio

Musolesi (Lupo)

Primi Partigiani ………U. Crisalidi, G. Ugolini, M. Musolesi (il

                   Lupo), G. Musolesi (1910), Giovanni Rossi

(Gianni), Guido Tordi, Alfonso Ven­tura,

Franco Albertini, Cleto Comellini (Tito),

Sugano Melchiorri,(che si sgan­ciò dalla

brigata nel maggio-giugno '44, per formarne

un`altra), Giancarlo Betti, Duilio Mazza

(Piero), Olindo Sanmarchi (il traditore che

finanziò un sicario per uccidere il Lupo),

i fratelli Bugané, i Sabbioni, i Monti,

ecc,

Successivamente …………Gastone Rossi (1928), Bruna Musolesi, Anna

Maria Musolesi,Olga Musolesi (sorelle del

Lupo), Silvano Sandrolini, Secondo

Negrini, (Barba), Luigi Minelli, Otello

Musolesi, Renato Patuelli Giorgio Sternini,

i tre gappisti bolognesi Aldo Ognibene,

Ferruccio Magnani, Agostino Ottani, i

giovani di Lagaro superstiti della Brigata

Garibaldi gruppo "Buozzi" (luglio '44),

vari carabinieri del distaccamento di

Castiglione de' Pepoli, reparti di inglesi

liberati, 60 russi capitanati dal

caucasiano Karaton e molti altri di

Marzabotto, Grizzana, BoIogna, ecc.

 

ORGANICO DEI CAPI

 

Comandante ……………….. Ex sergente maggiore carrista M, Musolesi

(Vado,12/1/'14 – Cadetto di Marzabotto,

29/9/'44. Meccanico a Vado, si fidanzò con

Livia Comellini, morì lo stesso giorno dei

Lupo.



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Vice comandante ………….. Giovanni Rossi (Gianni).

Comandanati di battagliare o

di compagnia .........................Otello Musolesi, Alfonso Ventura, Cleto-Comellini (Cito),

Walter Tarozzi, Celso Menini, Antonio Gamberini,

Commissario politico

Responsabile ………………...Umberto Crisalidi (Bologna 1829).

Commissari politici di reparto..Giorgio Sternini ,(:Bologna 1921), Ferruccio Magnani (Giacomo)

Cappellano di Brigata ……….don Luigi Tommasini (attuale pre­sidente dell'Associazione

Mutila­ti di Bologna).

 

ORGANICO DELLA BRIGATA:

 

N° partigiani riconosciuti …… millecinquecentotrentotto

N° patrioti ................................centosessantuno

N° uomini …………………….milleseicentonove

N° donne ……………………..novanta

Totale complessivo …………..milleseicentonovantanove

 

CADUTI E FERITI PARTIGIANI:

 

N° caduti partigiani ………….. duecentouno

N° caduti donne ………………ventisei

Totale caduti ………………….duecentoventisette

N° feriti ……………………….centottantaquattro

 

OPERAZIONI DI GUERRA:

 

Azioni di guerra ………………settantadue

Rastrellamenti ………………...ventisei

Nazifascisti uccisi …………….milletrecentoundici

Nazifascisti feriti ……………..settecentodiciassette

Automezzi distrutti ……………sessantadue

Vagoni ferroviari distrutti ……..cinquanta

Assalti caserme ………………..sette

 

Sganciamento definitivo della Brigata: ore 10/19 del 29/9/'44, essendo stata dispersa dalle forze nazifasciste comandate dal maggiore Walter Reder, durante il primo giorno delle stra­gi di Marzabotto sulla cima di Monte Sole. Verso le ore 10 a Cadotto il Comando partigiano veniva disperso e verso le ore 19, terminato l'assalto nazifascista, la Brigata si sganciava definitivamente. Il Comando si spostò a Castiglione de' Pepoli con gli americani, altri si unirono a brigate limitrofe ed altri ancora si spostarono a Bologna.



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VII.- Il diario degli ultimi giorni di don Fornasini. La morte di don Ubaldo Marchioni e di don Ferdinando Casagrande.

 

Versò la metà di settembre W. Reder, passando da Bologna, coi suoi reparti occupò 1a zona delimitata dai paesi di Gardel­letta, Cà Bregada, Cà Concola, Rio Veggio - dov'era il comando -Molino, Brìgola e il XVIII° Km. della rotabile di Val di Setta. Vi rimase fino al 10 ottobre '44.

Il 16 settembre, in una località a Sud di Vado, Reder dette disposizioni severissime al capitano delle SS Max Saalfrank, per un prossimo attacco alla Stella Rossa, secondo gli ordini del feldmaresciallo Kesselring.

Però, verso gli ultimi dieci giorni del mese di settembre, mentre gli Alleati stavano raggiungendo la Val di Setta, i partigiani della Stella Rossa e le popolazioni aspettavano la partenza dei tedeschi da un momento all'altro. Ciò fu un'illusione. Il feld­maresciallo ritenne importante tenere ben salde le montagne bolognesi tra il Reno e il Setta e, perché rimanessero ben salde ordinò di fare un poderoso rastrellamento contro i parti­giani asserragliati sui monti di Marzabotto. I partigiani stet­tero comunque all'erta, fiutando il pericolo.

 

martedì, 26 settembre 1944.

 

Durante quella giornata don Giovanni aveva fatto avvertire il comando partigiano, che i nazifascisti stavano ritirandosi a nord. Anche altri informatori riferirono gli stessi partico­lari. I tedeschi, infatti, si stavano spostando, trascinando avanti a sé molti capi di bestiame e utilizzando carri agrico­li. Don Fornasini gioiva e suo fratello smaniava di riuscire finalmente a dormire nella canonica di Sperticano. La sua fa­miglia e il fratello prete - da quando le SS avevano cominciato ad impiccare alcuni civili anche a Sperticano - l'avevano si­stemato in montagna, accordandosi con don Ferdinando Casagrande e don Ubaldo Marchioni. I tedeschi però cominciarono a dare i sintomi del rastrellamento. Quel giorno dovettero soccorrere le brigate nere a Biolo di Vado (nella valle del Setta), a Capossena di Grizzana ove bruciarono viva una vecchia nella sua casa e fucilarono un vecchio a Lama di Reno.

 

mercoledì, 27 settembre 1944.

 

Quel giorno i tedeschi presero di mira coi loro cannoni il crinale di Monte S. Barbara, ove c'erano gli avamposto della Stella Rossa. Si divertivano a colpire le case dei contadini , e a centrare anche la chiesetta di S. Barbara.

Allorché riuscirono a colpirla, dopo aver sparato più tiri, il cannone s'inceppò, rimanendo danneggiato.



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Don Fornasini, che s'avvide di quell'avventura, si mise a ri­dere e, tutto allegro, disse che quel fatto non se lo sarebbe scordato mai e che, finita la guerra, l'avrebbe raccontato a tutti.

 

giovedì, 28 settembre 1944.

 

Durante quel giorno a Pioppe vennero uccisi alcuni nazifascisti. Per quello scontro Pioppe subì una poderosa azione di rappresaglia, col rastrellamento di molti uomini.

Nel pomeriggio, verso le 16 i tedeschi andarono a prelevare maiali e prosciutto da un contadino di Sperticano, nella località detta Casetto. I partigiani, appostati sopra il paese, tra gli alberi delle pendici di Monte Sole, videro quell'azione e tirarono ad un tedesco, ferendolo ad un braccio. Quel luogo era a poche centinaia di metri dalla canonica di don Fornasini. I contadini corsero subito da lui: "Hanno ferito un tedesco! Siamo rovinati!" rispose il parroco, "Per ogni te­desco ucciso, dieci dei nostri!", e corse subito al comando tedesco di Marzabotto, cercando di fare qualcosa. Offrì loro del denaro, della roba e delle bestie, cercando di minimizzare quel ferimento, come un accidente fortuito e chiedendo che non commettessero rappresaglie nella parrocchia. Non ci fu niente da fare. Nei due giorni successivi anche Sperticano e i luoghi vicini e sovrastanti subirono la furia nazista. Quella seta G. Rossi, don Ubaldo Marchioni, don Casagrande, Pietro Rubini, Luigi Fornasini, il vecchio Luigi Casalini e moltissimi Partigiani aspettarono il lancio promesso degli Alleati.

Questi lanci erano il frutto di un collegamento con l'OSS (Office Strategic Services) alleata, avvenuto per un accordo stipulato tra il Lupo e un graduato della Marina Italiana; col­legato con gli Alleati. Nel marzo del '44, anche Guido Musolesi, per mezzo di uno sfollato che si faceva chiamare Nico­letti e altre due persone, fu messo in contatto con l'OSS. I lanci - fatti sempre da aerei alleati - erano predisposti mediante accordi del C.L.N. e alcune parole d'ordine trasmesse da radio Londra, per ingannare i tedeschi, ("Guido ascoltaci sempre", “Mario si prepari". - che- significava il preparamento del lancio e-"Gli uccelli cantano" - che era l'avvertimento di un lancio per quella notte).

Il lavoro veniva fatto di notte, da Polverara a S. Nicolò della Gugliara e il lancio si attuava nelle strade e nei cam­pi vicino a Gardeletta (Marzabotto).

Prima del lancio notturno, i partigiani occupavano la zona e predisponevano dei fuochi accesi triangolarmente erano i se­gnali di attesa.

Ogni lancio era formato da 36 paracadute, che reggevano dei



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fusti cilindrici. Dentro c'erano armi, munizioni, tritolo, in­dumenti e viveri.

Varie volte quel materiale paracadutato dovette essere nascosto, per le vicine postazioni dei nazisti, e preso in seguito. A volte i partigiani furono sottoposti a lanci di spezzoni in­cendiari da parte di aerei spie tedeschi.

Quella notte passarono molti aerei, ma l'attesa fu vana.

Gli uomini sfollati su quelle montagne dormivano come potevano o sotto gli alberi o in capanne di fieno.

La notte tra il 28 e il 29 il cielo fu pieno di nuvoloni e la pioggia cadde a dirotto. Il vento sibilava fortissimo tra gli alberi di Monte Sole. Le sentinelle partigiane stettero all'erta ugualmente: il Lupo aveva detto di vigilare in continuazione­.

 

venerdì, 29 settembre 1944.

 

Nelle ore buie di Quella giornata, verso le 4,30, i tede­schi, coordinati dal maggiore W. Reder, partendo da Gardeletta, Quercia, Pian di Setta, ecc. - cominciarono il loro mas­siccio rastrellamento contro i partigiani della Stella Rossa, e una vergognosa carneficina, su per le pendici di Monte Sole. Un reparto di SS raggiunse il comando a Cadotto e i partigia­ni ivi radunati col Lupo, dovettero scappare. I tedeschi, comunque, per un momento dovettero indietreggiare.

Man mano che il tempo passava, i partigiani asserragliati sulla cima con molti sfollati, cominciarono ad avere notizie più precise. Arrivò il partigiano Socialista ferito a un fian­co, portando anch'egli brutte notizie.

I fatti tragici, avvenuti durante questa e le successive gior­nate, li abbiamo già riportati altrove e non stiamo qui a ri­peterli.

Verso le 8 don U. Marchioni e don P. Casagrande, avendo saputo degli eccidi che i nazifascisti venivano compiendo, dissero a Luigi Fornasini: "Vai verso Casaglia, che poi ti raggiungere­mo.-Bisogna andare alla chiesa a prelevare il Santissimo, prima che vanga profanato dai tedeschi!". Luigi Fornasini andò da solo verso Casaglia. Giunto presso un grande crocione di ferro ove c'era un trivio (una strada conduceva a Casaglia, una a Sperticano e l'altra sulla cima del monte), il partigiano Otello, armato di Sten, lo fermò -"Dove vai?"- gli chie­se. Luigi rispose: "Devo andare alla chiesa di Canaglia, perché don   Marchioni e don Casagrande devono andare a prendere l'ostia consacrata. Sono il fratello di don Giovanni". E Otello. "Nò, tu vai su di lì! Anche se fossi il fratello dello Spirito Santo, vai su in montagna. E' l'unico posto sicuro". Luigi fece come gli fu ordinato e si salvò la vita. Poco più tardi, verso le 9, veniva compiuto dai tedeschi un orrendo



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massacro nella chiesa e nel cimitero di Casaglia. Don Marchioni perì in chiesa, mitragliato e decapitato dalla mitraglia tede­sca, quindi carbonizzato dal fuoco.

Verso le 10 i tedeschi riuscirono a disperdere completamente il comando partigiano, ma fortunatamente non osarono raggiungere la cima di Monte Sole. Lassù, assieme a Socialista, a Luigi Fornasini, a Luigi Casalini, un geometra di Sperticano, c'era­no moltissimi partigiani e sfollati, tutti accerchiati, che non sapevano da che parte fuggire.

Disperso il comando partigiano, i nazifascisti non avevano ormai alcun più motivo plausibile di continuare quello spaven­toso rastrellamento, ma le stragi continuarono e Monte Sole fu bersagliata dal fuoco dei mortai, dalle granate e dalle bombe dirompenti.

Nel caos di quelle ore furibonde, il Lupo scomparve. E' stato detto che morì, ucciso dai tedeschi, ma non é improbabile che sia stato ucciso da un "partigiano" spurio, per incassare la taglia posta su di lui.

Infatti il Lupo aveva subìto già altri due attentati. Il primo ­fu finanziato da Olindo Sanmarchi, brigadiere di polizia, militante della brigata nera e partigiano della prim'ora, il quale assoldò un certo Amedeo Arcioni, che poi tentò di pu­gnalare il Lupo e il vice-comandante Gianni Rossi, mentre era­no appisolati. Furono salvati dal pronto intervento di Alfonso Ventura, che freddò il sicario col revolver. Una seconda volta Gianni Rossi smascherò il tentativo di un sicario di avvelenare il Lupo. Gli trovò nei risvolti della giacca alcune pastiglie di veleno.

Quel giorno, intanto, i nazifascisti rastrellarono anche un centinaio di persone a Pioppe, per l'uccisione di alcuni commilitoni il giorno precedente.

Verso le ore 14 Socialista scese alla canonica di don Forna­sini, che gli preparò il proprio letto, cercando di curarlo e bendarlo.   

La famiglia seppe così che Luigi era sfuggito al rastrellamento ed era vivo sulla cima di Monte Sole. Verso le 16 arrivò in canonica una donna di Malfolle, tutta agitata e scon­volta, a cercare il parroco. Tutta in lacrime gli chiese di intervenire presso i tedeschi a Pioppe, per salvare suo marito, che era stato preso in ostaggio con molti altri.

Cercando di calmarla, don Fornasini non pensò a quello che i tedeschi stavano facendo in tutta la zona, al fatto cioé che ramazzavano quanti incontravano. -"Stia tranquilla"- le disse - prendo la bicicletta e ci vado subito.

Sceso da padre Collia, il parroco di Pioppe, si precipitò al comando. Vennero entrambi arrestati e rinchiusi in una stan­za separata, sotto la minaccia di essere uccisi se non dice­vano dove erano i partigiani.



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Quel giorno in canonica nessuno ebbe notizia ove si trovasse il parroco. Verso le 17/19, i partigiani s'erano definitivamente sganciati e, durante la notte, gli sfollati e i partigiani che erano rimasti sulla cima di Monte Sole, videro tutta la vallata sottostante in un bagliore di fumo e di fuoco. Tutti i super­stiti, raccontando quella vicenda, affermano che ci si vedeva come se fosse giorno.

Luigi Fornasini dormì lassù e Socialista, per non farsi trovare in canonica ed evitare ulteriori massacri, si sistemò sotto una catasta di fascine, presso la cappella della chiesa.

 

sabato, 30 settembre 1944.

 

Verso le 3, a notte fonda, Luigi Fornasini volle scendere a Sperticano. Le donne sentirono un leggero picchiettio alla porta e gli andarono ad aprire. Luigi era sceso con altri compa­gni. Venne sistemato in soffitta.

La mattina volle scendere da quel vano. I bombardamenti, gli aerei e gli scoppi rimbombavano dappertutto e non si sentiva tranquillo. Si sistemò allora nel rifugio, sotto la stalla della canonica. La botola di chiusura l'aveva preparata Giovanni Casalini, il figlio di Luigi Casalini. Laggiù erano state ammonticchiate le mele e gli uomini si accovacciarono tra quel­le.

Socialista se n'era già andato e le donne fecero scomparire le macchie di sangue che erano rimaste attorno.

Quel giorno i tedeschi presero di mira anche la parrocchia di Sperticano e la depredarono dei maiali, del vino, e del pane che c'era. Portarono via anche la bicicletta del prete.

I nazisti fecero trasportare tutta quella roba nella scuola di Pian di Venola, dalla Corina, dall'Isabella Minelli - una sfol­lata - dai genitori di questa e dall'Anna Zappoli. A mezzogiorno quelle donne dovettero anche pulire le galline e preparare il pranzo ai tedeschi. Intanto la Corina seppe che don Fornasini era a Pioppe e che i tedeschi gli avevano preso le scarpe e lo mandavano a Bologna. Poco dopo il pranzo riusci­rono a rientrare a Sperticano.

Verso le 15 la Corina volle andare e Pioppe, per rintraccia­re il cognato, ma era appena arrivata a Sibano che se lo vide venire incontro assieme a padre Collia, entrambi sudati e col fiato grosso. Padre Collia nei piedi aveva un paio di scarpe dell'esercito e don Fornasini un paio di ciabatte, che aveva avuto da una donna lungo la strada, la Carolina.

"Corina", - disse don Fornasiní tutto sconvolto - "a Pìoppe i tedeschi hanno rinchiuso una cinquantina di persone e non so come andrà a finire!". La Corina allora disse: "E qua da noi? Castellino brucia, a Colulla, a Tagliadazza e a S. Martino e tutto attorno ci sono dei morti! I tedeschi hanno portato



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via i viveri e le bestie e, le hanno preso anche la bicicletta! L'hanno portata alla scuola di Pian di Venola".

Erano ormai giunti vicino alla scuola e don Fornasini disse: "Non posso farci niente. Bisogna che vada giù a Bologna e vede­re cosa posso fare lì".

Quindi svoltò all'improvviso verso la scuola, andandosi a ri­prendere la bicicletta. Poi disse alla cognata: "Corina, ha il coraggio di riportarla a casa?" e lei assenti. Infine le disse: "Senta Corina, mi raccomando che i parrocchiani non vadano attorno alle campane! Dì alla donna di servizio che non vadano in campanile, per l'amor di Dio! Quando ritorno, ritorno. Io debbo andare a Bologna e vedere se posso fare qualcosa".

In chiesa, in canonica e nel rifugio c'erano uomini e sfolla­ti, poteva succedere il peggio.

Mentre la Corina se ne tornò a Sperticano con la bicicletta del cognato, i due preti –sempre a piedi- s'incamminarono alla volta di Bologna. La Corina, arrivata sulla piazzetta della chiesa, vide alcuni tedeschi che erano seduti sotto il picco­lo portico.

Precipitatasi dentro la casa, del postino Angelo Bertuzzi, nascose la bicicletta, quindi pensò di provare di rientrare in canonica. Non poteva lasciare abbandonata a sé stessa la figlia di sei anni.

I tedeschi non le fecero nulla. La Corina si rimpiattò dietro un finestrino ovale sulle scale e guardò fuori.

Dovette assistere al massacro di Mercedes Bottini, di Tomma­sina Marchi e dei due rispettivi figli, il primo di due e l' altro di dieci anni. Quei corpi vennero buttati sopra un fienile, cui venne appiccato il fuoco. Il marito della Mercedes, nascosto nelle vicinanze a poca distanza, dovette assistere a quella scena senza poter fare qualcosa.

Quindi i tedeschi piazzarono tutt'intorno al piazzale una dozzi­na di mitragliatrici, puntate contro i muri della canonica e del­la chiesa e stesero dei cavi, forse collegati a delle mine. Probabilmente volevano far saltare ogni cosa. D’altronde le SS anche quel giorno massacrarono molti parrocchiani e molti civi­li dei dintorni.

In canonica salì un tedesco. Passò tra gli sfollati e i bam­bini ivi raccolti, ispezionò gli ambienti, poi tornò fuori senza far nulla. Quei tedeschi probabilmente sapevano che erano nella parrocchia di don Fornasini e forse ebbero ordine di non compiere alcun massacro.

Sapevano che il prete di Sperticano era in contatto col coman­do tedesco a Bologna e che girava come voleva con il suo rego­lare lasciapassare. Non si comprenderebbe, infatti, perché i tedeschi evitarono un'ulteriore strage nella chiesa e nella canonica di Sperticano e due giorni prima vi era stato perito un loro commilitone, ma la rappresaglia era stata già fatta.



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Sul terrazzo della scuola il vecchio Giovanni Minelli, calcan­do i piedi sul pavimento, che nascondeva gli uomini dentro il rifugio - e tra i quali c'era anche il fratello del prete diceva ad alta voce, perché sentissero: "Fasi curag, ragazz, che morem tott!". E ripeté quelle parole più volte. Sotto, Pietro, Francesco, Dario, Agostino e Luigi Fornasini sentirono e ten­nero consiglio. Se i tedeschi avessero dato fuoco, loro sareb­bero morti soffocati dentro quel vano. Decisero unanimemente che, in quel caso, avrebbero fatto un buco e tentato di uscire di lì, comunque andasse.

Verso sera Mario Zebri e suo figlio Pietro - dopo aver gira­to a lungo per i campi - si diressero alla chiesa di Sperti­cano, per cercare don Fornasini, ma il parroco era via. A riguardo di Mario Zebri, riporta l'Olsen (Silenzio su Monte Sole, Garzanti, paga. 252): "Quando Gaetano (Rosa) e sua moglie Enrica Quercia l'avevano adottato, Mario aveva tredici mesi ed era in un brefotrofio; non aveva conosciuto altri genitori e i Rosa lo avevano trat­tato come fosse stato del loro sangue. Con uno sforzo di volontà cercò di scacciare dalla mente il pensiero che i suoi vecchi,     quasi tutte le sue persone care, fossero morti. Si sforzò di ricordare tempi migliori e uno dei ricordi lo fe­ce persino ridere un po'. Solo pochi giorni prima era stato a trovarli don Giovanni Fornasini, il prete di Sperticano, che aveva detto a Mario: "Tu sai che io non dovrei rivelare quello che mi é stato detto in confessione, ma una volta tanto voglio fare un'eccezione alla regola. Ieri é venuto a trovarmi il tuo vecchio babbo Gaetano, e come al solito gridava talmente forte che metà della chiesa ha potuto sentire i suoi peccati. Quando ebbe finito, gli ho detto: "Sai Gaetano, per andare in paradiso dovrai fare una quantità di opere buone." E lui: "Mi dica, reverendo, quando uno fa un vino perfetto, un vino squisito, lei ritiene che abbia fatto un'opera buona?" Allora io gli ho detto: "Be', in un certo senso si potrebbe dire anche che ha fatto un'opera buona, per lo meno nei confronti di quelli che berranno il vino.".

Allora tuo babbo ha gettato la testa indietro e, ridendo così forte che devono averlo senti­to dalla fontana, mi ha detto: "Ehi, reverendo, allora io sa­rò scaraventato in cielo. Ho bevuto più opere buone io in vita mia di qualsiasi altro! Mia sono scolato migliaia di opere buone". E se n'é andato senza aggiungere una parola".

Quella notte in canonica i presenti recitarono il rosario, secondo la consuetudine e, verso le 22/23 I tedeschi se ne andarono.

Forse controllarono che don Fornasini non fosse rientrato in canonica. E' probabile che a Pioppe i tedeschi gli avessero intimato di andarsene a Bologna, se non voleva fare la fine degli altri massacrati.



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Questo può anche spiegare perchè le SS si piazzarono nella piazzetta della chiesa attorno alla fontanina e se ne stet­tero li fino a tardi.

Appena i tedeschi se ne andarono le Corina e la Paolina di Pie­tro decisero di recarsi alla botola, per trarre fuori i loro mariti e gli altri uomini. "Andiamo a levarli quegli uomini murati laggiù? Io non me la sento di lasciarli lì. Ha coraggio di venire, Corina?" disse la Paolina. "Ma non vede che fuo­ri è giorno?" -rispose la Corina, indicando il bagliore degli incendi - "Beh! Facciamoci coraggio e andiamo ad aprire la botola!". Così gli uomini vennero tirati fuori. La Corina e il marito addirittura si preoccuparono di chiudere anche la porta esterna, perchè dentro la stanza era piena di libri.

 

domenica, 1 ottobre 1944

 

Verso le 4 gli uomini che erano rifugiati in canonica, sen­tendo il cannone che aveva ripreso a sparare dalla villa conte d'Aria, non si sentirono tranquilli e tornarono in montagna. Anche Luigi Fornasini volle seguirli, ma la Corina si oppose e, scongiurandolo di restare, gli disse: "Non andar via! Stai nascosto su in soffitta oppure vai a lavorare con la Todt!". Luigi rimase e si appisolò. La mattina Luigi ci ripensò su e disse alla Corina : "Ma cosa m'hai fatto fare? Come faccio ora a tornare in montagna, che non la conosco e adesso sono rima­sto solo!". Decise allora di scendere a lavorare con la Todt, insofferente e poco tranquillo di starsene in soffitta ove il fuoco dell'artiglieria e il rombo degli aerei facevano rintro­nare tutto e scoppiare i timpani.

Scese alla stazione di Marzabotto accompagnato dalla mam­ma della Zappoli. Durante quella giornata un tedesco andò ad avvertire quelli della canonica di Sperticano che avrebbero distrutto tutto. La Corina e i presenti scesero a Pian di Venola. La donna di servizio volle restare assieme alla madre Geltrude. Diceva: "Morire qua o Pian di Venola è la stessa cosa. Se dobbiamo morire, tanto vale di restare qui?" e le due donne non si mossero dalla canonica.

Verso le 13 la Corina e le altre donne ritornarono a Sperticano: non era successo nulla, ma nei dintorni pochi erano i superstiti.

Fu quello il terzo giorno delle stragi di Marzabotto, gli aguzzini tedeschi esaurite le loro voglie assassine comincia­rono a prendere la strada del ritorno. Alle superstiti le SS, ripetendo un insolito ritornello, dicevano che erano stati loro a proteggerle e raccomandavano di tacere su quelle gior­nate di sangue, perchè loro dovevano andar via ed essere rimpiaz­zati dalla Wehrmacht, l'esercito regolare tedesco. Se gli ap­partenenti alla Wehrmacht avessero chiesto alle superstiti chi avesse compiuto quelle stragi esse dovevano dire che erano stati



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i partigiani - così le SS intimarono alle superstiti.

 

lunedì, 2 ottobre 1944

 

Durante la mattina gli scampati alle stragi cominciarono a seppellire i morti nei cimiteri o dove potevano - vicino al­le case e nei campi. Cercarono anche don Fornasini, ma questi, non era ancora tornato. I familiari lo aspettavano.

Quel giorno il maggior Reder -tramite le brigate nere o le SS- aveva infatti dato comunicazione che i morti potevano essere seppelliti.

Don Fornasini arrivò in canonica dopo mezzogiorno. In genere, allorché scendeva a Bologna, tornava sempre a quell'ora, anche per via del coprifuoco che cominciava nel pome­riggio inoltrato. Vide tutta la parrocchia rovinata dagli incendi e dai bombardamenti e venne a sapere delle stragi fatte dai nazifascisti nei dintorni e nella sua parrocchia. Un centinaio e più di civili, circa la metà della sua, era­no stati massacrati. Verso le 14, ancora tutto sudato e scon­volto, si mise ad aiutare le donne anziane    superstiti, che avevano perso le loro famiglie, zappando con loro la terra e seppellendo i cadaveri che, avvolti tra le lenzuola, dalle donne venivano raccolti qua e là, nelle case e nelle campagne e portati a birocciate al cimitero di Sperticano e a quello di San Martino. Venne scavata una lunga fossa e lentamente quei morti venivano seppelliti.

Quel giorno don Fornasini tornò a Sperticano senza il suo lasciapassare e, allo scattare del coprifuoco, verso le 17, rientrò in canonica.

Non poteva uscire senza quella carta. I nazifascisti ne avreb­bero approfittato per ammazzarlo senza indugi. Luigi, intanto continuò a lavorare alla Todt. Più che un lavoro, quello era un girare su e giù per la ferrovia con gli strumenti in mano e un subire calci in continuazione nel sedere.

 

martedì, 3 ottobre 1944

 

Anche per tutto quel giorno don Fornasini continuò a seppellire quella catasta di morti che non finiva mai. La notte dormì in canonica, spossato dalla fatica.



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mercoledì, 4 ottobre 1944

 

La mattina presto don Fornasini decise di ritornare a Bologna per riprendersi il suo lasciapassare. Maria Guccini, la madre - che si preoccupava sempre allorché suo figlio si assentava - gli disse: "Stai a casa, don Giovanni! Ti ammazzano!". E lui. "Non posso mamma. Debbo andare a prendere la carta. Son venuto via di nascosto. Bisogna che torni a Bologna in tutti i modi!". La Carolina lo accompagnò, fungendogli da staffetta ed entrambi partirono alla volta di Bologna, uno avanti e l'altra dietro in bicicletta.

Don Fornasini non poteva assolutamente girare senza quel lasciapassare e i tedeschi, dopo i fatti di Pioppe, allorché avevano imprigionato don Fornasini, gli avevano intimato di andare a Bologna e di non rientrare più a Sperticano. Il clero bolognese e il cardinale l'avevano consigliato di non muoversi ma lui non prestò attenzione e ritornò all'insaputa di tutti.

Anche don Angelo Serra non sapeva nulla. Il giorno preceden­te, il 3 ottobre, era salito col medico condotto di Marzabotto, il dott. Arturo Dalmastri, a Sperticano. Andarono a soccorrere una donna la quale aveva subìto una schioppettata in un occhio. S'imbatterono nei primi morti e videro i massacrati di Taglia­dazza. Don Serra decise di portare quella donna all'ospedale, utilizzando una macchina a carbonella della cartiera di Lama di Reno.

Il 4 ottobre don Serra e il dottore condussero quella donna al ponte di Sperticano, ma non s'incontrarono con don Forna­sini. Anzi, credevano che il parroco di Sperticano fosse a Bo­logna.

giovedì, 5 ottobre 1944.

A Cà di Biguzzi quel giorno vennero rastrellate 23 persone. Tra esse molti erano gli scampati alle stragi di Casaglia e di Caprara: questo fu il dramma atroce di quel rastrellamento. I nove uomini presenti furono fatti uscire dal rifugio e con­dotti a lavorare dai nazifascisti per circa due ore. Intanto le donne, i bimbi e i vecchi, vennero massacrati. Quindi, i nove uomini furono fatti rientrare. Perquisiti e derubati di quanto avevano, vennero poi fucilati alla schiena. Il muratore Domenico Betti, ferito al collo, si salvò fingen­dosi morto.

La mattina don A. Serra, partito da Panico, andò a Bologna al seminario diocesano di Villa Revedin, per prendere don Fornasini.

 


 

 


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Ritornò a Panico verso mezzogiorno, in macchina. Con lui e don Fornasini c'era anche padre Memolo, che stava a Pioppe e prestava servizio a Sibano. Prima di salire a Sperticano don Serra disse a don Giovanni: "Vedi, siamo in un momento terribile, noi preti siamo pedinati e sorvegliati Qualsiasi passo facciamo. Dobbiamo muoverci solo quando il nostro impegno di parroci ci obbliga a muoverci, perché altrimenti potremmo essere causa di ulteriori disagi. Perciò, vai a Sperticano, stai li fermo, sperando che presto finisca questa guerra e che i tedeschi se ne vadano!".

Don Fornasini che era stato mandato dai tedeschi a Bologna, e che era incorso in serio pericolo, promise di non muoversi. Poco dopo mezzogiorno don Giovanni rientrò in canonica arrivando da Bologna. Quando girava in bicicletta, si tirava su l'abito nero e se lo attorcigliava attorno ai fianchi, così esso gli si rigonfiava all'indietro.

Tutti gli scampati se lo ricordano così quel prete instancabi­le, che con la sua inseparabile bicicletta se ne andava dove vo­leva.

Quel giorno suo fratello finì di lavorare giù in ferrovia. Era uscito un proclama di Graziani, in cui si affermava che l'armisti­zio era stato un tradimento, che la guerra non era finita e che gli uomini dovevano presentarsi ai comandi militari.

La sera dormì ancora a Marzabotto, nell'attuale palazzo dell'oro­logio.

 

venerdì, 6 ottobre 1944.

 

E' l'ultima settimana del parroco di Sperticano. La mattina Luigi Fornasini si fece accompagnare in canonica da un certo Pietro, dandogli 500 lire. Non ne voleva più sapere di stare a Marzabotto, anche per il proclama di Graziani.

In canonica rivide il fratello, che già pensava di ritorna­re a Bologna.

"Non posso star fermo, io ho bisogno di muovermi. Sarebbe meglio che andassi a fare il cappellano giù a Bologna, piuttosto che restare parroco qui!".   E questi: "Cosa vuoi fare? Ma va là ! -Bada bene a quello che fai. Qui siamo in due e bisogna che uno resti. C'é una famiglia da mantenere!".

Don Fornasini rispose-." Allora vado giù a Bologna dal cardinale per avere il permesso di seppellire i morti! In canonica tutti cercavano di trattenerlo e di calmarlo.

Don Fornasini era cambiato. Tutti quei morti che aveva già seppellito gli erano sempre presenti, i suoi rischi tra le SS e le sue corse impavide al comando tedesco avevano scosso

 

 


 


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il suo sistema nervoso e quelle orribili giornate di guerra gli tornavano alla memoria. Arrivò alla parrocchia di Sperticano con altri sogni e tante cose da fare. La guerra gli aveva di­strutto quei sogni, mettendogli a repentaglio la vita, ma lui restò e giocò la sua partita con la morte.

La madre disperata tornò a ripetere quanto da tempo era solita dirgli: "Don Giovanni ti ammazzano. Stai a casa!".

 

sabato, 7 ottobre 1944.

 

Il ricordo di queste due giornate è sfumato alla memoria dei superstiti e noi qui lo scriviamo per onestà storica. Il ricostruire queste giornate non é stato un compito facile e i lettori sapranno capirmi e quante sono riuscito a ricuci­re l'ho verificato più e più volte, finché tutti i particolari non vennero fuori chiari e nitidi. I fatti riportati sono tutti accaduti realmente nel tempo in cui li abbiamo ordinati, ma quest'ultimo particolare - d'altronde assai marginale - è ri­masto sfuocato: cioé se don Fornasini il 6 scese a Bologna e il 7 ritornò a Sperticano dopo mezzogiorno, come era suo co­stume. Il colloquio col fratello é invece ben ricordato.

Sia che don Fornasini il 6 sia o non sia andato a Bologna, egli, per il pomeriggio del 7 era inequivocabilmente a Sperticano, per via di quanto si verificò il giorno successivo. Di questo i superstiti sono certi e dobbiamo dare atto alla loro memoria, dopo trent'anni da quelle vicende.

 

domenica, 8 ottobre 1944: il probabile giorno della morte di don F. Casagrande e l'arrivo delle

SS nella canonica di don Fornasini.

 

Dall’8 al 14 ottobre il feldmaresciallo Kesselring aveva or­dinato una "settimana di lotta", che poi durò per tutto l'in­verno 1944/45.

A Cerpiano s'era già installato sul versante sud-orientale di Monte Sole il comando delle SS. Quella domenica anche alle fal­de della parte nord-occidentale di Monte Sole, ossia a Sperti­cano arriva un avamposto di SS.

I tedeschi occuparono la casa del postino Angelo Bertuzzi, la canonica e la chiesa di don Fornasini e metà delle abitazioni del paese. Verso le 15, infatti, nella canonica di don Fornasini arrivò e si sistemò il comando del reparto che faceva ca­po ad un capitano delle SS basso e tozzo. Appena questi entrò in canonica, accompagnato da due SS, si portò immediatamente nello studio del parroco, che gli fece vedere il suo lascia­passare fatto a Bologna. Cominciò a gettare in terra o a scaraventare da tutte le parti i libri di chiesa e di studio di don Fornasini, sfasciandoli senza tanti complimenti.

 



 

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Mentre le donne presenti in canonica - cioé Maria Guccini, la madre del prete, Corina Bertocchi Fornasini, la cognata - Maria, la donna di servizio, Geltrude, la madre della donna di servi­zio, e le due sfollate Anna Zappoli e la Carla riuscivano in qualche modo a recuperare frettolosamente i libri e a traspor­tarli dove potevano o in chiesa nella scuola vicina don For­nasini si struggeva, "Ma perché, devo vedere un lavoro così! Ci sono altre camere, venite, vi accompagno!". Non ci fu niente da fare. Il parroco sapeva qualcosa di tedesco e portava sempre con sé un dizionarietto tascabile italiano-tedesco e tedesco italiano. Il capitano gli disse: "Bene, Pastore, lei mi farà scudo e mi accompagnerà a S. Martino al fronte. Verrà con me!". Don Fornasini assenti, senza dire parola.

Il capitano dormiva nello studio del parroco e 12 donne della canonica gli preparavano la camera e dovevano essergli sempre a disposizione. Gli facevano il letto, pulivano lo studio, gli spolveravano la scrivania e mettevano a posto gli incartamen­ti che aveva sulla scrivania, su cui le SS avevano collocato anche la radio ricetrasmittente. Dovevano anche accudire alle loro divise e pulirle.

Gli altri militari di truppa si erano invece sistemati nella scuola, ove erano state preparate circa una quarantina di brandine.

Gli ufficiali e gli attendenti avevano invece occupato alcune stanze della canonica. Erano in sette. Nella piazzetta della fontana, antistante alla chiesa, era stata sistemata un'infermeria da campo.

Intanto don F. Casarande era nascosto dalla fine di settembre con la famiglia (il padre, la madre, tre sorelle e un fratel­lo) a S. Martino, in un rifugio che don Fornasini conosceva bene. Per questo, forse, don Fornasini cercava di poterlo raggiungere e parlava di lui.

L'8 ottobre una delle sorelle uscì dal rifugio, ma venne ucci­sa da un colpo di granata. Don Casagrande decise allora di scendere al comando e chiedere un lasciapassare per sé e i

suoi e raggiungere la Quercia, In quel viaggio lo volle accom­pagnare la sorella Giulia, maestra d'asilo della Gardelletta. Don Casagrande e Giulia, non tornarono più al rifugio. Le SS li uccisero con un colpo di pistola alla nuca, nel bosco. I familiari rimasti al rifugio non vedendoli tornare, deci­sero di partire durante la notte, per riuscire ad attraver­sare il fronte. Poco dopo una cannonata feriva il padre e uccideva la madre, la terza sorella rimasta viva e l'altro fratello del prete. Il cadavere di don Casagrande venne rintracciato nel bosco, nell'aprile del '45 e, secondo altre testimonianze, anziché l'8, fu ammazzato il 9 ottobre.

 



 

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lunedì, 9 - mercoledì, 11 ottobre 1944

 

Da quando le SS occuparono la canonica, don Fornasini era cambiato, inebetito e parlava poco. Non poteva più muoversi come in precedenza e la canonica ere diventata per lui una prigione. Allorché chiedeva di allontanarsi per compiere i suoi doveri, non subiva che rifiuti. Durante quelle giornate tra l'8 e il 12 don Formaggini diceva con i suoi in canonica: "Io debbo andarle a S. Martino, perché voglio vedere don Casagrande. Don Marchioni sappiamo già che l'hanno ucciso, ma don Casagrande é ancora vivo. Devo riuscire a vederlo".

Lungo il corso di quelle tristi, monotone e angosciose giornate il tempo era brutto. Pioveva e le SS non avevano più avuto ordine di uccidere i civili e nemmeno di eliminare i superstiti.

Durante quelle notti, nella scuola vicino alla chiesa di Sperticano le SS cantavano, suonavano e si ubriacavano fino a tardi. Ogni mattina la Corina trovava sempre nella scuola una dozzina di bottiglie vuote.

Le SS tentarono anche di adescare le donne della canonica, ma dopo inutili tentativi, dovettero desistere. Quelle donne passa­vano per familiari o nipoti di don Fornasini.

Il parroco di Sperticano era in una situazione imbarazzante.

Aveva i tedeschi in casa, e rintanati dietro l'organo della chiesa c'erano tre uomini, tra cui suo fratello. Allorché du­rante il giorno quei tedeschi se ne andavano in perlustrazione, don Fornasini saliva all'organo e portava da mangiare a quegli uomini. Forse don Fornasini fiutò il pericolo che i tedeschi l' avrebbero ucciso. Era praticamente imprigionato in canonica e ormai sapeva troppe cose su quel comando e su i suoi spostamen­ti. D'altronde pare probabile che i tedeschi avessero avuto sen­tore, da qualche spiata repubblichina o da qualche prezzolato collaborazionista, delle sue attività, anche palesi, in favore dei partigiani e degli sfollati. Don Fornasini scese spesso a Bologna ed é pensabile che qualcuno tenesse sotto controllo o fosse informato sugli spostamenti suoi e degli altri preti del­la zona.

Essi infatti avevano possibilità di spostarsi e molti preti erano autorità fidate sia dei partigiani che degli sfollati e della popolazione.

 



 

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VIII.- L'assassinio di don Giovanni Fornasini.

 

giovedì, 12 ottobre/ notte 12-13 ottobre 1944

 

La mattina le donne della canonica scaldarono il forno per preparare i dolci da servire in tavola agli ufficiali nazisti. Come al solito, don Fornasini pranzò assieme alle donne nella camera dirimpetto alla cucina e che era adibita, oltre che per dormire, anche a quello scopo.

Durante quel pomeriggio un gruppo di tedeschi entrarono in ca­nonica e chiesero del pastore.

Il parroco arrivò col suo dizionarietto tascabile e ascoltò che cosa volevano. Erano molto gentili in quell'occasione. Volevano festeggiare il compleanno del loro capitano e, avendo pensato di preparare una bella festicciola, dissero che potevano par­tecipare anche le donne che erano in canonica. Quella richiesta era un galante invito formale e don Fornasini, un poco perples­so per quell'insolita novità, rispose che non aveva niente in contrario. Il suo rifiuto poteva significare il suo disappun­to nei loro riguardi e suonare anche come un'offesa nei con­fronti del capitano, e si era in guerra. Sapeva che nelle sue mani, per quanto poteva, era in ballo la vita di molti sfolla­ti e anche la sua.

Poteva anche essere una trappola, per smascherare il suo antifascismo e le sue attività, di cui certo erano a conoscenza, Ma la festa ci fu davvero.

Quel pomeriggio, circa le 16/17, don Fornasini salì all' organo ove era il fratello e gli raccontò il fatto. Fu l'ul­timo colloquio di don Fornasini col fratello e fu l'ultima vol­ta che Luigi Fornasini lo vide vivo.

Quello fu un colloquio normale, come tutti i giorni.

"Luigi, ho avuto il permesso di seppellire i morti, così vado su e vedo come é messo il fronte. Andrò a trovare anche don Ca­sagrande. Stasera sono invitato ad una festa per il complean­no del capitano.". Don Fornasini, detto questo, tornò giù e Luigi non sentì mai più quella voce.

Verso le 19 le SS ritornarono in canonica con le loro divise tutte attillate, per venire a pendere le donne. Rivolsero nuo­vamente l'invito alla cognata del parroco e alle due sfollate presenti: all'Anna Zappoli, una ventenne, e alla Carla Ospita­li, una quattordicenne. Le giovani donne gentilmente dissero lo­ro che avevano da fare, perché erano impegnate nei lavori do­mestici e quindi non potevano accogliere l'invito. Tra le sfol­late c'era anche Evelina Zagnoni. I tedeschi se ne risentirono per quel semplice rifiuto e dissero che ciò significava un insulto per il loto capitano. Con la forza afferrarono quindi le tre donne per condurle alla festa, ma la Corina riuscì a

 



 

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liberarsi da quelle strette, dicendo che la sua bimba di sei anni, Caterina, stava poco bene e che doveva badarla allorché i tedeschi (o, forse, altoatesini) se ne ripartirono con le due gio­vani donne, don Giovanni s'infilò un paio di scarpe. La Corina gli chiese che cose stesse per fare e il cognato rispose: "Anche' io sono invitato alla festa. Vado con loro!".

Quelli che rimasero in canonica, entrarono subito in agitazione. Don Fornasini, con una ventina e più di tedeschi, col suo impre­vedibile carattere e due donne, che passavano per sue nipoti, non era un fatto che facesse tenere il cuore in pace.

La scuola era appena di là dalla piazzetta, distante soltanto pochi passi dalla canonica.

Per tutta quella sera, fino a tardi, arrivarono in canonica le voci gutturali, le risate e il suono di una fisarmonica, che mo­dulava alcune canzoni. Tra i liquori e il vino che bevevano e quell'atmosfera surriscaldata, si verificò il peggio. I tedeschi, dopo gli evviva e gli auguri tradizionali, andavano ubriacandosi un po' più del solito e cominciarono e mettere le mani sulle donne.

Don Fornasini ebbe il coraggio di interporsi e dire che era me­glio che le lasciassero in pace, perché erano sue nipoti. Dopo un po' di quella sarabanda, il capitano cominciò a perdere la calma e il controllo "Pastore, si faccia i suoi interessi!". Don Giovanni continuò a fare la guardia alle due donne a modo suo e, dopo un po' di quel tira e molla, dato che quelli erano già indispettiti e non la smettevano, s'impuntò e disse alle sue donne di rientrare in canonica. Un tedesco si alzò e si of­fri di accompagnarle fino alla porta. L'atmosfera era tesa e le SS ubriache. Don Fornasini declinò l'invito "Non c'é bisogno che lei s'importuni, le accompagno io. La porta è a pochi passi da qui!". In quel momento si fece avanti il capitano, tutto barcollante per il vino che aveva bevuto e per quell'atto per lui strafottente e oltraggioso del prete.

I tedeschi tacquero e in quel momento sembrò che per don Fornasi­ni fosse finita.

La collera che quel tozzo capitano aveva dentro gli si manife­stò evidente sul volto invelenito e surriscaldato e disse: "Bene, pastore! Accompagni pure le ragazze in canonica e guar­di che nessuno le tocchi! Poi ritorni qui!". Don Fornasini, cer­cando forse di salvarsi da quelle brutte acque, rispose: "Io ho sonno, e domani mattina mi devo alzare per dire la messa. Non posso star qui!".

Allora il capitano urlò: "Lei torni subito qui!" e a due SS or­dinò di seguirlo, perché il pastore doveva ritornare.

Don Fornasini a quell'ingiunzione riaccompagnò le donne che, prese dalla paura, varcarono l'uscio della canonica di corsa. Era circa mezzanotte. Mentre don Fornasini rientrava nella scuola, in canonica le due donne raccontarono sconvolte tutto l'accaduto

 



 

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e nessuno riuscì ad addormentarsi. La Corina cercava di calmare gli animi, dicendo che quella era una questione tra uomini e che tutto poi sarebbe tornato come prima.

In canonica arrivarono soltanto delle parole dette ad alta voce e il rumore dei bicchieri infranti e di qualche risata avvinaz­zata.

Poi tutto tacque e nessuno di quelli che erano in canonica s'av­vide che anche quella notte don Fornasini, col capitano e gli ufficiali, era rientrato a dormire ancora una volta.

 

venerdì, 13 ottobre 1944: l'assassinio di don Fornasini.

 

La mattina verso le 8 la Corina rimase meravigliata nel veder scendere in cucina il capitano, tutto puntuale a bersi il caffé. Don Fornasini stranamente non s'era ancora alzato. Allora il ca­pitano chiese: "Dov'é il pastore?". "E' a letto" - rispose la donna di servizio. Era sempre Maria Ospitali la donna che aveva il compito di servire il prete. Il capitano le si rivolse e le disse. "Vada su a svegliare il pastore e gli dica che mi segua. E’ l'ora del nostro appuntamento! Io parto.". Quindi uscì dalla canonica, percorrendo la strada che portava anche al fronte, a S. Martino. Durante quei giorni le donne della canonica riusci­vano a vedere quel capitano che con le sue SS s'incamminava per quell'unica strada, che conduceva anche alla Porrettana. Lo vede­vano camminare per circa una quarantina di metri, quindi scompariva alla loro vista dietro gli alberi di quella strada. Fu così anche quella mattina.

La donna di servizio salì alla camera del parroco, per informarlo di quanto aveva detto il capitano e meravigliandosi anch'essa del fatto che non si fosse ancora alzato.

Il parroco scese tutto assonnato col suo breviario in mano. "Dov’é andato il capitano?" - chiese. La Corina, vedendolo in quello stato e tutto smorto, gli disse, "E' andato via adesso. Si metta a sedere, don Giovanni e faccia colazione, che é pron­to. Ha bisogno di mettere qualcosa nello stomaco.".

La Corina voleva sapere dove dovesse andare e cosa dovesse fare, ma il prete le passò davanti come un automa e, borbottando tra sé e sé, soggiunse: "Non ho tempo di fare colazione. Mi hanno detto che su a S. Martino a fare il mio dovere. Bisogna anche che veda se posso rintracciare don Casagrande!".

La cognata, mentre cercava di farlo parlare, cercava di farlo se­dere e di fargli prendere un boccone, dato che era così afflo­sciato. Con la mente altrove don Fornasini aggiunse: "Non ho tempo di fare colazione. Mi hanno detto che a S. Martino ci sono tanti morti, tanti! Maria, vada in chiesa a prendermi l'acqua benedetta, l'olio santo e l'asperges. Mi porti anche delle ostie e il vino, tutto quello che mi occorre!".

In quel momento entrò la madre del prete, Maria Guccini e, tutta

 



 

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costernata in mezzo a quell'andirivieni, gli chiese. "Dove vai don Giovanni?".

E lui, senza mostrare segni di apprensione, tornò a ripetere: "Vado su a S. Martino a seppellire i morti!".

Allora la madre, tra le lacrime, prevedendo il peggio, gli si buttò al collo, "Don Giovanni, non andare. Ti ammazzeranno!".

Era da tempo che Maria Guccini ripeteva quel ritornello, ma anche quella volta don Fornasini non dette ascolto a quell’appello accorato: "Mamma, devo andare. Non cercare di farmi fare tardi. Mi stanno aspettando. Prima servo gli altri e poi voi. E' il mio dovere!".

Don Giovanni ripeté distrattamente quelle ultime parole con la madre e poi uscì. La donna di servizio gli aveva già portato tutto l'occorrente. La Corina lo accompagnò e gli disse: "Quan­do torna, don Giovanni?". "Quando torno, mi vedrete!" - rispo­se e s'incamminò lungo la solita strada, ma questa volta senza ritorno. La cognata lo vide camminare per una quarantina di me­tri e poi quella sagoma nera scomparve ai suoi occhi, dietro gli alberi.

Salendo su per quella strada, a quanti incontrava, don Fornasini domandò se avessero visto passare il capitano tedesco. Aveva tra le mani la corona del rosario. "Non vada lassù" - gli diceva­no - "E' pericoloso!". "Ho la corona per difendermi!", ripeté il parroco.

A tutt'oggi queste sono le ultime testimonianze di chi vide quella mattina don Fornasini, ancor vivo, salire su per quell'erta di Monte Sole, Erano circa le 8,30/9   

Puntuale per il pranzo, il capitano rientrò in canonica con le sue SS. Erano circa le 12/13. Le donne avevano nascosto gli orologi, perché i tedeschi portavano via tutto, e quello era all'incirca l'orario del loro pranzo.

Allorché cominciarono a servirli a tavola, le donne non pensa­rono o non ebbero il coraggio di chiedere dov'era il "pastore", come essi lo chiamavano.

Il capitano, ogni volta che entrava in canonica per mangiare, se era già pronto si sedeva subito a tavola. Se non era ancora pronto, si toglieva la giacca, buttandola dove capitava, così le altre SS.

Le donne raccoglievano le loro giacche, cercando di sistemarle meglio. Durante quel pranzo il capitano mangiò senza dire una parola. Parlarono tra loro soltanto gli altri ufficiali, a bassa voce e nei loro comportamenti le donne non notarono nulla di nuovo.

Il capitano era svelto a pranzo, dopo circa mezz'ora aveva terminato. Come il solito s'alzò da tavola, prese la sua giac­ca e tornò in missione, incamminandosi per la solita strada,

 



 

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accompagnato dai suoi uomini.

Durante il pomeriggio arrivarono in canonica altri nazifascisti, portando un gran carico di damigiane di vino, liquori e dolci. Nessuno sapeva dove potesse essere stata presa tutta quella roba. Anche nei giorni precedenti i tedeschi rifornivano la canonica di carne, galline e altre cose, ma quel pomeriggio portarono vino, liquori e dolci.

 

La prima notizia della morte di don Fornasini.

 

Verso le 18 il capitano rientrò in canonica per la cena e don Fornasini non era ancora rientrato. La madre del parroco e La Corina stavano servendo l'assassino del loro congiunto e non avrebbero tardato a riceverne la notizia.

Quegli ufficiali tedeschi, col sigillo di SS sui loro "cappellacci", i loro volti anche giovanili e quei mitra sempre a porta­ta di mano, facevano morire le parole sulle labbra di quelle donne, che - tutte frettolose - li servivano senza nemmeno guardarli in faccia.

Ma don Fornasini non era ancora tornato e ciò destava preoccupazione e fuori faceva buio.

Finalmente la Corina, la più intraprendente nel chiedere quello che voleva sapere, si sciolse la lingue. Trovò il modo di ri­volgersi al capitano e le scappò di chiedere: "E il pastore?".

Quel poco che disse, non infrangeva certo alcun protocollo, nemmeno era un mancare di rispetto e neppure poteva scuotere il sistema nervoso di qualcuno dei presenti, perché la Corina non ne aveva dato motivo. La richiesta della cognata del parroco uscì dalle sue labbra in modo semplicemente diplomatico e quel "pastore" era la parola con cui essi chiamavano sempre il par­roco di Sperticano. E il capitano rispose.

"Pastore, Kaputt!" - disse.

Quel dialogo appena nervosamente iniziato, era già drammatica­mente concluso. Il capitano non aggiunse altre parole.

Questa impressionante parola "Kaputt", tutta gutturale e palatale, così veloce ad essere pronunciata e che stroncava le più pallide speranze - detta per giunta dallo stesso capitano nazista - determinò nei presenti un tremendo stato di choc. La madre di don Fornasini, presente in cucina a quel breve colloquio, non disse una parola. Il suo atroce dolore fu imper­cettibilmente soffocato tra le pieghe del suo viso irrigidito. Per pochi attimi mostrò la sua forza montanara e, in piedi di fronte a quelle criminali cappe di piombo, orgogliosamente riu­scì a trattenere le lacrime. Non cadde svenuta ai loro piedi. Dalla cucina si portò nel cucinotto e da qui raggiunse la came­ra, ritirandosi alla vista di tutti.

Dormivano lì le donne della canonica.

 



 

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Mentre Maria Guccini, in preda alle lacrime e al dolore, se ne stava in camera accanto alla nipotina Caterina, le altre donne finirono di servire e sparecchiarono. Poi anch'esse si radunarono in camera, accanto alla madre di don Fornasini. Il fratello era ancora rintanato nell'organo della chiesa e nessuno gli dis­se nulla.

I tedeschi non si tolsero più da tavola e cominciarono a bere, a ridere e a scherzare, ubriacandosi e gozzovigliando per tutta la notte.

In mezzo a tutta quella baldoria ogni tanto ripetevano: "Pastore, kaputt? Pastore, kaputt!".

Don Fornasini aveva rovinato la festicciola, che le SS avevano organizzato le sera precedente, per festeggiare il compleanno del capitano.

Quella sera e quella notte venne fatta dentro la canonica e don Fornasini non poteva di certo guastarla.

Uno spregio sfrontato di quel genere, di schietta impronta na­zista, non sarebbe passato liscio, se in quella cucina della canonica di Sperticano ci fossero state altre persone al posto di quelle deboli donne. I tedeschi non le toccarono. Il sacrificio di don Fornasini le difese anche quella notte. I tedeschi preferirono trattarle da serve.

La Corina, col mitra puntato alla schiena, quella sera dovette scendere in cantina a prendere il vino. "Pastore, vino buono! Portare il vino!" le dissero e dovette obbedire.

In mezzo a quella baldoria le SS spaccarono le porte ed anche i mobili che don Fornasini aveva salvato o gli erano stati por­tati dagli sfollati.

Quando ebbero il vino, i tedeschi si calmarono e la Corina li vide tutti barcollanti o stesi a terra, in balìa dell'alcool. Portar su il vino e vederli cadere a terra come stracci, fu un tutt'uno.

Quella fu una giornata e una notte maledetta e quel bivacco finì in un sonno ubriaco. Poi venne il mattino.

 

sabato, 14 ottobre 1944

 

Il mattino, verso le nove, la Corina con la suocera e due contadini di don Fornasini, Pio e Bruno Venturi, presero la strada per Pian di Venola, andando a chiedere informazioni sul parroco ad un comando tedesco, posto nella casa dei Zappoli.

 



 

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Speravano di sapere qualcosa, dato che dal capitano in canonica non erano riusciti a saperne di più.

Pio Venturi, spiegate le condizioni in cui s'erano venuti a tro­vare, disse all'interprete, forse un italiano: "Abbiamo saputo che il pastore è morto su a S. Martino. Vorremmo andare a pren­dere il corpo". L'interprete, rivolgendosi a Maria Guccini disse: "Lei é la mamma? Nessuno si azzardi ad andare in quel po­sto, perché c'è il fronte. Presto arriveranno gli americani e noi andremo via. State fermi! Lo andrete a prendere dopo!". Nessuno però diede conferma o disse altro sulla morte del "pa­store" e quel gruppo dovette tornare in canonica con la bocca amara. Per mezzogiorno e la sera dovettero preparare ancora il pranzo e la cena per le SS. Il capitano fece l'indifferente.

 

domenica, 15  lunedì, 16 ottobre 1944.

 

Durante quei due giorni i tedeschi rimasero ancora in canonica. Maria Guccini, la Corina e Maria Frassineti dessero: "Sarà bene avvisare il parroco di Marzabotto, che venga a levar via il Santissimo, prima che succeda qualcosa. Don Fornasini da qual­che giorno nessuno sa più dové!".

 

martedì, 17 ottobre 1944.

 

La mattina il parroco di Panico, don Angelo Serra (l'attuale parroco di Marzabotto) salì a Sperticano per celebrare la messa e consumare le ostie consacrate. Era infatti circolata la voce che don Fornasini fosse morto o avesse passato il fronte. I suoi parrocchiani non vollero che partisse. Cercò di passare per via Canovella, ma dovette desistere a causa delle cannonate e salì a Sperticano, passando dalla Porrettana.

Don Serra fu informato degli ultimi avvenimenti, ma Luigi For­nasini rimase all'oscuro. Avrebbe potuto commettere qualche sciocchezza e non fu avvertito.

Luigi dall'organo - allorché dava qualche occhiata giù in chie­sa - poteva vedere chi passava. Se ne stava lì con l'animo sospe­so, senza far rumore assieme a Pietro Beduini e Dario Minelli.

Quando vedeva passare don Giovanni, questo gli bastava per starsene tranquillo, ma ormai erano vari giorni che non lo vede­va più e che non gli portava più da mangiare. Appena vide don Serra, gli chiese: "Come mai che don Giovanni non si fa più vedere? Ci portava da mangiare, ma son già vari giorni che. non si fa più vivo! Dov'é andato?".

Don Serra - dato che due erano le versioni sulla scomparsa di don Fornasini - gli raccontò la seconda, cioé le voci che cir­colavano a quel riguardo: "Luigi, le parole son tante, ma sem­bra che tuo fratello abbia attraversato il fronte. E' stato sempre svelto, vedrai che é così! ma é bene che voi veniate via

 



 

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di qui!".

prima di ripartire da Sperticano ripeté con le donne della canonica. "Appena potete, cercate di far venir giù i vostri uomini. Se ve li trovano é un altro massacro!".

 

mercoledi, 18 ottobre 1944.

 

La mattina presto i tedeschi presero i loro strumenti, le loro carte e se ne andarono. Lasciarono però molta roba e ciò poteva far supporre che sarebbero tornati, ma quei tedeschi non si fe­cero più vivi.

Alle 11,15 don Serra venne rastrellato a Panico cogli uomini della Lama e di S. Silvestro. Prese con sé la teca con l'ostia consacrata. I rastrellati passarono la notte a Colle Anno di Pontecchio.

Quel giorno, sul dopopranzo, gli uomini rintanati nell'organo vennero fatti uscire e portati in cantina dove c'erano circa una settantina di persone. Le parole di don Serra avevano destato serie preoccupazioni.

 

giovedì, 19 ottobre 1944.

 

La mattina alle 6,50 don Serra assieme agli altri rastrellati, venne portato a Bologna e condotto al III° Artiglieria, a porta d'Azeglio.

Alle 11 venne liberato e gli fu detto di starsene in curia e non rientrare più a Panico – "altrimenti, kaputt!”.

Don Serra raggiunge Villa Revedin e alle 16,30 si incontrò col cardinale.

Fu un incontro caloroso. Licenziatosi, l'affettuoso card. Rocca gli si gettò al collo. Pianse.

 



 

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IX. - Ipotesi su un assassinio.

 

Prima di dare la nostra versione, vogliamo presentare ai letto­ri cinque testimonianze sulla morte di don Fornasini. Alla luce del precedente diario sugli ultimi giorni della sua vita, gli stessi lettori potranno rendersi conto di come quei fatti già allora cominciassero ad essere travisati o in un punto o nell'altro su una medesima traccia.

In base ad essi, sintetizziamo le inesattezze:

 

A) Dalla prima testimonianza che riportiamo.

Don Fornasini fu "ammazzato", dopo aver chiesto di seppellire i morti. (La testimonianza, pur concisa, é sostanzialmente esatta).

 

B) Seconda testimonianza.

1) Don Fornasini "sembra" sia stato trucidato con un "colpo di rivoltella" dallo stesso ufficiale, che lo accompagnò a S. Martino.

(Don Fornasini non fu ucciso da un colpo di rivoltella, né fu accompagnato a S. Martino da quell'ufficiale.)

 

2) La madre di don Fornasini seppe dallo stesso "cinico assassino", che "una granata nemica lo aveva ucciso per via".

(E' esatto il primo particolare, ma non il secondo. Quell'ufficiale non dette affatto quella versione, ma alle persone presenti in canonica, tra cui la madre, disse: "Pastore, kaputt”. Fu poi la gente che pensò alla morte del parroco anche in quel modo).

 

C) Terza testimonianza.

1) Don Fornasini fu ucciso a S. Martino, perché si era prodigato più volte a favore dei rastrellati.

(Il particolare può essere esatto e errato allo stesso tempo. Tale asserzione è inesatta, perché parrebbe che soltanto que­gli interventi di don Fornasini a favore dei rastrellati aves­sero determinato la sua morte. Questa fu determinata ovviamente anche per quei motivi e per questo tale presunzione può ri­tenersi corretta, ma ce ne furono altri, cioé quelli verifica­tisi la notte del 12 ottobre).

 

D) Quarta testimonianza.

1) Don Fornasini era salito a S. Martino per seppellire i morti. (Il particolare é esatto).

2) Poi venne raggiunto da un capitano delle SS.

(Il particolare é errato. Quella mattina don Fornasini partì dalla canonica dopo che il capitano era partito. Don Fornasini

 



 

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non poté quindi essere stato raggiunto dal capitano tedesco. Questi era già sul posto).

 

3) Lo stesso capitano lo uccise col mitra.

(Il particolare del mitra e verosimilmente giusto. Che sia stato lo stesso capitano a sparare le raffiche é una ipotesi, che può anche essere vera. Non ci furono testimoni: ecco per­ché é una ipotesi. Gli unici testimoni furono soltanto - da quanto si sa a tutt'oggi - quel capitano e le sue SS).

 

4) Lo stesso capitano dirà più tardi in paese: "Pastore, kaputt!". (La prolissa concisione di questa asserzione proposizionale può trarre inconsciamente in inganno. Quel "più tardi" fu in realtà lo stesso giorno del 13 ottobre, quando il parroco fu ucciso e "in paese" deve riferirsi non alla gente di Sperti­cano, ma alle persone presenti in canonica).

 

E) Quinta testimonianza.

 

1) Don Fornasini sali a S. Martino per seppellire i morti e per un appuntamento che aveva col capitano delle SS in quel luogo. (I particolari sono presumibilmente esatti).

 

2) Il capitano (é sottinteso e tacitamente assunto nel testo) ar­rivò lassù prima di don Fornasini.

(E' probabile, perché il capitano partì prima di don Fornasi­ni dalla canonica e il parroco lo seguì poco dopo).

 

3) L'Olsen non aggiunge altro e riporta il particolare di come fu rinvenuto il corpo del parroco, cioè con la testa recisa, lasciando intendere che don Fornasini sarebbe stato mitragliato. (E' tutto esatto e l'ipotesi verosimile del mitra diventa or­mai ovvia, il libro dell'Olsen lascia tuttavia a desiderare su vari altri particolari della vita di don Fornasini. Molti sono errati. Tra questi anche quello riferito al 13 ottobre e che riportiamo).

 

4) Allorché il parroco salutò la Corina per incamminarsi verso S. Martino, la cognata lo vide prender fuori la corona del rosario.

(il particolare é errato. Non fu la Corina ad accorgersi di ciò, ma alcuni parrocchiani che furono fermati dal parroco, da lui interpellati per sapere se avessero visto passare il capitano).

 



 

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Riportiamo qui anche un'altra versione, tramandata a voce e che noi stessi abbiamo sentito.

 

F) Sesta testimonianza.

 

1) Don Fornasini sarebbe stato ucciso in un agguato tesogli dai partigiani, per motivi politici o di rancori personali od anticlericali.

(Parrebbe una versione soltanto provocatoria, se non si sa­pesse che durante la guerra taluni soltanto per il fatto che avevano un’arma in mano, commisero sentenze sommarie a ti­tolo personale. Tutti i dati che siamo riusciti a raccogliere, smentiscono completamente questa illazione, che viene comprovata priva di ogni fondamento. A S. Martino il 13 di ottobre c’erano soltanto nazisti e cadaveri. I partigiani che lungo il corso di quella terribile giornata – che fu il 29 settembre - s'erano sganciati da Monte Sole, erano ormai altrove da tempo. Lassù cera soltanto qualche malcapitato superstite ed uno di questi, Moschetti, un invalido della guerra ‘15-‘18, il quale camminava con le stampelle, fu trovato ucciso accanto al corpo di don Fornasini. Credo non ci sia altro da, aggiungere a questo proposito. Occorrereb­be che i fautori di questa versione completamente diversa, presentassero almeno un particolare attendibile).

 

Ecco le cinque testimonianze annunciate.

 

A) Questa é la prima testimonianza, scritta degli eccidi di Marzabotto nella località di Sperticano e della morte del parroco don Fornasini.

Non é contrassegnata né con date né dal nome dell'autore,

Lo scritto rivela, dagli errori di stile e ortografici, una persona che visse quei drammi, non letterata e presumibil­mente presente a Sperticano.

Dato che ricorda gli eccidi perpetrati in quella località (29 e 30 settembre 1944) e la morte del parroco (13 ottobre 1944), si deve ritenere che tale foglio sia stato scritto dopo la metà dell'ottobre '44.

Esso é conservato a Bologna negli archivi concernenti gli atti e i documenti relativi alla lotta partigiana ed é sta­to riportato nella rivista mensile della provincia di Bo­logna "Provincia e Comprensori" n. 5, maggio 1974, pag. 99,

 

"L'eccidio di Sperticano (Marzabotto).

La SS tedesca, andata sul posto su indicato per rastrellare gli uomini, e non avendo trovato a casa questi, hanno trucidato più di 130 persone fra donne, vecchi e bambini, incolpandoli di es­sere dei ribelli; lasciando i poveretti lungo la strada.

Hanno incendiato anche le case con dentro gli abitanti. Il cap­pellano del paese, andato a perorare per il seppellimento è

 



 

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stato a sua volta ammazzato. Per la stessa ragione hanno arre­stato un' altro ministro della chiesa. (sembra si tratta di un Monsignore )

Si faccia sapere alla gente di Bologna che l'eccidio di questi innocenti vuol indurito.

Chi può guardare un tedesco o un fascista, senza fremere di ver­gogna, a l'idea di sopportare questi odiosi vigliacchi senza combatterli?".

 

B) La seconda testimonianza é quella scritta dalla signora Mary Toffoletto Romagnoli per il cardinale Nasalli Rocca, arci­vescovo di Bologna. Fu scritta nell'agosto-settembre 1945. Il dattiloscritto nel settembre 1964 venne consegnato dalla scampata Antonietta Benni al giornalista Sergio Soglia.

Esso é stato pubblicato in "Bologna é libera - Pagine e documenti della Resistenza" a cura di Luigi Arbizzani, Giorgio Colliva e Sergio Soglia, edizione A.N.P.I., STEB, aprile 1965, Bologna, pagg. 103-112. Lo stralcio é a pag. 108.

"Don Giovanni Fornasini, altro giovane ardente apostolo, era pure ben noto ai partigiani ed ai tedeschi. Che sia stato trucidato lassù a San Martino pochi giorni dopo il rastrellamento, é or­mai sicuro. Ci hanno detto che la sua angoscia per gli eccidi del 29 e 30 settembre era indicibile. Non sapeva capacitarsene, tanto più che il comando tedesco, al quale più volte era riu­scito a strappare qualche vittima, pare gli avesse dato assicurazione che alle donne e ai bambini non sarebbe stato torto un capello. Sembra che egli avesse subito protestato al comando per le barbare uccisioni di tanti innocenti e che un ufficiale te­desco si fosse messo d'accordo con lui a Sperticano per averlo come guida in una specie di sopralluogo su a San Martino ed a Caprara. Si dice che giunto al cimitero di San Martino, Don Fornasini abbia mostrato al suo compagno con accorati commenti che i morti non erano certo uomini e tanto meno partigiani. Il vile ufficiale con un colpo di rivoltella credette neces­sario sopprimere sul luogo il pericoloso testimone. La povera mamma di don Fornasini, mentre nella canonica di Sperticano a­spettava trepidando il ritorno di suo figlio, ebbe dal medesimo cinico assassino la comunicazione che una granata nemica lo aveva ucciso per via. Il suo corpo e stato per sette mesi espo­sto alle intemperie accanto alla salma di un buon uomo di Caprara (Moschetti), ucciso in quello stesso giorno. I parrocchiani di Sperticano lo hanno devotamente seppellito nel luogo del suo martirio dopo la liberazione in attesa di dargli i dovuti suffragi nella sua parrocchia".

 



 

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C) La terza testimonianza é di Agostino Grava al processo di Bologna contro Reder, nell'udienza di martedì 25 settembre 1951. Così un giornale scrisse:

"Agostino Grava, che all'epoca delle stragi era segretario comunale a Marzabotto rievoca i tristi eventi di cui fu testimone. Fu rastrellato anch'egli, poi rilasciato insieme col Podestà. Si

adoperò invano per ottenere la liberazione di altri abitanti del capoluogo. Vide il parroco di Sperticano, don Giovanni Fornasini, mentre veniva spinto brutalmente innanzi da un "soldato russo" arruolato nell'esercito tedesco. Andò poi dal cardinale, per avvertirlo che don Fornasini era stato arrestato, ma nulla si poté fare per il povero sacerdote, che, reo di essersi troppo prodigato a favore di tanti rastrellati venne ucciso a San Martino il 13 ottobre"

 

(Da “Il Resto del Carlino", mercoledì 26 settembre 1951, pag. 2). E, ancora a proposito del rastrellamento di Pioppe, fatto nella mattina del 29 settembre 1944, così é scritto in quel giornale: "Invano don Fornasini (che di lì a pochi giorni doveva essere anch'egli ucciso) si adoperò per loro.

(Da "Il Resto del Carlino", sabato 29 settembre 1951. La seduta era del giorno precedente.).

 

D) La quarta testimonianza è quella del libro di Renato Giorgi "La strage di Marzabotto", Bologna. A.N.P.I., STEB, 1954, p 164. Venne ristampato col titolo, "Marzabotto parla":. Lo stesso testo venne pubblicato con questo titolo a Milano-Roma, ed Avanti! 1955, pp. 152. Lo stralcio che qui riportiamo é preso da Renato Giorgi, "Marzabotto parla", Nuova Ghesa editrice, Bologna, IV ed: ottobre 1970 (precedenti: giugno 1955, settembre 1959, settembre 1963), pp. 208 e si trova a pag. 123.

"Il 13 ottobre é il giorno di don Giovanni Fornasini, il parroco di Sperticano. Egli si reca al cimitero di S. Martino, col­mo di corpi insepolti: membra irrigidite in scompste pose nell' agonia della morte violenta. Sono tutti donne e bambini. Don For­nasini si accinge a seppellirli quando sopraggiunge un capita­no delle SS. Il sacerdote indica i massacrati e dice al capitano "Non erano uomini validi e tanto meno partigiani!". Il capitano neppure risponde, si gira di fianco quel poco che basta per scaricare il mitra. Dirà più tardi in paese: "Pastore kaput".

A don Fornasini è stata conferita la medaglia d'oro alla memoria.

 

E) La quinta testimonianza la riprendiamo dal libro di Jack Olsen, Silenzio su Monte Sole - La prima cronaca completa della strage di Marzabotto, A. Garzanti, I ed. aprile 1970. Trad. dall'in­glese (Silence on Monte Sole, 1968) di Delfo Ceni. Pagg. 368. Lo stralcio è a pag. 334-335.

 



 

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"La famiglia di don Giovanni Fornasini tornò tra le rovine della canonica di Sperticano e continuò ad aspettare, ancora, dopo sette mesi, che il prete si rifacesse vivo. Don Giovanni pareva non avesse atteso di raggiungere la sua famiglia nel centro pro­fughi di Firenze, come aveva detto il partigiano, e ora i Forna­sini speravano solo che si fosse rifugiato in qualche altro luogo. Ma pochi giorni dopo il loro rientro a Sperticano bussò alla porta una vecchia dicendo di aver sentito dire che vicino al cimitero di San Martino c'era il cadavere di un prete. Luigi Fornasini corse subito sulla montagna e in effetti trovò che tra i cespugli dietro il muro di fondo del cimitero c'erano dei cada­veri. Uno di essi era quello di un certo Moschetti, un vecchio di sessantasette anni, invalido della prima guerra mondiale. Le sue grucce erano appoggiate contro il muro del camposanto. Accanto, c'era il corpo di un prete con vicino il proprio teschio. Luigi non era sicuro che fosse suo fratello: altri preti della montagna mancavano. Gli mise le mani nelle tasche e trovò un vocabolario tascabile italiano-tedesco e tedesco-italiano e un rituale-dei morti in latino. Sotto il corpo c'erano un aspersorio, e una catenina d'oro con un'immagine della Madonna. Riconosciuti quegli oggetti scese dalla montagna e disse a sua moglie e a sua madre che non dovevano piú aspettare don Giovanni. La lunga atte­sa era finita. Il sacerdote fu sepolto il giorno dopo nel cimite­ro di San Martino".

L'Olsen, pur avendo fatto un lavoro assai interessante -come i lettori possono rendersene conto, verificando su quanto ab­biamo riportato - ha tuttavia fatto un resoconto frettoloso e pieno di inesattezze.

 

X. Le nostre ipotesi sulla morte di don Fornasini

 

A questo punto, premesso ai lettori le contraddittorie testi­monianze su alcuni rilevanti particolari, tentiamo di dare una nostra risposta, lavorando su ipotesi.

Sono tre i punti interrogativi, che sorgono palesamento da questa vicenda. Tre lacune nella storia senz'ombre di un prete indubbia­mente eroico, coerente ed inequivocabilmente ripieno di valori umani, sociali e partigiani, quindi, politici.

Cosa avvenne quella notte tra ìl 12 e il 13 ottobre 1944, in quell'incontro senza testimoni tra don Fornasini e le SS? Chi fu l'uccisore del prete di Sperticano?.Come morì don Fornasini? Per mancanza di tempo, e di mezzi, non c'é stata la possibilità di eseguire fino in fondo questa storia drammatica quindi av­vertiamo i lettori, che le risposte a tali interrogativi verto­no soltanto su ipotesi probabili, fondate sui particolari di quei due giorni, 12 e 13 ottobre 1944.

 



 

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  1. I)L'incontro notturno tra don Fornasini, il capitano e le sue SS: 12/13 ottobre 1944.

 

Per conoscere la verità su quell'incontro, occorrerebbe rintracciare quelle SS che parteciparono alla festa del compleanno del capitano o a lui medesimo, nel caso fosse ancora vivo.

Don Fornasini non disse una parola su quell'incontro e non ne ebbe nemmeno il tempo.

I superstiti ipotizzano che - durante quell'incontro - fu decisa la morte del prete alla sua presenza. Don Fornasini avrebbe rinfacciato al capitano gli efferati crimini suoi e dei colleghi a Marzabotto e a Sperticano contro civili inermi, donne e bambini e le provocazioni nei riguardi delle donne. Ciò è probabile, dato il carattere di don Fornasini, che più di una volta s'era rischiosamente presentato al co­mando tedesco, per salvare la vita a molte persone. D'altron­de don Fornasini potè benissimo rinfacciare a quel capitano un comportamento militare, disdicevole da un punto di vista morale e che esulava dalle regole delle operazioni di guerra e dalle leggi internazionali, invitandolo a seguirlo al fronte per un sopralluogo e per confermare sul posto quanto stava affermando.

In quei giorni anche a Bologna erano arrivate le notizie su quelle stragi. D'altronde lo stesso don Fornasini era sceso a Bologna e aveva riportato la storia di quelle effe­ratezze.

Il segretario di Marzabotto, Grava, aveva fatto la sua denuncia. "Tutte le case dei poderi di Sperticano San Mar­tino, Casaglia, Pioppe di Salvaro erano in fiamme. Oltre una cinquantina di donne, uomini e bambini erano stati fucilati a Sperticano. Nei tre poderi di Colulla di Sopra, di Sotto e Abelle erano state fucilate trentatré persone; dei morti insepolti erano lungo la via che conduce a Sibano, gettati nella "botte" dello stabilimento di Pioppe di Salvaro, in un numero imprecisato a: San Martino, Casaglia, Pioppe di Salvaro e Salvaro".

Il prefetto di Bologna, Fantozzi, non gli credette e gli fu richiesto una conferma. Il vice prefetto De Vita ebbe da Grava, un secondo rapporto scritto e il Grava rischiò l'arresto intanto Radio Londra propagava le notizia di quelle stragi, confermata dai superstiti e dai partigiani. Fantozzi, De Vita e il segretario federale del fascio, Tebaldi, cogli altri gerarchi cercarono di soffocare e minimizzare quelle voci. L'11 il Carlino dava una smentita ufficiale. In seguito si recò dal Prefetto una delegazione nazista: il gen. Werchien, il col. Dolmann, il console gen. von Halsen, il dott. Sacht e altri ufficiali. Il comandante nazista di Bologna venne

 



 

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destituito prese il suo posto il gen. von Senger.

Quella notte, comunque, quel capitano avvinazzato e risen­tito avrebbe finito di farla finita per sempre con don Forna­sini e questi l'avrebbe pregato di eseguire quella sua volon­tà al fronte, lontano dalle orecchie e dagli occhi della madre e dei familiari, non per fuggire al momento propizio. In quel caso sarebbe stata una partita d'onore tra i due. Don Fornasi­ni quella notte e dopo quel colloquio rientrò dalla scuola nel­la vicina canonica e non fuggi. La sua fuga poteva costare la vi­ta dei familiari e degli sfollati nella canonica. Questi e con essi suo fratello potevano restare bruciati dagli incendi e sepolti dalle macerie di una canonica e di una chiesa distrutte. Si può tuttavia ritenere che quella notte il capitano avesse sì minacciato di uccidere il parroco, ma che questi non avrebbe creduto ad un atto del genere. Era sicuro della sua denuncia e il giorno dopo avrebbe confermato, con quel sopralluogo con­cordato, le sue parole. Il capitano in cuor suo probabilmente aveva già deciso di sopprimerlo. E' l'ipotesi più probabile. Don Fornasini sapeva benissimo, comunque, del rischio che stava per correre. E la mattina successiva fece intendere che aveva un appuntamento col capitano nazista e S. Martino e che paventa­va qualcosa. Si fece consegnare quanto occorreva per dire la mes­sa, benedire i morti e se ne partì, tutto smunto in volto e preoccupato. Solo.

Non può essere nemmeno scartata l'ipotesi che in quella notte il giovane prete di Sperticano fosse rimasto anche in balla di quelle SS ubriache. Non fu torturato, non fu picchiato. La mattina seguente, quando la donna di servizio lo andò a sveglia­re, don Fornasini non voleva alzarsi. Era un fatto insolito e le donne che erano in canonica se ne stupirono. Disse soltanto poche parole, allorchè esse tentarono di sapere qualcosa. Sembrava assente, con la mente rivolta altrove, come se non fosse in canonica. Aveva passato la notte in bianco e aveva pre­gato per tutta la notte. Salutata la madre in lacrime, se ne par­tì tutto frettoloso. Il capitano era già partito.

 

II) L'uccisione di don Fornasini.

 

a) Walter Reder.

"Questa è la bestia che era in canonica!" mi indicavano le per­sone superstiti, col dito puntato sulla fotografia di W. Reder, che avevo portato. Senza ombre di dubbi, a trent'anni di distan­za, Walter Reder veniva riconosciuto come il “capitano"; che era nella canonica, tra 1'8 e il 14 ottobre, circa, del '44. Quindi quel capitano, che nella notte tra il 12 e il 13 decise di sopprimere don Fornasini, era W. Reder.

Dovetti iniziare una lunga serie di interrogatori, per appurare la verità di quel riconoscimento e mi basai su quattro fatti.

 



 

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1. Reder era un maggiore, non un capitano. Don Fornasini in canonica parlò sempre di un capitano e mai fu sentito sulle sue labbra che quell'ufficiale fosse Reder. Come, dunque, Reder potè trovarsi nella canonica di Sperticano, durante quella settimana di "lotta armata" (8-14 ottobre '44), bandita dal feldmaresciallo Kesselring?

Ma, pure la memoria di quelle persone fece loro ripetere: "E' proprio lui, è lui, quella bestia!".

Forse, don Fornasini si era sbagliato?

2. Il maggiore Reder aveva il braccio sinistro amputato sotto il gomito. Quelle persone dovevano ricordarsi di quel particolare e quell'ufficiale tedesco, che stette a Sperticano per alcuni giorni, molte volte dovrebbe esser stato osservato.

Questo fatto preciso mi sembrava il dato più significativo. Un sì e un no affermato con sicurezza, non poteva che farmi rima­nere in ansiosa attesa, e il nome di un assassino sarebbe stato confermato.

Il ricordo si fece nebuloso e quindi mi parve che la risposta ai miei interrogativi non era possibile. Quel particolare non era ricordato. Mi dissero che i tedeschi potevano fare miracoli ortopedici e che loro non si accorsero di quell'amputazione.

D'altronde i tedeschi incutevano paura, e poche volte venivano fissati.

Volli tener conto di quelle considerazioni e provai la verità di quel convinto riconoscimento con un argomento decisivo.

3. La sera del 12 ottobre '44 venne festeggiato il compleanno di quel capitano. Se questi era Reder, la sua data di nascita non poteva che cadere al 12 di ottobre di un anno qualsiasi o in giorno ad esso vicino, nel caso che il compleanno fosse stato anticipato o posticipato.

Reder è nato il 4 febbraio del 1915 e i miei dubbi su quel nome si fecero definitivi. La memoria dovette cedere al ragionamento, anche se, le labbra continuarono a ripetere: "E' lui, é lui!". Si riscontrò così un dato curioso. Il "boia di Marzabotto" e 1"angelo di Marzabotto" erano nati nello stesso anno (1915) e nello stesso mese (febbraio). Tra i due c'erano soltanto 19 giorni di differenza.

4. Il quarto fatto che fece pendere il piatto della bilancia tut­to da una parte fu la statura di quell'ufficiale, che era ricor­dato come un capitano, né alto né magro, ma basso e tozzo. Reder è invece alto e distinto.

D'altronde basterebbe appurare ove Reder si trovasse in quei giorni tra l’8 e il 16 ottobre '44 ed ogni incertezza crollereb­be del tutto. Da quanto Reder affermò al processo di Bologna (se poi quanto affermò è vero lo sa soltanto lui), egli il 6 e l’8 si trova col Comando a Cerpiano. Il 10 e l’11 le sue SS ebbero uno scontro a Sasso Marconi e tra il 12 ottobre e il 9 di novembre affermò di trovarsi sulla linea del fronte Vado-For­coli.

 



 

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Due ultime importanti testimonianze.

Don Giorgio Muzzarelli, l'attuale parroco di Sperticano ‑
allorché il 21 dicembre 1949 s'impossessò di quella parrocchia, trovò sulla porta - allora a due battenti di color verdone - dello studio di don Fornasini la seguente incontestabile scrit­ta in vernice rossa: "Einfuhren verboten. Reder" (Vietato entra­re. Reder). E a Sperticano Reder c'era stato. Alloggiò a Borgate Fontana, in casa di Eliseo Casalini, a circa 100 metri dalla chiesa e dalla canonica di don Fornasini.

Le testimonianze scritte affermano che nella canonica di Sperticano c'era un capitano. Qualcuno ha scritto di un tenente. Le testimonianze orali ricordano anch'esse un capitano e don For­nasini parlò sempre di un capitano, non di un tenente, né di un maggiore.

Basterebbe aver la lista dei capitani delle SS presenti nelle file di quella XVI^ Divisione e di quel XVI° battaglione di Reder e si avrebbe nella lista il nome del mandante o dell'ucciso­re di don Fornasini, vagliando tutte le rispettive date di nasci­ta, cadenti il 12 di ottobre dando per scontato il grado di "capitano" di quell'ufficiale mandante uccisore o mandante e quel suo compleanno al 12 di ottobre.

Se la ricerca risultasse positiva e quell'ufficiale risultasse ancora vivo, tutti e tre i punti interrogativi proposti sareb­bero dissolti da un'eventuale accettata intervista.

Si può dare anche il caso, che il compleanno di quel capitano, festeggiato quel giorno, potesse cadere qualche giorno prima o dopo a quella data. Le circostanze della guerra potevano senza dubbio far spostare una ricorrenza simile. Tutti sanno comunque che i tedeschi abbiano sempre tenuto alla puntualità per la loro tradizionale pignoleria.

Entriamo subito nel merito di questa ricerca e di quel nome e lasciamo giudicare ai lettori le nostre ipotesi, scaturite all' improvviso, dopo aver letto molte cose e ripensato a tanti fatti.

La presenza di un capitano di siffatta statura e corporatura é documentato anche altrove.

Ha raccontato Aldo Gamberini (v R. Giorgi, Marzabotto parla, Nuova Ghesa editrice, Bologna, 1970, pag. 70-72):

"Noi venivamo dalla Cerreta di Montorio del comune di di Monzuno, sfollati a Cadotto. Il 29 settembre mi alzai che ancora era buio e pioveva; mi allacciavo una scarpa nei pressi della stal­la, conversando con tre partigiani. Improvvisamente sentimmo del­le urla dalla parte opposta della casa. I tre partigiani corsero ma si trovarono di fronte a una grande ondata di SS; li comanda­va uno basso e grosso che mi parve un capitano. Immediatamente i tre partigiani cominciarono a sparare, ma c'era troppa diffe­renza di numero e dovettero retrocedere; sempre difendendosi,

 



 

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presero la strada per il loro Comando; io corsi a nascondermi in località Cà di Dorino, a circa un chilometro da Cadotto. Corren­do per il campo, mi spararono molte raffiche e colpi" (pag. 70).

Bisogna essere sicuri del luogo in cui quel giorno si trovava il Gamberini. La nostra pista comincia qui e qui ritornerà, pro­prio su questo particolare geografico. Continuiamo a leggere quindi, quel racconto:

“Mentre fuggivo, a Cadotto cominciò un forte combattimento. Dalla posizione dove mi trovavo non udivo nulla, neppure gli spari della battaglia tra partigiani e SS, solo vedevo il fumo e il fuoco degli incendi. Dopo circa un’ora e mezzo ch'ero nel fosso, sul sentiero per Cadotto, più in alto di fianco, vidi passare una colon­na di civili, tutte donne e bambini; andavano in fila, aveva­no con sé fagotti e valige. Era la famiglia del Palazzo. Sei di quelli col 44 sulle mostrine (nota dell’A.: Gamberini - come pu­re tanti altri - significò il distintivo di SS col numero 44, perché questi due numeri appaiati somigliano a quella dicitura), a mitra puntati incalzavano la fila e la tenevano unita. Guardai bene se c’erano i miei, non li vidi e provai un po' di speranza.

Pensai che li portavano in campo di concentramento, dopo poco invece tutto d'un colpo mi arrivò un grande urlo, sembrava una voce sola, mentre spari non ne sentii.

Li avevano massacrati tutti sotto Prunarino. Proprio mentre passava la fila dei civili e delle SS mi sentii toccare a una gamba: era Macsherino il mio cane. Presi paura che abbaiando mi facesse scoprire e cercai in tasca il coltello che sempre avevo con me, per ucciderlo, ma non lo trovai. Del resto non ce n'era bisogno, perché Mascherino si accucciò ai miei piedi, e più non si mosse. In seguito compresi che era corso a cercarmi dopo che avevano massacrato i miei. Pioveva sempre. Del combattimento verso Cadotto non si sentiva nulla, solo vedevo intorno, per i monti e le valli, bruciare le case, le stalle e i fienili; sentivo anche i crolli tra le fiam­me, e i muggiti delle bestie legate alle mangiatoie. Ero combat­tuto tra il desiderio di correre dai miei e la paura di trovare una disgrazia. Passai così tutta la giornata. Verso le dieci di sera, con un buio che dovevo camminare a tasto coi piedi, arrivai a Rivabella di Cadotto, dove una donna che tirava acqua dal pozzo, mi diede una crosta di pane. A Cadotto non andai più, in prin­cipio perché temevo per la sorte dei miei, poi perché rimase tra le due linee, quella nazista e quella degli anglo-americani. Ci ritornai solo dopo la Liberazione.

Dopo due giorni di vagare per i monti e i boschi sempre con Mascherino, capitai da una mia figlia sposata, che trovai sotto una galleria presso la Quercia. Mi chiese cosa sapevo della nostra famiglia. Le risposi che non avevo nessuna notizia. Allora mi disse che nostri vicini erano stati tutti massacrati. Seppi inseguito com'era andata. Quando le SS arrivarono a Cadotto, chiusero dentro tutta la gente,

 



 

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poi diedero fuoco alla casa. Il fuoco iniziò dal basso e la gente man mano che le fiamme salivano, correva nelle camere sopra e nel solaio. Ciò aveva fatto una prima squadra di SS che però si era allontanata subito. Quando la gente per non morire bruciata tentò ai scappare dalle finestre e dalle porte, una seconda squadra di SS li attendeva fuori e li fucilava. Così perirono i miei familia­ri, sette figli, il maggiore dei quali aveva ventidue anni e il minore cinque, la moglie, una nipotina di trenta mesi, una sorella e due fratelli. Tornai a Cadotto nel maggio del 1945 a cercare i resti dei miei che ritrovai nel posto stesso dov'erano caduti, ricoperti da un po' di terra. Riconobbi la moglie dalle scarpe e da una rebecca (nota dell'A.: cioé un maglione) di lana che non s'era bruciata non so per qual caso; mia figlia maggiore la riconobbi per i denti d'oro; mio fratello per la pipa vicina alle ossa; i figli, perché di bambini c'erano solo i miei. Sei mesi dopo un altro mio bambino, che non era con noi a Cadotto quel giorno, nel recarsi a Marzabotto per un documento in compagnia di Giuseppe Baldi, pestò una mina che scoppiando fece esplode­re un deposito di munizioni abbandonato in località Rivabella di Quercia . Di lui nulla trovai, se non un pezzetto di gamba (pagg. 70-72).

Come i lettori possono verificare, tutto il racconto del Gam­berini, sia all'inizio che alla fine, conferma inequivocabilmen­te il luogo in cui egli si trovava: Cadotto (di "Marzabotto)". Quel luogo lo ricorda perfettamente, senza ombre di dubbi, perché lì era sfollato,perché lì il 29 settembre arrivarono quei tedeschi che massacrarono la sua famiglia, perché lì ne trovò i resti, perché da li quel giorno scappò, andandosi a nascondere "in loca­lità Ca' di Dorino, a circa un chilometro da Cadotto" e, "corren­do per il campo" gli "spararono molte raffiche e colpi".

Il teste é inoppugnabile, anche se la circostanza “a circa un chi­lometro da Cadotto” si discosta da un'altra testimonianza. Ma quella che é soltanto un fatto di divergente notificazione gros­solana personale, é sorretto da un “circa” e quindi anche quel particolare risulta corretto.

Il luogo é dunque acquisito per la nostra indagine: é Cadotto. Anche il giorno é acquisito per la nostra indagine (il teste é sicuro. Ricorda bene, e il suo ricordo e i fatti che racconta so­no confermati da altrui testimonianze): é il 29 settembre 1944. Si tratta ora di stabilire l'orario più convincente ed approssi­mato o reale di quel giorno.

Il sole alla fine di settembre sorge: circa alle ore 6.

Il Gamberini ha detto-. "Il 29 settembre mi alzai che ancora era buio e pioveva". Quell'ora era dunque prima delle 6. Quando approssimativamente? Sentiamo la testimonianza di Pietro Lazzari:

"Ero partigiano della Stella Rossa. Il 29 settembre, con quelli della mia formazione, una trentina in tutto, mi trovavo a Ca'

 



 

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d'Orino, a 300 metri circa da Cadotto, dove c'era il Lupo col suo Comando. Verso giorno

Lolli, il mio capo squadra, mi disse: "Vieni con me al Comando. Andiamo a sentire le no­vità" .

A Cadotto ci fermammo a parlare con la sentinella, poi entrammo in casa a prendere del pane. Quando tornammo fuori, era l'alba. Pioveva, c'era nebbia, la visibilità era scarsa. Improvvisa­mente ci accorgemmo dei nazisti, una decina, accompagnati da un borghese con un cane al guinzaglio. Venivano giù dalla strada sopra la casa, e dietro a loro, altri ne apparivano tra la nebbia. Fui il primo a sparare. Gianni Rossi, Vice Coman­dante della Stella Rossa, si fece alla finestra e mi domandò "Cosa succede, Lazzari?" - "Ci sono le SS. Dov'è il Lupo?". "Si sta vestendo". Intanto il combattimento s'era fatto inten­so. Dalla nebbia apparivano altre ombre di nazisti, che sparava­no raffiche da tutte le parti. Rimasero uccisi una decina dei nostri e non so quanti nazisti. Ci ritirammo, combattendo, ver­so Monte Sole. Sempre combattendo, la nostra ritirata durò molte ore, era quasi sera quando arrivammo sulla cima del monte. Qui non trovammo nessun partigiano. Intendo nessuno vivo c' erano infatti parecchi dei nostri, caduti nel combattimento. Noi eravamo rimasti in cinque, comprese due donne, due sorelle del Lupo". (R. Giorgi, pag. 64).

Cà d’Orino, ha scritto il Lazzari, e cà di Dorino il Gamberini: é la stessa località.

Tra Cadotto e Cà di Dorino c'erano “300 metri circa" ha detto il Lazzari e "circa un chilometro", il Gamberini. Su questa discordanza abbiamo già parlato.

I fatti concordano. Cadotto non era altro che un'unica grande casa colonica, attorniata da sei o sette case che raccoglievano una quarantina di partigiani e una trentina di civili e, tra questi, i familiari del Gamberini. Allorché i nazifa­scisti attaccarono e i partigiani si dettero alla fuga, sparan­do, là dentro erano rimaste quattro famiglie, che vennero mas­sacrate.

Rifiniti questi particolari, torniamo al punto: che ora era?

Il Lazzari ha scritto che verso giorno", partendo da "Ca' di d’Orino andò col Lolli a Cadotto.    Raggiunto il comando del Lupo, parlato con le sentinelle e quindi entrati a prendere del pane, i due uscirono. E' a questo punto che il Lazzari dice, "Quando tornammo fuori, era l'alba. Pioveva, c'era nebbia, la visibilità era scarsa". Più sotto riconferma il particolare della nebbia e dell'arrivo di altri nazisti: "Dalla nebbia appari­vano altre ombre di nazisti, che sparavano raffiche da tutte le parti." Tutto concorda col resoconto del Gamberini. L'orario, con tutta quella nebbia e quella pioggia, era all'incirca poco prima o poco dopo le ore 6. Si comprende, perché

 



 

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é affermato nelle testimonianze, il particolare del "buio". Anche Gianni o Giovanni Rossi, il vice comandante della Bri­gata. citato da Lazzari, ha lasciato scritto un suo resocon­to e conferma quell'orario.

“(…..) Il 29 settembre i nazisti attaccarono in forze di nuo­vo le nostre "basi". Il Comando stavolta era Cadotto e noi eravamo, come ho detto, circa un migliaio. L'offensiva comin­ciò che non era ancora l'alba: era una giornata di pioggia e i sentieri erano pieni di fango. Il fronte era già molto stret­to: gli americani infatti erano già a Lagaro, a circa 5 chi­lometri in linea d'aria. I battaglioni coprivano tutta la zona da "Monte Salvaro a Monte Sole e i tedeschi attaccarono da tut­te le parti. La battaglia fu terribile; si combatté dentro le case e spesso i tedeschi furono costretti ad arretrare. La sede del comando era la punta avanzata e qui la lotta fu durissima. I nazisti circondarono la casa e noi combattemmo sino a sera. Io restai ferito nelle braccia e al piede sinistro; molti morirono combattendo e fra questi il nostro valo­roso comandante Lupo e anche Gamberini, che era comandante di compagnia. Li ritrovammo molti mesi dopo che la battaglia era finita: quella zona infatti divenne terra di nessuno e così restò fino all'avanzata di aprile (….). (Luciano Bergonzoni, La Resistenza a Bologna, Vol III, Bologna, 1970 pp 306-307).

Il Gamberini di cui parla il Rossi non è Aldo, quello di cui abbiamo riportato la prima testimonianza, ma Antonio. Secondo quanto comunica il Rossi, quello scontro con i tedeschi si verificò "che non era ancora l'alba".

Questo particolare ci permette di stabilire un punto. Dato che il sole, verso la fine di settembre si alza sulle ore 6, secondo quest'ultima testimonianza si deve acquisire che quello scontro avvenne prima delle ore 6.

Riportiamo infine un'ultima decisiva testimonianza, quella del commissario politico responsabile della “Stella Rossa”.

“( .... ) La notte fra il 28 e il 29 settembre già eravamo con­vinti dell'imminente scontro e perciò, nonostante il cattivo tempo ed il persistere, di una scrosciante pioggia, le senti­nelle appostate in cima ai monti ed a valle dei nostri accam­pamenti non furono ritirate, proprio perché vigilassero sui movimenti tedeschi. All'alba del 29 settembre ebbe inizio l'attacco contro la "Stella Rossa" e, simultaneamente, l'inizio dell'eccidio in massa della popolazione di Marzabotto e Vado. La battaglia cominciò alle 5 del mattino del 29 settembre: i partigiani e i civili erano già in allarme (....)". (L. Bergonzoni, ibid., pag. 310).

Altre testimonianze parlano delle ore 5 e delle ore 6. Sappiamo che il sole alla fine di settembre si alza sulle ore 6, ma cerchiamo di essere più precisi.

 



 

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Il 1° di settembre il sole ti alza alle ore 5,44 e la luna alle ore 1,23. Il 1° ottobre il sole si alza alle ore 6,21 e la luna alle ore 2,50. Abbiamo così fissato il sor­gere del sole e della luna all'orizzonte di Milano. Tra quegli orari (ore 5,44 e 6,21) il sole sorge in settembre. Il 29 di settembre, quindi, il sole sorge alle ore 6,18 e la luna alle ore 00,13. Le condizioni meteorologiche, la nebbia e la pioggia, influirono su coloro che erano a Cadot­to, in alto, tra i boschi.

Praticamente tutti hanno detto che quello scontro si verificò poco prima dell'alba e questa è la prima luce che compare in cielo fra il termine della notte e l’aurora, il chiarore cíoè che precede a est il sorgere del sole.

Da questi rilievi si può`restringere e significare quell’orario tra le ore 5/6,18 in quello tra le ore 5,30/6,18. Bisogna calcolare perlomeno il periodo di ascesa dei nazifascisti a Cadotto, se essi quella mattina -come il solito- cominciarono la loro azione sulle ore 5.

Abbiamo così acquisito l'ultimo particolare, per affermare finalmente quanto segue.

Poco prima dell'alba, ore 5,30/6,18, a Cadotto (Marzabotto) Aldo Gamberini vide avanzare "una grande ondata di SS” e gli sembrò un “capitano" quello che li comandava. Tutti questi particolari sono accertati.

A questo punto possiamo continuare.

La testimonianza sul grado di quell'ufficiale, nonostante il poco chiarore dell'alba incipiente, ha un margine d'insicurezza. Ad Aldo Gamberini quell'ufficiale sembrò un capita­no. Quell'insicurezza fu dovuta a quell'ora mattutina o al fatto che il Gamberini non fu certo del grado, perchè le con­dizioni del tempo e di quell'ora non gli permisero una vi­suale certa.

Per questo ha detto che gli "parve" un "Capitano", ma quel “parve " è detto con sufficiente e credibile sicurezza. Infatti il Gamberini notò la caretteristica fisionomia di quell'ufficiale: era "uno basso e grosso".

Ebbene, anche nella canonica di Sperticano fu notata la caratteristica fisionomica dell'ufficiale che vi si stanziò tra 1'8 e circa il 16 di ottobre. Quella caratteristica fi­sica, che si può anche supporre normale di una costituzione robusta media, fu riconosciuta anche nel capitano che ss stanziò nella canonica di Sperticano e sul cappello d' questi fu distintamente riconosciuta la sigla di SS. A Cadotto ci furono SS e queste erano comandate da un capitano di quella costituzione.

E' una singolare coincidenza.

Se è difficile trovare due individui fisicamente simili nei lineamenti, altrettanto più difficile da un punto di vista

 



 

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di probabilità statistica dovrebbe rivelare l'esistenza di due individui della stessa corporatura e per giunta dello stesso grado militare, in un'azione bellica condotta in paese straniero, in un numero circoscritto di uomini e nel­l'ambito di un periodo e di un luogo limitati.

Tra le file di Reder per due volta fu notato un capitano dalla corporatura “bassa e grossa" o “tozza” nella zona di Marzabotto: il 29 settembre '44, durante lo scontro col co­mando partigiano a Cadotto (ore 5,30/6,18) e per più giorni (tra 1'8 e circa il 16 ottobre ‘44) nella canonica di Sperti­cano.

La nostra ipotesi è dunque probabile e questi particolari, confermati perchè detti e ripetuti più volte senza ombre di dubbi, li hanno raccontati i superstiti di quei tragici fatti, senza mai mutarli.

Anche Jack Olsen (Silenzio su Monte Sole; Garzanti, Milano, 1970, p.299 e 301) conferma per due volte questa versione sul capitano stanziatosi a Sperticano:

"Al comando delle SS installatosi a Cerpiano, sul versante sudorientale del Monte Sole, si aggiunse ben presto un avamposto di SS a Sperticano, ai piedi del versante nordoccidentale del­la montagna. I tedeschi erano aquartierati un pò dappertutto nel paese, ma il comando del reparto,che faceva capo ad un capitano basso e tozzo, era sistemato nella parrocchia di don Fornasini. (p. 299)

E più avanti:

"non si distingueva la voce di nessuno in particolare, nemmeno di quel tarpanotto del capitano".

Pare dunque acquisito per la nostra indagine e le nostre ipotesi, che nella zona di Marzabotto ci fu un "capitano" "basso e grosso" o "tozzo" o "tarpanotto", che faceva parte delle SS e che il 29 settembre 1944 era al comando di "una Grande ondata di SS a Cadotto (ore 5,30/618) e che probabilmente fu la stessa persona - per forti indizi logici che tra 1'8 settembre e il 16 circa (durante la “lotta armata" bandita dal feldmaresciallo Kesselring, 8-14 settembre 1944, per una settimana e poi durata per tutto l'inverno) si sistemò nella canonica della chiesina di S. TOMMASO retta da don G.Fornasini a Sperticano.

Ogni particolare, ogni i descrizione ed ogni logica ipotesi, anche a livello di probabilità statistica, non fa che convergere su un'unica persona, su un unico capitano tra le fila di Reder.

E’ questo - lo affermiamo apertamente - il punto critico di questa indagine, ma la pista ci sembra positiva e andrà verificata.

Bisogna infatti tenere presente che Aldo Gamberini e i supersti­ti di Sperticano furono persone diverse, ossia che gli ag­gettivi di quel “linguaggio ordinario” e cioè

 



 

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“basso e grosso” o "tozzo" o "tarpanotto" (Olsen) , e altri (secondo quanto noi stessi abbiamo udito), furono detti da persone diverse e in luoghi e tempi diversi.

Quegli aggettivi furono però la designazione di una qualità fisica ben precisa. Gamberini la notò addirittura al "buio" e i superstiti di Sperticano alla luce del giorno. Se fu dunque una caratteristica tanto significativa, come non ipotizzare allora da un punto di vista di forza logica la probabilità che tale requisito appartenesse ad un medesimo individuo?

Questo è il punto.

Soltanto ulteriori ricerche possono garantire la verità o la falsità di questo ragionamento che, d'altronde, risulta probante come ipotesi. La conseguenza logica, di un ragiona­mento ipotetico, secondo le regole logiche, risulta vera, se le premesse sono vere. Queste premesse le abbiamo poste, non resta che appurarle.

Su quel nome verte tutta la tragedia di don Giovanni Fornasi­ni. Con quel nome si possono aprire i tre interrogativi, che sopra ponemmo sulle vicende del prete di Sperticano. Se la nostra indagine non è vana, dopo trent’anni di oscuro silenzio, siamo riusciti ad aprire uno spiraglio di luce.

Non resta che rintracciare quella persona, appurare se è ancora viva, e chiederle quanto abbiamo proposto, senza inutili vendette e superati rancori. Questo è l'unico scopo della nostra indagine: rimarginare le ferite di chi tanto doloro­samente non vide più tornare un figlio, un fratello, un cognato e un amico, don Fornasini, un prete che la gente chiamò l’"angelo di Marzabotto”.

Molti attendono ancora, nel silenzioso trentennale riserbo del loro cuore rassegnato, anche una conclusiva risposta sugli ultimi giorni della vita del prete di Sperticano.

Speriamo di esserci riusciti in parte.

Qual'è dunque quel nome?

Se i lettori avranno la pazienza di seguire la traccia di questa indagine "con riserva", non tarderanno a saperlo. Non abbiamo ancora potuto prendere visione degli atti del processo contro il Reder per vari motivi e questo è un lavoro che deve essere accolto e compiuto, perchè quel nome potreb­be essere anche errato.

Quel nome salta fuori rispondendo a questa domanda.

Dato che presumibilmente il capitano stanziatosi a Sperticano tra 1'8 e circa il 16 ottobre 1944 fu lo stesso ufficiale visto da Aldo Gamberini tra " le ore 5,30/6,18 a Cadotto, allorchè un'ondata di SS si scontrò con lo stesso comando partigiano della "Stella Rossa" del Lupo (Mario Musolesi), chi fu questo capitano, qual'è il nome?

Jack Olsen nella sua storia non ha portato ulteriori deluci­dazioni su questo ufficiale e ci sembra che egli si sia rifatto

 



 

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alle testimonianze del Gamberini e del Lazzari. (pp.155-157)

Elenchiamo qui alcuni nomi di ufficiali che furono alle dipendenze di Reder.

 

SITUAZIONE GERARCHICA

 

Adolf Hitler…………………Fuhrer e cancelliere Coman­dante: supremo,

ministro della guerra comandante in capo

dell'esercito

 

Alfred Kesselring…………………Comandante in capo ,del gruppo

                   d'Armata C, IIIa Divisione corazzata

                   granatieri in Italia dal 1943,a1 10-marzo

1945, allorchè Hitelr lo sostituì col gen.

Heinrich von Vietinghoff.

Leurelsen………………………….Comandante della XIV Armata

 

von Senger. und Etterlin……… Comandante del XIV Corpo corazzato

 

Max Simon……………………….. Generale. Comandante della XVIa Divisione

                   SS Panzer Gra­nadier Division "Reichs Fuhrer

SS"

Walter Reder……………………Maggiore. Comandante del XVI° -

                   Battaglione SS Panzer Aufklurung Abteilung

                   "Recce Unit". Comprendeva perlomeno cinque

Compagnie. Per quanto riguar­da Marzabotto

lui e i suoi 350 uomini attaccarono in di­

rezione di Monte Sole e Mon­te Caprara,

investendo Casaglia, Cerpiano, Caprara, S.

Giovanni di Sotto, S. Giovan­ni di Sopra,

Ca' di Bavelli­no, Casoni di Riomoneta, -

co­me e stato riconosciuto al processo - e

presumibilmen­te anche alla Quercia, Colul­la

di Sopra, Colulla di Sot­to, Abelle, Ca'

Roncadelli e S. Martino, zone assegnate ad

altri confinanti col suo set­tore operativo.

Reder affermò di aver inviato la zona a lui

destinata, in da­ta 30 settembre '44, il

tenente Segebrecht, comandante la I^

Compagnia, imputandogli così le stragi e

scagionandosi.

 

 

 

 

 

 

 

 


 

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ALTRI NOMI

Avvertiamo i lettori che questo elenco, fatto su varie noti­zie riportate, è ufficioso, parziale e può essere inficiato di errori.

LOOS…………………........ Maggiore. Diresse il servizio di controspio­naggio della XVI- Divisione. Reder lo incol­pò di molte stragi.

Paul Alberts.........Tenente. Aiutante di S.M. di Reder (dicem­bre 1943 - gennaio 1945) .

Max Paustian........ Capitano delle SS.

Schmidthuns..........Cap. Secondo Reder fu colui che diresse ma­terialmente il combattimento contro i par­tigiani della Stella Rossa.

Max Saalfrank........Tenente (capitano, secondo altri). Coman­dante di compagnia alle dirette dipendenze di Reder. Rilevò la durezza degli ordini di Reder, impartiti alla fine di settembre con­tro i partigiani e la popolazione. Secondo quanto affermà il Reder, il 30 settembre avrebbe dovuto portare a termine le azio­ni operative contro i partigiani.

Albert Ekkehard.....Tenente colonnello di S.M., già, capo uffi­cio delle operazioni della XVI- Divisione. Il 13 settembre 1951 scrisse un articolo a difesa di Reder sul Die deutsche Soldaten

Zeitung.

Sep Trudingen

(o Turdingam) .......Tenente di sanità. Prestò servizio nella villa Barsanti (Pietrasanta). Attivo par­tecipante agli episodi di S. Anna. Fu alle dipendenze di Reder e appartenne ai carri­sti di Meyer (o Mayer) .

 

Wagner ………………….......Tenente. Frequentò la villa Barsanti.

Bruno Kremer……………...Tenente. Frequentò la villa Barsanti.

Era di stanza a Valdicastello. Quasi

sicuramente partecipò ai fatti di

S. Anna.

 



 

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Fischer …………………Tenente. (per altri, maggiore). Partecipò

ai fatti di Bardine S. Terenzo. Comandava il reparto Pionieri. Fu rinforzato da carristi

Haendel .......Tenente.

Bochler……………………Tenente. Comandante la 5^ Compagnia (?) del

............. XVIO battaglione di Reder. Il suo plotone mitraglieri di fanteria era accantonato da tre o quattro giorni a Montorio con la 1^ Compagnia. Attaccarono la notte 28/29 set­tembre '44.

Segebrecht……………Tenente. Comandante la 1^ Compagnia del 16° battaglione di Reder. Disse al Saalfrank in un colloquio avuto con lui il 30 settembre '44 che i suoi uomini avevano ucciso il Lupo.

L'itinerario della 1^ e V^ Compagnia: Partirono da Montorio circa alle ore 6 del 29 settembre. La 1^ Compagnia, dietro ordine di Segebrecht, rastrellò verso le ore 8 da due case coloniche, una trentina di civili (tra cui due vecchi e tutti gli altri donne e bambini) e li massacrò, allineati di fronte.a un muro. I caseggiati furono bruciati. Proseguendo nella marcia, verso le ore 8,30 le due Compagnie videro scappare tre donne con tre o quattro bambini. Dietro ordine di.Wolf (V^ Compagnia) vennero uccisi da due militari. Quindi discesero sull’altro versante . Raggiunta una solitaria casa colonica, uno della 1^ Compagnia mitragliò due donne e tre o quattro bambini. La casa fu incendiata.

Ritornati sui loro passi, salirono su per un'altra collina e raggiunto un gruppetto, verso le '15 un gruppo di quattro civili

(una vecchia di circa settant’anni, una donna, una ragazza e un ragazzo di 14/15, Pieltner e un altro militare della V^ Compagnia li fucilarono davanti ad una casa. Durante quella marcia la V^ compagnia bru­ciò circa 15/20 edifici colonici. Verso le 19 rientrarono a Moratorio .

Il 30 settembre ripartirono verso le ore 3,30/4. Dopo molte ore di marcia, senza incontrare nessuno, raggiunsero un vollaggio. Udite le urla di una donna ain una casa, Knappe (3^ Sezione della V^ Compagnia)

 


 


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s’avvicinò a quell'abitato, gettando all'interno una granata a mano. Quattro militari del­la V^ Compagnia, tra cui Julien Legoll, en­trarono dentro e trovarono una vecchia ucci­sa di circa 50/70 anni. Il villaggio fu bruciato, ma la chiesa non prese fuoco. Wolf fece distruggere l’altare. Dopo una breve sosta arrivò un gruppo di circa 30/40 donne e bambini, scortato da tre mili­tari delle SS, forse della 2a e 3a Compagnia. Consegnati alla 5a se ne andarono. Bochler li fece uccidere da Pieltner con la mitragliatrice. Erano circa le ora 11/12. Boehler tenne la pistola puntata contro Pieltner perché questi aveva mormorato a quell'ordine. Rientrati ad una base di raduno, la Va Compagnia si riunì con la Ia, dalla quale si era disgiunta e rientrarono

a Montorio. Segebrecht si rivolse alla Compagnia, plotone per plotone ed elogiò i mi­litari a nome di Reder, perchè erano stati uccisi 800 civili (disse: "partigiani" ). (Riassunto della deposizione J. Legoll)

Joseph Himpls …… Sergente. Aiutante di sanità del battaglione

di Reder.

Ridler ……………...Interprete dei nazisti a Carrara. Di Bolzano.

Rudi Visek ....Secondo Reder, devono essere addebitati ai suoi

reparti molte responsabilità sugli eccidi.

Meyer (o Mayer) ……. Si vantò di avere ucciso un

gruppo di donne, ragazze e bambini, che aveva costretto ad entrare in una chiesa in località di Marzabotto. Vi buttò dentro una bomba a mano, per farli soffrire di più. Il giorno dopo tornò sul posto con la sua a squadra e uccise a col­pi di pistola le persone che s'erano rifu­giate in chiesa. Ogni soldato stese un rapporto sul numero delle persone uccise e lo inviò al rispettivo comando di Compagnia.

Fritz Schiedbach…………Ufficiale-medico, vicino al comando

tattico e al servizio radio.

Richard Leican…………….Sottufficiale di sanità.

Lothar Eichler……   Sottotente. Comandante dell'autoparco del

.................. XVI° battaglione di Reder.

Frank ……………………….Caporale. Uccise una vecchia sparandole alla

.............. schiena. Gli altri uomini che erano con lui,

.............. saccheggiarono e asportarono i gioiel­li

.............. della gente, chiusa in una chiesa in località

 


 


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di Marzabotto e uccisero gli animali

Wilhelm Kneisal

(o Kneissel)…………………Autista della 2^ Compagnia del batta­glione

di Reder. Su ordine, portò dentro una chiesa, in località di Marzabotto, donne, bimbi

e vecchi. Probabilmente parte­cipò alle stragi di San Martino il 29 e

30 settembre 1944.

Hans Propper

Richler

Karl Suesserott

Otto ……………………….. Sottufficiale

Frach ………………………Caposquadra. Appartenente alla 2^ Compagnia del

XVI^) battaglione di Reder. Presumibilmente

sotto Meyer. Con la pistola mitragliatrice

uccise una donna che incontrò, sparandole a circa 50 yards.

Julien Legoll………Cattolico. Appartenente al plotone mitraglieri

.. di fanteria della 5^ Compagnia del battaglione di Reder. Quest'ultima era accantonata a Montorio con la 1^ da tre o quattro giorni, prima del 29 settembre.

Wolf............... Sottotenente. Comandante del plotone

mitraglieri di fanteria     (Untercherfuhrer) della 5^ Compagnia del battaglione di Reder.

Pieltner........... Uomo d'assalto. (Sturmann). Appartenente al

plotone mitraglieri di

di fanteria della 5^ Compagnia del battaglione di Reder.

Knappe       Sottufficiale. Capo plotone (Rottenfuhrer)

della 3^ Sezione de11a5^ Compagnia del bat­taglione di Reder.

Wilhelm Barkschat. Caporale della Compagnia del battaglione di Reder.

Wilhelm Schoder

Fritz Kramsel

Da questo parziale elenco già i lettori possono riscontrare i nomi di alcuni capitani.

Al processo militare di Bologna (settembre-ottobre 1951) con­tro Reder, questi fece una affermazione per noi importante. Si può leggere nell'Unità (venerdì, 21 settembre 1951, p. 6. La seduta è del giorno precedente).

“La responsabilità degli eccidi, delle uccisioni, dei vandalismi della strage secondo Reder. Al cap. Schmidthuns, che avrebbe condotto e diretto materialmente il combattimento contro la brigata "Stella Rossa". Si dà quindi lettura di una deposizione scritta di un ufficiale

 



 

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delle SS, Saalfrank rifà la storia della 16^ Divisione corazzata granatieri delle SS Adolfo Hitler e accusa il Reder, suo superiore, degli eccidi commessi. Dice che un giorno il Reder si presentò a Massa dove risiedeva la sua compagnia per chiedere rinforzi per una grande azione di eliminazione contro i partigiani e crede trattasi dell'azio­ne contro S.Anna di Stazzerna. Il 16 settembre, in una località a sud di Vado, venne chiamato a rapporto dal Reder che diede istruzioni severissime in riferimento ad una prossi­ma azione di distruzione della brigata "Stella Rossa".

"Disse di attaccare i partigiani senza aver riguardo alcuno per i civili -afferma il Saalfrank –

L'attacco contro le for­mazioni partigiane annidate a Monte Sole e a Monte Caprara ini­ziò all'alba del 29 e durò fino alla sera quando ci ritirammo sulle posizioni di partenza. Il giorno seguente seppi che il tenente Segrebek aveva incontrato una forte resistenza e nel combattimento era stato ucciso il comandante partigiano Musolesi”.

I lettori avranno già capito che siamo pervenuti alla rispo­sta dell'interrogativo posto più sopra. Siamo pervenuti alla fine della nostra indagine e delle nostre ipotesi.

Sappiamo dal trafiletto dei nomi sopra tracciato che secondo alcuni Max Saalfrank fu un Tenente, e secondo altri un capitano.

Scrive il dr. Paolo Cozzí, ex Commissario di P.S. e studioso di problemi sociali (P. COZZI, Reder il "regista” delle inau­dite sagre di sangue, numero speciale de Il Carrarese, direttore Manrico Viti, Grafiche Sanguinetti, Ortonovo, pp. 88, ma non esiste numeraz:ione):

"in sede di dibattimento, al processo di Bologna, balzarono i nomi di altri due ufficiali delle SS: il maggiore Fischer, e il capitano Max Saalfrank. Il primo era addetto al servizio di controspionaggio presso la 16^ divisione comandata dal maggiore Reder, mentre il secondo era l'ufficiale alle dirette sue dipendenze" (p. 73, ma le pagine non sono numerate). Il Giorgi: (Marzabotto parla,: cit. p. 129) ha invece scritto. "Il tenente delle SS Max Saalfrak…."

Chi ha detto il vero su questo particolare, che noi vogliamo appurare?.

La presentazione del testo Reder nel giudizio della magistra­tura militare, a cura dell'ufficio stampa del ministero della Difesa, 1961, pp. 164, scrive:

“Sui fatti che dettero luogo alla condanna all'ergastolo del Maggiore delle SS Walter Reder, sono state diffuse in Italia e all’estero documentazioni spesso frammentarie, incomplete e talvolta contraddittorie. Una testimonianza precisa sulle responsabilità del Reder è contenuta nelle due sentenze che furono emesse al riguardo dal Tribunale Militare Territoriale

 


 


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competente e, in sede di ricorso, dal Tribunale Supremo mi­litare. Questa pubblicazione, che contiene appunto il testo delle due sentenze, si propone di fornire alla opinione pub­blica un punto fermo nella conoscenza degli avvenimenti. Una edizione in lingua tedesca è stata, inoltre, curata per fa­cilitarne la conoscenza anche all'estero".

Diamo atto a questa dichiarazione e ovviamente il testo pre­sentato si deve ritenere il più esatto e convincente. Ebbene, a p. 32 c'è un appunto al grado del Saalfrank: "Il Reder sì recò al posto comando del tenente Saalfrank”. Dunque, resta appurato che il Saalfrank fu un tenente, non un capitano.

Reder affermò di non aver partecipato alle operazioni militari contro la Stella Rossa nella zona a lui assegnata, perchè af­flitto da sinovite al ginocchio sinistro ed era costretto a girare con un bastone, come pure di aver inviato sul luogo, il 30 settembre, il tenente Saalfrank, perchè conducesse a ter­mine l'impresa.

Chi fu, dunque, quel capitano, che il giorno 29 settembre 1944, nelle ore 5,30/6,18, era a capo delle SS che combattero­no contro il comando partigiano a Cadotto, secondo il resocon­to di Aldo Gamiberini?

La citazione sopra riportata ipoteticamente conclude, con buon margine di probabilità, la nostra indagine.

"La responsabilità degli eccidi, delle uccisioni, dei vandalismi della strage spettano, secondo Reder, al cap. Schmidthuns, che avrebbe condotto e diretto materialmente il combattimento contro la brigata "Stella Rossa"."

Quel "cap." abbreviato significa "caporale" o "capitano"?

Non c'è dubbio che quell'abbreviazione significhi "capitano", anche se non siamo riusciti, purtroppo, a controllarla.

E' un capitano, non un caporale, l'ufficiale che può rispondere al requisito di aver "condotto e diretto materialmente "un simile" combattimento contro la brigata "Stella Rossa”. Tale azione doveva logicamente puntare al centro, cioè al luogo ove si trovava il Comando Partigiano.

Per quanto riguarda i gradi delle SS, alle dipendenze dello Sturmbannfuhrer (maggiore) c'era Flauptsturmfuhrer (capitano) e, alle dipendenze di questi c'era l'Obersturmfuhrer (te­nente).

Segebrecht e Saalfrank avevano il grado di l'Obersturmfuhrer". Rileggiamo ora l'ultima parte della citazione riportata. "(Reder) disse di attaccare i partigiani senza aver riguardo alcuno per i civili -afferma il Saalfrank. L'attacco contro le formazioni partigiane annidate a Monte Sole e a Monte Caprara iniziò all'alba del 29 e durò fino alla sera quando ci ritirammo sulle posizioni di partenza. Il giorno se­guente seppi che il tenente Segrebek aveva incontrato una forte resistenza e nel combattimento era stato ucciso il comandante

 


 


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partigiano Musolesi".

Una precisazione: Segebrecht o Segrebek?

Sona la stessa persona. Evidentemente l'articolista dell'Unità non ha appurato l'esatta dicitura, ma la persona è la mede­sima.

Julien Legoll - nella sua deposizione riportata dal Giorgi – ha scritto:

"Il Comandante della Compagnia, Obersturmffuhrer Segebrecht .. (p. 131)

A questo punto non resta che concludere.

Secondo quanto ha affermato il Gamberini, dovrebbe essere stato l'Hauptsturmfuhrer Schmidthuns, l'ufficiale "basso e grosso" che egli vide a Cadotto, perché questi fu un capitano e "avrebbe condotto e diretto materialmente il combattimento contro la brigata "Stella Rossa”.

Fu dunque Schmidthuns, il capitano "basso e grosso" o "tozzo" quello che si stanziò tra l’8 e circa il 16 ottobre del '44 nella canonica di Sperticano?

Qui porterebbe l'indagine.

O, forse, il Gamberini vide il tenente Segebrecht?

Ma a Sperticano ci fu un capitano e non un tenente.

O il Gamberini intravide male e i superstiti di Sperticano sbagliarono sul grado dell'ufficiale stanziato in canonica, onde quell'ufficiale fu il Segebrecht, un tenente? Questi infatti fu a Cadotto quel mattino,"perchè disse al tenente Saalfrank di aver "incontrato una forte resistenza e nel combattimento era stato ucciso il comandante partigiano Musolesi". La catena dei fatti e delle testimonianze che abbiamo ricuci­to, conducono ad un capitano, e Schmidthuns fu un capitano. Non resta che appurare se questi fu un capitano "basso e grosso o se queste caratteristiche corrispondono al tenente Segebrecht.

Altro fatto da appurare è questo. Il capitano Schmidthuns (o il tenente Segebrecht) nacque il 12 ottobre (o un giorno vicino a questa data), di un anno qualsiasi?

Se quanto affermiamo trova conferma, dobbiamo rilevare la po­sitività dell'indagine e approntare un'intervista all'ufficia­le che vide morire don Fornasini, altrimenti si dovrà smenti­re questa pista, condotta soltanto per quell'unico scopo, affermando che è stata soltanto una smaliziata indagine su

ipotesi che ci davano un discreto margine di probabile credi­bilità.

c) Un’altra versione.

Dopo la guerra sorsero voci -ancora tramandate - che non fu il mitra tedesco ad assassinare don Fornasini. Cerchiamo di capire questa versione.

 



 

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Al tempo delle stragi di Marzabotto, ci sarebbero stati molti dei partigiani o tra i partigiani, che avrebbero eseguito sentenze sommarie di morte a titolo personale, per vecchi rancori, antipatie o attriti.

Don Fornasini sarebbe stato ucciso da questi presunti parti­giani, per fini politici o ideologici o per attriti personali e anticlericali.

Parrebbe una tesi provocatoria, se non si sapesse che taluni individui durante la guerra - soltanto perchè ebbero un'arma in mano - fecero giustizie sommarie a titolo personale.

Fornasini sarebbe morto così, ma questa versione non reg­ge assolutamente ad alcune considerazioni, che mi fanno ap­parire quelle voci incontrollate non plausibili e degne di essere definite soltanto come pregiudizi infondati. Circolarono voci, dopo la guerra e oltre, che i comunisti avessero addirittura strumentalizzato i fatti di Marzabotto, non si sa bene per quali motivi. Molti partigiani furono comunisti, ma ce ne furono di ogni ideologia politica. Addirit­tura anche vecchi fautori del regime fascista sfollarono sui monti coi civili e i partigiani: fu un totale schieramento unitario antifascista e tutti sanno quanto sia vera e inoppu­gnabile questa affermazione.

Ha scritto l'Olsen:

"Le autorità erano prese alla gola da problemi di sopravvi­venza, come quello alimentare, quello dei senzatetto e quel­lo sanitario. Il massacro del Monte Sole -se davvero un mas­sacro c'era stato - poteva aspettare. E infatti aspettò, per un'altra ragione: i comunisti cercarono di strumentalizzarlo

e automaticamente la destra italiana si irrigidì. I comunisti, cioè, fecero del massacra del Monte Sole il loro massacro. I politici cattolici non ebbero altra scelta che respingere l'intera storia: una posizione che, sia detto incidentalmen­te, fu appoggiata da certi circoli tedeschi, coincidendo con la comprensibile riluttanza della Germania ad ammettere, allora e più ancora in seguito, che soldati della terra di Beethoven e di Goethe avessero compiuto simili atrocità" (Silenzio, cit. p. 351).

Ecco dunque il motivo della “strumentalizzazione” comunista dei fatti di Marzabotto.

Sono giudizi quanto mai gravi, quelli riportati. L'Olsen non ha scritto un libro così voluminoso sui fatti di Mar­zabotto e non si é accorto di scriverlo o non conosce af­fatto quanto si é verificato a Monte Sole, con una comple­ta ignoranza sui fatti politici italiani.

Tornando alla versione della morte di don Fornasini, questi sarebbe stato ucciso dai partigiani e per giunta questi par­tigiani ne avrebbero strumentalizzato la morte, perché vo­levano dargli la medaglia d'oro al valor militare. Si resta perlomeno esterrefatti di fronte a una simile tesi quanto

 


 


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mai plateale e ridicola.

Non tanto plateale e ridicola, quanto provocatoria e offensiva alla memoria di un prete eroico, che difese civili, sfollati, partigiani e prigionieri alleati, sfuggiti alle prigioni nazifasciste.

A una tale versione occorreva almeno una smentita ufficiale e qui noi abbiamo voluto darla. Chi ha conosciuto don Fornasini o ha vissuto quei tragici giorni di carneficine, sa bene quanto calunniosi e oltraggiosi siano i pregiudizi portati innanzi, soprattutto da chi non visse quei fatti.

Don Fornasini, da quanto si sa, non ebbe mai scontri politici e non si creò mai rancori o antipatie personali, se non per motivi di rischiose difese dei civili, degli sfollati e dei partigiani contro le sopraffazioni nazifasciste, dimentiche dei diritti umani, delle leggi, della convivenza civile e dei trat­tati internazionali. Ed anche per questo fu assassinato. Nessuno accusò mai il prete di Sperticano, che appartenne, con don Ferdinando Casagrande (dal 2 febbraio 1944) e don U­baldo Marchioni (dal 1° aprile 1944), al C.V.L. dal 10 novembre del 1943.

Partigiani, sfollati e civili furono raccolti nella sua canonica e nei rifugi accanto, scampando ai rastrellamenti, e per i loro figli creò una biblioteca circolante, perché potessero continuare a studiare, senza perdere anni di scuola. I suoi discorsi in chiesa, le sue conversazioni fuori di chiesa erano tutti improntati ad un senso cristiano e civile di convivenza. I superstiti ricordano sempre un suo ritornello di fondo:

“Per me, tutti son pecorelle. Devo servire prima gli altri e poi la mia famiglia."

Se questi sono già probanti motivi, per smentire la versione del suo assassinio da parte dei partigiani ve ne sono altri, obbiettivi, dovuti alle circostanze di allora.

Dopo il 29 settembre del ’44 i partigiani della Stella Rossa, dispersi, dovettero sganciarsi dalle zone di Monte Sole - compresa S. Martino - e i nazifascisti fecero di quei luoghi un “territorio bruciato”, una "terra di nessuno".

In quei luoghi di morte restò qualche partigiano ferito o scampato, e qualche malcapitato nascosto tra i boschi, in at­tesa di riuscire a scappare.

E' il caso di Moschetti. Il suo cadavere venne mitragliato ac­canto a don Fornasini.

Quel 13 ottobre, a S. Martino c'erano soltanto tedeschi e cor­pi massacrati. I nazisti stavano aspettando col loro capitano il prete di Sperticano, come erano d'accordo.

Come ci potevano essere dei partigiani a tendere un agguato a don Fornasini?

Questi sono i fatti.

Quali sono, dunque, i fondamenti di tale versione? Non spetta

 



 

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a noi - che ci siamo attenuti rigorosamente alla verità dei fatti - presentarli, ma a chi crede di esserne in possesso, con documenti e prove alla mano.

Noi non possiamo presentarli: non li abbiamo, perché non esi­stono.

 

III. Il terzo punto interrogativo. Come é morto don Fornasini.

 

I punti fondamentali da stabilire sono questi: la questione Moschetti, l'ora dell'assassinio di don Fornasini, come venne ucciso e il luogo della sua morte.

Anche questi - a tutt'oggi - sono i punti poco chiari, soprattut­to per le voci che sorsero, in merito, dopo la guerra. Noi continuiamo con le nostre ipotesi di lavoro, elaborate sol­tanto sui dati concreti accertati.

Fu detto che don Fornasini morì per la strada, ucciso da una gra­nata oppure che fu ucciso da un colpo di rivoltella o dal mi­tra tedesco (del capitano o delle sue SS) e che Moschetti l'af­fiancò, mentre si recava a S. Martino o mentre scendeva da Ca­prara.

Per questioni soltanto contingenti, non abbiamo potuto appura­re l'affare Moschetti, con l'uscita di questo ciclostilato. La testimonianza della Toffoletto Romagnoli - che abbiamo pre­cedentemente riportato - afferma che il corpo di don Fornasini rimase "per sette mesi esposto alle intemperie accanto alla sal­ma di un buon uomo di Caprara (Moschetti), ucciso in quello stesso giorno".

La Toffoletto non ci ha detto il nome del Moschetti, ma la noti­zia e accertata.

L'Olsen, nella testimonianza che abbiamo riportato, dice:

"Luigi Fornasini corse subito sulla montagna e in effetti tro­vò che tra i cespugli dietro il muro di fondo del cimitero c'erano dei cadaveri. Uno di essi era quello di un certo Mo­schetti, un vecchio di sessantasette anni, invalido della pri­ma guerra mondiale. Le sue grucce erano appoggiate contro il muro del camposanto."

Da quanto ci risulta, un fratello di questo Moschetti avver­tì la donna di servizio della canonica di Sperticano, Maria Frassineti, che il proprio fratello era stato ucciso assieme a don Fornasini dietro al cimitero di S. Martino. Questa notizia la portò in canonica presumibilmente tra il 18/25 ottobre del ‘44.

Da allora le testimonianze e le voci cominciarono a girare con­torte.

Il fratello di don Fornasini si recò sul posto soltanto dopo la Liberazione di Bologna e soltanto allora dovette rassegnarsi e credere all'uccisione del fratello. Quel giorno era il 22 apri­le 1945.

 



 

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Ma, chi era quel Moschetti, perché fu ucciso assieme a don For­nasini, qual'era il suo nome, perché si trovò in quel luogo? Sono interrogativi, ai quali non si può dare una risposta, ma - come abbiamo già detto - non abbiamo potuto.

Superstiti di Marzabotto, ci hanno detto e confermato che quel Moschetti - da tutti detto Minghin - era Dario, ora sepol­to in uno dei loculi della cripta ossario di Marzabotto.

Questi però era del 1907 e nel ’44 aveva quindi 37 anni. L'Olsen ha scritto che ne aveva 67, e che era un "invalido della prima guerra mondiale". Dario Moschetti fu, sì, un invalido, ma non fece la prima guerra mondiale. Nel 1914 aveva sette anni. In seguito appureremo tutti i restanti particolari.

Quella mattina di venerdì, 13 ottobre 1944, il capitano delle SS, verso le ore 8, scese puntuale in cucina a bere il caffé. Avver­tite le donne presenti in cucina di svegliare il "pastore" per­ché lo avrebbe aspettato al fronte, a S. Martino come d'accor­do - se ne parti subito:

Don Fornasini - come abbiamo riportato – lo seguì poco dopo. Non fece colazione e, calcolato il tempo di prendere il necessario liturgico, se ne partì quasi subito, presumibilmente circa alle ore 8,30/9.

Attraversata la piazzetta antistante al fabbricato chiesa cano­nica, scese per il solita unico viale esistente, per poi salire a sinistra verso la casa del postino Angelo Bertuzzi. Quivi a sinistra iniziava il ripido sentiero, che conduceva a Campidello, Castelletto, "Terra rossa" e quindi o a Casaglia o a S. Martino ecc., sul crinale del. monte.

Don Fornasini era veloce ed in circa mezz'ora o tre quarti d'ora uno raggiunge quel crinale. Si deve supporre, quindi, che don Fornasini sia salito, su per quell'erta, tra le 8,30/9 e le 9,15/9,45.

Don Fornasini, cioé, avrebbe raggiunto il luogo verso le 9,30. Incontrò forse lassù Dario Moschetti, per strada, al cimitero? Era già stato preso dai tedeschi, questi, o anche ucciso?

Quello che é certo, é che don Fornasini salì con quanto gli ser­viva o per dire la messa o per benedire i morti e recitare le re­lative preghiere.

E lassù si incontrò col capitano e le sue SS.

Quello che avvenne tra lui e il capitano - dati i precedenti - é soltanto opinabile.

Riuscì a compiere i suoi doveri di prete, ebbe un diverbio oppu­re un semplice colloquio o niente di tutto questo? Soltanto quel capitano - se é ancora vivo - lo può dire.

Il luogo stesso, in cui fu trovato ucciso, ci lascia perplessi. Non fu ucciso mentre benediva i corpi: Luigi, Fornasini - allorché il 24 aprile '45 lo rivide per la, seconda volta, per dar­gli una sepoltura provvisoria, gli trovò l'asperger in tasca.

 

 



 

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Non possiamo pensare, quindi che don Fornasini sia stato ucciso a tradimento, mentre benediva o diceva le preghiere dei morti. L'asperges, in quel caso sarebbe caduto per terra.

Ed in tasca aveva ancora un'agendina e il suo dizionarietto.

Fu trovato anche il breviario. Gli occhiali che portava non fu­rono rinvenuti.

Ebbene, il suo corpo fu ritrovato assieme a quello di Dario Moschetti. I due corpi erano appaiati, coi petti rivolti in alto, ma l’uno in senso inverso all'altro: i piedi di don Fornasini verso Sibano o Pioppe, quelli di Moschetti verso il muro del cimitero. Furono uccisi dietro il cimitero di S. Martino di Caprara e per chi si reca là dietro e sta dirimpetto alla parete retro­stante della cappella centrale tra i due muri laterali del cimitero - alla sinistra, nell'angolo tra il muro di confine del ci­mitero e la sporgente parete laterale della cappella.

Il corpo di don Fornasini era vicino alla parete laterale e spor­gente della cappella del cimitero, ma la sua testa era volata di là dal corpo di Moschetti. Le raffiche rabbiose del mitra tedesco lo colpirono nella zona alta del petto, sotto il collo e il capo gli rotolò via, in un modo o nell'altro, circa un metro e mez­zo.

Ecco, perché fu un assassinio.

Moschetti non subì una simile decapitazione. Questa é la versione più credibile.

Durante quell'inverno di pioggia e di neve è possibile che be­stie raminghe circolassero tra i cadaveri, ma si sa che i tedeschi, tra il 29 settembre e l'1 ottobre 1944 decimarono a S. Martino tutte le bestie che trovarono. Nell'aprile del '45 il corpo dì Moschetti - non però quello di don Fornasini - era sfatto, ma intero.

In quel periodo le stampelle di Moschetti furono ritrovate non in terra, ma appoggiate all'angolo tra il muro e la cappella del cimitero. Qualcuno dovrebbe avergliele messe, non certo i tede­schi.

Questi portarono via dalle tasche di don Fornasini il portafoglio, contenente soldi e documenti. Il 24 aprile '44, fu ritrovata al collo del parroco di Sperticano anche una collanina, nascosta tra le pieghe del collarino e della maglia.

Abbiamo detto che il luogo in cui don Fornasini venne ucciso ci lascia perplessi. Il fatto che don Fornasini avesse ancora in tasca l'asperges fa indubbiamente pensare che egli non sia sta­to ucciso alle spalle o a tradimento. Anche la scelta di quell' angolo ben preciso fa pensare a quel fatto. Dato che le stampelle di Moscehtti furono appoggiate all'angolo del cimitero, si può anche supporre che il medesimo individuo abbia raccolto 1'asper­ges del prete e l'abbia riposto nella tasca. Il fatto però che don Fornasini sia stato ucciso in un posto così appartato ci fa dubitare che egli non sia stato ucciso a tradimento.

 



 

 

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La parte davanti del cimitero é attraversata da una strada in salita, ma la parte restante giace attorniata da rovi e al­beri. La parte retrostante ha uno stretto spiazzo, che percor­re l'intera lunghezza del cimitero e subito declina nel bosco sottostante. Qui venne ucciso. Un uccisione a tradimento in un posto così ristretto e nascosto alla Vista dei passanti non é ipotizzabile.

Quella mattina ci fu, dunque, l'incontro tra don Fornasini e il capitano tedesco. I giorni delle stragi erano terminati, la notte precedente don Fornasini ebbe un azzardato diverbio col capitano. Soltanto con un nome può essere logicamente definita quella morte: assassinio a titolo personale.

Queste ipotesi sono quelle conclusive della nostra versione, più o meno probanti, tuttavia noi le lasciamo giudicare ai let­tori, per smentirle, per correggerle o per confermarle. Questo é stato il nostro intento, fin dal principio e così esse devo­no essere valutate.

Ci resta l'ultimo punto da esaminare: l'ora dell'uccisione. Si sa che il capitano quel giorno rientrò in canonica per il pranzo. Don Fornasini non c'era. Era già stato ucciso? Il ca­pitano a tavola non disse nulla. Ma, se don Fornasini non era ancora stato ucciso, dove e cosa mangiò? Dalla canonica non si portò dietro niente da mangiare e lassù al fronte non c'erano di certo dei negozi. Tutto era stato distrutto e disper­so da una quindicina di giorni. La gente era sfollata. A pran­zo il capitano non fiatò e parlarono tra loro e a bassa voce soltanto gli altri ufficiali.

Il loro comportamento non lasciò trasparire nulla d'insolito. Dopo pranzo i tedeschi ripartirono dalla canonica. Rientrarono verso le 18, per la cena.

Soltanto allora il capitano, rispondendo alla domanda della Co­rina, disse senza esitazione che il "pastore" era "kaputt!". Don Fornasini fu quindi ucciso tra le 9,30 e le 18 circa del venerdì 13 ottobre 1944. Si può restringere quel periodo di set­te ore circa?

Se il capitano durante il pomeriggio tornò al fronte, bisogne­rà considerare una mezz'ora circa della sua discesa dal fronte alla canonica. Se andò altrove, ciò non pregiudica nulla, perché l'uccisione s'era già compiuta, avendola confermata a cena.

La riduzione é quindi di circa mezz'ora: 9,30 - 17,30 circa. Tentiamo di fare alcune considerazioni.

Il capitano dette la notizia a cena, essendo stato interpel­lato e a pranzo non disse nulla e non fu interpellato.

Nel caso fosse stato interpellato a pranzo o non fosse stato interpellato a cena, avrebbe egli dato quella notizia? Questo é il punto.

Se questa domanda ottenesse una risposta, si potrebbe restringere

 



 

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quell'intervallo di tempo che va dalle 9,30 della matti­na alle ore 17,30 circa della sera.

A seconda dei casi si saprebbe allora che don Fornasini sarebbe stato ucciso prima di pranzo (circa tra le ore 9,30 - 11, dato che il capitano verso mezzogiorno pranzò in canonica, tenendo anche conto del tempo di ritorno) o prima di cena (circa tra le ore 13 - 17,30 tenendo conto del tempo di risalita al fronte o altrove, dopo il pranzo).

A mezzogiorno il capitano non parlò, perché non fu interpellato o perché don Fornasini non era ancora stato ucciso?

A queste domande non é possibile dare una risposta, da un pun­to di vista logico, non sapendo quale comportamento teneva quel capitano.

Tuttavia queste considerazioni ci hanno indotto a stabilire due momenti della giornata, ben precisi.

Facciamo altre considerazioni.

L'appuntamento era per la mattina del 13 e don Fornasini non tornò né per il pranzo, né tanto meno per la cena.

Se quel capitano andò al fronte prima di don Fornasini e que­sti non tornò a pranzo - dato che quell'incontro era stabilito per la mattina - quali motivi avrebbe avuto quel capitano, con­sueto alla puntualità nazista, di ritardare al pomeriggio la sua forse premeditata uccisione del prete di Sperticano?

L’incontro ci fu di mattina. Don Fornasini se ne sarebbe stato digiuno a S. Martino ad attendere l'ulteriore ritorno del capi­tano e questi l'avrebbe lasciato lassù, da solo dicendogli di aspettare, perché lui se ne ritornava in canonica per il pranzo e quindi sarebbe ritornato?

Le SS a mezzogiorno erano a tavola col capitano.

Non pare dunque probabile, alla luce di queste considerazioni, che l'uccisione di don Fornasini sia avvenuta nel pomeriggio. Secondo le nostre ipotesi tale fatto si sarebbe verificato all'incirca tra le 9,30 e le 11,30 di venerdì, 13 ottobre 1944, dietro il cimitero di S. Martino di Caprara.

In quell'ora don Giovanni Fornasini, il prete inafferrabile, che aveva sempre avuto la possibilità di andare dove voleva e di entrare nei comandi nazisti, che avevano dovuto spedirlo a Bologna dopo i fatti di Píoppe e che si era permesso di guastare la festa al capitano, di sfidare i suoi voleri e di discutere suoi comportamenti, era lì, solo, forse con un occasionale e invalido compagno, Dario Moschetti.

Fermato, dopo essere arrivato da poco - forse dopo un breve colloquio - don Fornasini venne condotto dietro il cimitero appartato di S. Martino e qui barbaramente ucciso senza pietà dalle raffiche del mitra nazista.

Non ha più senso chiedersi ora se il mandante fu anche l'ese­cutore, cioé se lo stesso capitano volle personalmente regolare i conti, di fronte alle sue SS, con quel prete imperterrito, perché alla resa dei conti ci sembra unica la conclusione: assas­sinio.

 



 

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XI. Don Fornasini insepolto per 193 giorni: 13 ottobre 1944-24 aprile 1945

La seconda notizia della morte. Una conferma a Bo­logna.

 

Dall'ottobre del '44 all'aprile del '45 il corpo di Don Fornasini restò insepolto ed esposto al vento, alla pioggia, alla neve ed anche ai possibili assalti di animali reminghi, per 193 giorni, circa sei mesi e mezzo.

Se fu prima del 17 ottobre, ossia all'arrivo di Don Serra a Sperticano, allorchè andò a consumare le ostie consacrate, o poco dopo, non è ben ricordato dai superstiti. Quando un fratello di Moschetti portò in canonica la notizia di aver visto il corpo del fratello assieme a quello del parroco di Sperticano. Tale fatto si colloca qualche giorno dopo la mor­te di Don Fornasini o tra il 14 e il 17 ottobre o tra il 18 e il 25 ottobre circa del '44.

Dopo il mezzogiorno di una di quelle giornate, uno dei fratelli Moschetti arrivò in canonica. Se ne stava con la fami­glia a Caprara ed i suoi erano stati, uccisi e dispersi lassù. Lui era riuscito a salvarsi rifugiandosi un po' qua e un po' là, tra i boschi. Arrivato al cimitero di San Martino, rico­nobbe il corpo di sua fratello, accanto a quello di don For­nasini. Quel dopopranzo scese alla canonica di Sperticano, ove conosceva soltanto la donna di servizio, Maria Frassineti. Aprì l'uscio ed entrò subito dalla porta a destra, in cucina, ove la Maria era seduta con la Corina e la madre del parroco. La donna di servizio lo salutò:

“Buon giorno, Moschetti”.

E lui:

“Buon giorno, Maria. A son gnù a dir che mi fradel e al pré d' Sperghén, che mi al cognosc ben, ie mort lassù, dré d'capleina d' San Marten. Ch’li h'amazzà tott dù! A n'ho pu far nint. A i era sol e po' i aveva d'salver la péll; ma dig sol quest, che mi fradel l'è quell ch'ha e stampell!”. Portava quelle notizie perchè se lui fosse morto la Maria era informata: "Così al savi che ‘l parroc d'Sperghén l'è inem a mi fradell, qul ch’la e stampell!”

A Maria Guccini venne male e le donne presenti cercarono di farla riavere con l'aceto. La donna di servizio, rivolgen­dosi a Moschetti, disse: "E' la mamma!". Moschetti perplesso rispose: “Ormai ai ho bel dett tott! Vag a Bulogna!". Se ne par­tì tutto dispiaciuto.

Prima di fare alcune considerazioni, riportiamo la conferma della morte del parroco di Sperticano a Bologna. .

Don A. Serra se ne stette a Villa Revedin. Lì qualche giorno dopo imparò che al Putti (l'odierno ospedale Rizzoli) c'era un "ragazzetto" della famiglia Moschetti che aveva sparso la

 



 

 

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voce della morte di don Fornasini.

Don Serra, che aveva sentito due veci contraddittorie sulla scom­parsa di don Fornasini, lo andò a cercare. Raggiuntolo, gli chiese ove stesse di casa e da dove veniva. Questi avendogli risposto che veniva da Caprara, sopra Marzabotto, gli domandò:

-"Conoscevi tu don Fornasini?"

-"Io no!"-

-“Non conosci don Giovanni, il parroco di Sperticano?”

-“Ah, quello sì, perché gli servivo sempre la messa, quando veni­va per gli uffici!"‑

Per essere certo, se realmente quel ragazzino conosceva don For­nasini, don Serra gli disse:

-"Don Giovanni era un prete basso, più grasso di me!" Il piccolo, sgranando gli occhi, rispose:

-"No, ma allora non é mica quello!"‑

-"Allora com'é il tuo don Giovanni?

-"E' alto, magro e con gli occhiali"-

Don Serra si accorse che quel ragazzino diceva il vero e cha il suo don Giovanni era proprio don Fornasini.

-"Sai dové ora?"‑

-"Sì che lo so. E' lassù morto, vicino a mio nonno!"

A quelle parole, don Serra se ne ripartì, andando a portare quella notizia al cardinale.

La questione “Moschetti” - come abbiamo già scritto - non ab­biamo potuto appurarla. Occorrerà appurare chi fu il Moschetti che scese a Sperticano e quel ragazzetto che aveva detto che suo nonno era morto accanto a don Fornasini. Dario Moschetti aveva 37 anni.

Alla fine di ottobre o ai primi di novembre del '44 un al­tro gruppo di tedeschi - probabilmente per una spiata - arriva­rono alla canonica di Sperticano e chiesero dove era nascosto il fratello del parroco.

Luigi Fornasini era conosciuto a Marzabotto, ove aveva cercato di lavorare presso la Todt e non tardarono a scovarlo. Era nascosto nel rifugio con una settantina di persone. La Ca­rolina scese ad avvertirlo: “O lei viene fuori, o i tedeschi ammazzano tutti!”.

Luigi Fornasini venne fuori. Chiese di radersi e poi si presen­tò. Lui ed altri vennero perquisiti ed anche derubati. Per alcuni giorni quegli uomini furono lasciati sul posto. Il 5 novembre, dopo averli caricati di munizioni, li fecero sa­lire su al fronte.

Quel giorno Maria Guccini gli disse: "Gigi, sei rovinato. Se vai lassù, fai la fine degli altri." E lui. "No, mamma. Sono contento. Così almeno vedo se posso incrociare don Giovanni". La sera, sul crepuscolo, quegli uomini dovettero partire.

 



 

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Rimasero al fronte nella zona di Casaglia, fino all'8 novembre. I tedeschi dicevano: “Molto lavorare, molto mangiare!" e quegli uomini dovettero ubbidire a suon di pedate. La sera dell'8 i tedeschi, un po' ubriachi o un po' sul serio, spararono delle raffiche. Un mugnaio di Sasso Marconi fu gravemente ferito al ventre. Luigi Fornasini subì una mitragliata alle gambe.

Vennero trasportati all'ospedale di campo. Luigi venne trasporta­to a spalla da due uomini che, uno più basso e l'altro più al­to, lo fecero ondeggiare da tutte le parti. La sera stessa, pas­sando da Sperticano, i due feriti furono portati nell'ospedale militare di Villa Rossi a Pontecchio. Quella notte il compa­gno di Gigi morì.

L'intestino gli era uscito fuori.

La mattina del 9 la moglie - accompagnata dalla suocera e dalla Carolina – si recarò all'ospedale, a trovarlo. Quivi fu loro detto che Luigi sarebbe stato trasportato al Putti o S. Gio­vanni in Persiceto. La sera, dopo che le donne erano ripartite Luigi fu trasportato a S. Giovanni in Persiceto. Ci stette due mesi. Quivi erano ricoverati anche due fratelli Moschetti ed uno di questi lo avvertì che don Fornasini era morto a S. Mar­tino, accanto ad un suo fratello.

Luigi Fornasini non volle mai credere a quella morte. D'altron­de gli era stato riferito da uno della 7^ Gap che don Forna­sini era vivo e che si trovava in un campo profughi a Firenze. In realtà quel prete era don Urini.

Durante quel novembre anche la Corina non se la passò bene.

Un giorno i tedeschi di quel nuovo gruppo, che era pervenuto in canonica, la mandarono a raccoglierei panni. Un certo Gustav che stava presso la porta semichiusa, le intimò di uscire, ma la Corina si diresse verso un'altra uscita. Fuori sparavano.

In quel momento una scheggia infilò proprio la fessura della por­ta semichiusa e colpi Gustav alla gamba.

La Corina venne lasciata stare e, mentre le scheggie s'incuneavano dappertutto e quei tedeschi conversavano, la Corina pen­so: “Ma quello capisce bene l'italiano. Deve essere più italiano che tedesco!".

Vari superstiti hanno confermato che molti altoatesini combat­terono a Marzabotto, a fianco dei tedeschi.

Alla vigilia del natale del '44, sul buio, la Corina parti dal­la canonica e, passata Bologna, raggiunse Pragatto (Crespellano), alloggiando nella stalla di un contadino.

Durante tutto l'inverno -dopo un'infarinatura natalizia- nevicò abbondantemente e i cadaveri sparsi sui monti di Marzabotto ven­nero tutti ricoperti.

A Pragatto un amico di Gigi s'interessò di lui e disse alla Corina: "Vado a S. Giovanni in Persiceto a lavorare con la Todt e se trovo tuo marito all'ospedale te lo verrò a dire!"

 



 

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Era la pista buona. La Corina non aveva saputo più nulla del marito.

il 6 gennaio del '45, festa dell'epifania, Luigi Fornasini, aiu­tato dall'amico e da un foglio di convalescenza del prof. Forni, riuscì a fuggire da quell'ospedale, guardato a vista dai repubblichini.

Partito di là, un po' in bicicletta e un po' a piedi - era comin­ciato a nevicare - quello stesso giorno riuscì a rivedere la mo­glie e venne nascosto nella stalla.

Quando verso il 26 o il 27 gennaio i Fornasini rientrarono a Bologna, dimorando nel seminario, economicamente erano a terra. La città era in mano ai repubblichini e, quando Luigi cercò la­voro quelli gli dettero del disertore.

Il cardinale seppe dell'arrivo di Luigi Fornasini e volle, veder­lo. Gli fece allestire una camera nel seminario regionale, la quale doveva essere ammobiliata, ma Luigi dovette ripulirla dal­le cimici. Pur nel trambusto della guerra, i Fornasini final­mente si sistemarono in un alloggio più consono.

Durante quei primi mesi del '45 Maria Guccini non faceva altro che piangere e lamentarsi. Gigi - che pur sapeva della morte del fratello e non osava crederci - la consolava, dicendo: “Mamma, basta! non voglio vedervi piangere!  hanno detto che don Gio­vanni ha passato il fronte! Si troverà a Firenze, si troverà a Porretta o dalla nonna a Pianaccio. Aspettiamo la fine della guerra. Speriamo che finisca questa guerra! Arriveranno bene que­sti americani! Poi ci cercheremo a vicenda. Se mi sposto io, si sposterà anche lui!”.

Il 19 aprile del '45 Vergato venne liberata e il sabato, 21 apri­le, fu la volta di Bologna.

 

XII.- Il ritrovamento del corpo di don G. Fornasini e la prima sepoltura.

 

domenica, 22 aprile 1945.

 

La mattina Luigi Fornasini partì da Bologna in bicicletta, alla volta di Sperticano, con alcuni parrocchiani. La strada era tutta una buca ed era faticoso girare con qualsiasi veico­lo. A Sasso, nella zona rocciosa, la strada mancava. Bisognava prendere la bicicletta sulle spalle e passare sopra la ferrovia ove c'era una mulattiera.

 

 



 

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Verso le 10 arrivò a Sperticano. Bisognava verificare se don Fornasini era morto a San Martino. La zona era minata. Rivolto alle persone accanto, Gigi disse: "Datemi un'ora di tempo. Vado su. Se non torno vuol dire che sono morto". Tutto solo salì quel ripido sentiero, che anche il fratello percorse per l'ultima volta e raggiunse il cimitero di San Martino. Pensieri ansiosi gli turbinarono dentro, allorché cominciò ad aggirare le mura del cimitero, in quella zona abbandonata e in preda alle rovine. Là dietro, a pochi pas­si, ci doveva essere il corpo sfatto di don Fornasini e, accanto quello di Moschetti. Vide i due corpi stesi a terra, in quell'angolo appartato delle mura posteriori del cimitero. Quello che doveva essere Moschetti, era un corpo ormai sfatto. C'erano due stampelle appoggiate in quell'angolo. Il compagno che gli giaceva accanto era rivestito del lungo abito nero che portano i preti. Il corpo era intatto, ma senza la testa. A circa un metro e mezzo di distanza c'era un cranio. Le voci che aveva ascoltato tante volte erano vere. Ferma­tosi pochi attimi ripartì col cuore in gola.

Lassù c'erano dei sodati italiani, che stavano togliendo le mine e collocavano delle cordelle bianche, perché i passanti non ci finissero sopra. Chistogli come avesse fatto a salire fin lassù e cosa fosse andato a fare, lo avvertirono del peri­colo cui era andato incontro sconsideratamente e lo consigliarono da che parte scendere.

Sceso a Sperticano, tutto scombussolato disse ai parrocchiani: "Ho già visto abbastanza. Ora me ne torno a casa. Senza ag­giungere altro se ne ripartì, raggiungendo Bologna verso le 17. La madre che non era riuscita a trattenerlo, perché non salisse lassù, rimproverandolo, gridò: "Sei contento adesso che l'hai visto? Sei a posto, adesso?". Luigi non rispose.

 

Lunedì, 23 aprile 1945

 

La mattina Luigi uscì con la moglie per andare dal cardinale e per trovare il necessario, onde raccogliere la salma del fratello.

Camminando per le strade di Bologna, Luigi non fece altro che ripetere: “L’è propri lù, Corina, l'è propri 1ù”.

I familiari gli prepararono un lenzuolo, per involgere il cor­po. Giunto dal cardinale, Luigi raccontò la scena che aveva visto e insieme parlarono di come seppellire don Fornasini. Il cardinale gli disse: "Per adesso non si può far niente. Vai su al cimitero di San Martino e lo porti giù a quello di Sperticano, poi si vedrà."

Luigi Fornasini si imbatté nel suo amico Arnaldo, uno scampato alle stragi di Marzabotto, per l’intervento di don Fornasi­ni. Il giorno successivo sarebbero saliti insieme a San Martino.

 



 

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martedì, 24 aprile 1945

 

Quando Luigi e Arnaldo arrivarono a Sperticano, alcuni par­rocchiani avevano già preparato la fossa nel cimitero vicino alla chiesa e, altri, una cassa rudimentale fatta con alcune tavole.

Luigi Fornasini e Arnaldo - saliti intanto a San Martino - in­volsero il corpo del prete di Sperticano nel lenzuolo. In tasca gli fu trovato l'asperges, il dizionarietto, il ritua­le e un'agendina tutta rovinata dall'acqua e dalla neve. Luigi s'accorse che don Fornasini era stato derubato del por­tafoglio, dei documenti e dell'orologio. Questo orologio che lui stesso gli aveva dato, facendo uno scambio, allorché nascosero gli oggetti più preziosi che avevano, quando arriva­rono i tedeschi.

"At dag quest, va 1à”, gli disse Gigi. Quell'orologio non c'era più. Sollevando il corpo, saltò fuori, invece, una col­lanina con la medaglietta. Questa si era insaccata tra il collarino e la maglia. La prese con sé, conservandola. Il corpo venne trasportato a Sperticano.

Erano circa le 16,30/17. Don Angelo Serra e don Lino Pelati benedirono la salma e recitarono le preghiere dei morti. Venne seppellito in fondo allo stadone centrale del cimitero

di Sperticano, accanto alla tomba di don Roda. Tra le due tombe venne posta una croce.

 

XIII. L'ultimo saluto. La sepoltura ufficiale.

 

Dopo aver passato un altro mese e mezzo nel seminario regionale, tra via dei Mille e piazza Umberto I°, il I° maggio la Corina venne accompagnata dal padre a Porretta Ter­me. La casa dei Fornasini era stata occupata e questi dovette­ro trafficare un po' col barbiere Remo Mucciarelli che, facendo parte del comitato di liberazione, vi aveva sistema­to un giovane.

Allorché la casa fu libera, Luigi Fornasini nel maggio si riunì con la moglie a Porretta. Dovette compiere un lungo gi­ro su un camion americano, recapitando la posta. La Porretta­na era mal ridotta e dovette passare da Castel D'Aiano. Durante quell'estate a Sperticano fu curato quel po' di grano e di erbe che c'era. I campi attorno alla canonica vennero ri­parati dai danni della guerra.

Per il 13 ottobre del '45 ormai era un anno che don Fornasi­ni era morto e tutti volevano commemorare quel primo anniver­sario. Sì pensò ad una sepoltura ufficiale. I partigiani e don Serra pensarono che convenisse seppellire don Fornasini a Marzabotto. I familiari preferivano Porretta, ove c'era la tomba di famiglia. Maria Guccini diceva: "Se dovete portarlo

 


 


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a Marzabotto, allora è meglio che lo portiate a Porretta". Il card. Naselli Rocca non volle saperne, nè di Porretta e tanto meno di Marzabotto: don Fornasini doveva essere sepolto nella sua parrocchia di Sperticano. I familiari dovettero obbedire a quegli ordini, che venivano dall'alto. Sapevano che don Fornasini dipendeva dal cardinale, in vita e in morte, e non poterono fare altrimenti.

 

L'ultimo saluto ad un prete che visse la resistenza di Marzabotto.

 

Per l'anniversario del 13 ottobre, le autorità dettero or­dine di rimuovere la salma. Luigi Fornasini pensò alle spese. A Porretta fece preparare la cassa.

 

L'11 ottobre la cassa venne portata su a Sperticano. Quella sera Luigi Fornasini non avvertì la madre del fatto che il giorno dopo avrebbero rimosso la primitiva cassa del fratel­lo. Avrebbe fatto in modo di poter esser presente, per poter rivedere il corpo del figlio. Non l'aveva più visto da quella triste mattina del 13 ottobre del '44.

Il 12 ottobre Luigi Fornasini tirò fuori la cassa. Le autori­tà e i parrocchiani vollero disimpegnarlo. Aveva già fatto tan­to, ma Gigi aveva deciso di presenziare a tutte quelle opera­zioni e volle essere a disposizione fino in fondo. Ne aveva il diritto. Don Fornasini era il suo unico fratello e con lui aveva vissuto i giorni bui del macello nazifascista. Don A. Ser­ra, tutto preoccupato, non faceva altro che dirgli: "Vai via di lì, Luigi!", ma lui non dette ascolto nemmeno alla voce di quel parroco di Panico, scampato alla morte.

Il lenzuolo, in cui la salma di don Fornasini era stata invol­ta, venne ritrovata tutta consunta, specialmente all’altezza del petto, ove egli era stato mitragliato. Il corpo venne ri­trovato ancora intatto e mummificato.

A tal fatto qualcuno dei presenti pensando a quei 193 giorni in cui la salma era rimasta insepolta e a quei 173 giorni del­la sua provvisoria sepoltura cominciò a dire: "E' un santo!". Nessuno pensava di ritrovare il corpo di don Fornasini, conser­vato in quella maniera.

La sera tutto era finito e pronto per la cerimonia del gior­no dopo. La mattina del 13, la salma era già stata sistemata nella vicinissima chiesetta. C'erano tutti a quella cerimonia: i familiari, compresa la mamma, gli scampati alle stragi e le persone salvate da quel prete. La nuova cassa era già stata chiusa e nascose ancora una volta, agli occhi della madre, il corpo del figlio.

La piccola chiesa di San Tommaso di Sperticano era stipata di gente e di autorità, in preda alla commozione. Il cardinale non c'era. Molti fiori e ghirlande furono portati anche da

 



 

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Porretta.

Il santino funebre commemorativo ricordò quel prete di Sperticano, ponendovi una fotografia familiare, che lo ritraeva coi suoi grandi occhiali tondi:

"Sac. D. Giovanni Fornasini/N. a Pianaccio il 23-11-1915/M. a Sperticano il 13-X-1944/ Serberanno i buoni/ Reverente e pietosa memoria,/ Del Sacerdote pio e zelantissimo/ Don GIOVANNI FORNASINI/ Gagliardo di spiriti e di fede/ Operosissimo parroco di Sper­ticano/ Finito miseramente per ferro nemico/ Sulla pubblica via/ Il di 13-X-MCMXLIV/ Nell'ufficio dell'alto suo ministero/ In terra di S. Martino di Caprara/ Pur nella giovinezza del Suo sacerdozio/ Cultore provetto del giardino di Dio/ Si fé alle anime/ Amoroso maestro di virtù/ Dimenticando sè stesso/ Nella diuturna fatica/ Per sante parole e per più sante opere/ A pochissimi com­parabile/ Tutti lo amarono lo piangono/ E lo desiderano/ Alla ma­dre mesta al fratello ai parenti/ Che hanno gli occhi al cielo/ La memoria del domestico Angelo/ Ispiri forza e conforto/ Scuola Prof. Tip. Sordomuti - via Nosadella 51 Bologna./".

La salma di don Fornasini venne collocata nella cappella la­terale della Madonna, che si trova a destra, per chi entra nella piccola chiesa di Sperticano - e ricoperta da una semplice lastra dì marmo, a livello del ristretto pavimento tra la pare­te laterale e la predella dell'altare, alla sinistra di chi lo guarda.

 

-Epiloghi.

1. L'arresto di W. Reder e il processo di Bologna.

   Il referendum sul perdono.

L'11 ottobre 1944, XXII anno dell'era fascista, il Resto del Carlino, col titolo “Vorci inconsistenti”, scriveva:

"Le solite voci incontrollate, prodotto tipico di galoppanti fantasie in tempo di guerra, assicuravano fino a ieri che nel corso di una operazione di polizia contro una banda di fuorileg­ge, ben centocinquanta, fra donne, vecchi e bambini, erano stati fucilati da truppe, germaniche di rastrellamento nel comune di Marzabotto. Siamo in grado di smentire queste macabre voci e il fatto da esse propalato. Alla smentita ufficiale si aggiunge la constatazione compiuta durante un apposito sopralluogo. E' vero che nella zona di Marzabotto é stata eseguita una operazione di polizia contro un nucleo di ribelli il quale ha subìto forti perdite anche nelle persone di pericolosi capibanda, ma fortuna­tamente non é affatto vero che il rastrellamento abbia prodotto la decimazione e il sacrificio nientemeno che di centocinquanta elementi civili. Siamo, dunque, di fronte a una nuova manovra dei soliti incoscienti destinata a cadere nel ridicolo, perché

 



 

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chiunque avesse voluto interpellare un qualsiasi onesto abitan­te di Marzabotto o, quanto meno, qualche persona reduce da quei luoghi, avrebbe appreso l'autentica versione dei fatti.”

Così riportava il Carlino, a tredici giorni dall'inizio delle stragi fatte a Marzabotto dai reparti nazisti di Reder e a due giorni dall'uccisione di don Fornasini.

Di quell'"operazione di polizia", sotto la data 29 marzo 1945, furono redatte due cartine - per l’opuscolo “Bandenbekampfung in Oberitalien", curato dal Generalkommando I-Fallsch. Korp - che indicavano le fasi di quell'azione contro la Brigata Stella Rossa. Di quei documenti, che vennero preparati in una stamperia bolognese, venne a conoscenza Guido Musolesi, il fratello del Lupo, verso il 20 marzo del '45. Riuscì ad impossessarsene, dopo uno scontro con le brigate nere e i tedeschi. Si trattava appun­to del fascisolo "Achtung! Banden Gefahar!", redatto apposita­mente per i militari tedeschi.

Ebbene, quell' "operazione di polizia" costò la vita di 1830 e più civili, soltanto donne, vecchi e bambini.

Il maresciallo Kesselring, condannato dagli inglesi a Venezia alla pena di morte, commutata poi con l'ergastolo e infine graziato, spudoratamente disse che, quanto si verificò a Marzabotto, fu soltanto una pura "operazione di guerra" e il 17 giugno 1944, allorché era riuscito ad avere sotto le sue dipendenze il co­mandante supremo delle SS e della polizia, aveva impartito queste direttiva: "La lotta contro le bande dovrà ( ... ) venir condotta con tutti i mezzi disponibili e con la massima asprezza. Difen­derò qualsiasi comandante che, nella scelta e nel rigore dei mezzi impiegati, abbia oltrepassato la misura moderata da noi considerata normale".

E Reder, quel suo subalterno, che il 20 settembre 1941 fu ferito al collo da una pallottola, che gli trapassò il polmone e che il 15 marzo 1943 venne ferito da una granata, che gli amputò l'avambraccio sinistro, da quando il 24 maggio del '44 giunse in Italia, ottemperò fedelmente agli ordini, massacrando circa tremila persone.

Secondo quanto Reder affermò al processo, egli partì dalla zona di Carrara nella notte fra il 13 e il 14 settembre e il 15 arrivò a S. Marcello Pistoiese, fermandosi a Porretta (una distanza di 107 Km, percorsa in una notte!), rimanendovi fino al 21, negan­do così di essersi trovato a Bergiola tra il 16/17 settembre del '44.

Col comando si bloccò a Rioveggio e - stando sempre alle sue indubbie affermazioni - non poté partecipare alla strage di Marzabotto, perché sofferente di sinuvite al ginocchio sinistro ed era costretto a girare col bastone.

Nel suo libro "Crimini di guerra mascherati", il Venale scrisse che si era: "falsamente addebitata a Reder la sorte di tutti co­loro che, per cause naturali o altri motivi, morirono a Marzabotto

 



 

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dall'8 settembre 1943 al 25 aprile 1944". Altrove scriveva: "La pace di Marzabotto non fu mai turbata, come tutte le cit­tà e tutti i villaggi situati dietro il fronte, Marzabotto patì solo per colpa dei bombardamenti americani".

"Nel settembre 1944 la linea tedesca fu spostata a sud e a est della città, in modo tale che Marzabotto dové subire il fuoco dei cannoni americani".

"Nella primavera seguente la città fu sgombrata dai tedeschi sen­za combattimenti, nel quadro della ritirata generale verso il settentrione”

"Il nome di Marzabotto era risuonato, tuttavia, quando il 29 e il 30 settembre 1944 si era combattuto sulle colline a sud della città".

Infine il Venale scriveva: "All'azione Reder non partecipò per­ché era stato ferito ad un ginocchio: dovette limitarsi a diri­gere l'attacco principale servendosi di una piccola radio da campo" (Da P. Cozzi, cit., p. 7 non numerata).

Le affermazioni di Reder e del Venale non quadrano nei partico­lari.

Il 29 iniziò la strage. Vi parteciparono perlomeno:

 

1) i 350 uomini del XVI° battaglione "SS Panzer Aufklarung Abteilung Recce Unit" di Reder (i quali attaccarono in direzione di Monte Sole e Monte Caprara, investendo Casaglia, Carrara, San Nicolò, Cerpiano, San Giovanni);

2) i 600/700 uomini di un battaglione composto quasi esclusi­vamente da russi di razza mongola (i quali, da Sibano e Pioppe di Salvaro, si diressero verso S. Martino);

3) i 200 uomini di una formazione d'artiglieria (i quali avanza­rono da sud-ovest);

4) un reggimento di paracadutisti (che partì da Marzabotto);

5) i 150 uomini "Flak";

6) i 100 uomini del reparto mitraglieri.

 

Il 30 settembre Reder inviò sul posto il tenente Saalfrank, perché conducesse a termine l'impresa e, il pomeriggio del 1° ottobre - stando sempre alle sue affermazioni - ricevette l’ordine di partire per Lagaro (ove era stato stabilito il fron­te) e, sgombrando con tutto il battaglione da Rioveggio, mandò avanti il tenente Saalfrank.

Tra il 6 e 1'8 ottobre era a Cerpiano, al suo comando tattico, negando così la sua presenza nella strage di Ca' Beguzzi (5 ottobre). Il 9 e il 10 di ottobre ci fu uno scontro a Sasso Marroni. La famiglia Ceretti e altri cinque civili furono ucci­si. Vennero presi tredici partigiani. Trasportati a Casalecchio, questi, legati con filo spinato ai pali e alla cancellata di una villa, furono massacrati e lasciati per vari giorni alla vista di tutti. Il 18 ottobre a villa Colle Ameno furono mas­sacrate 19 persone, in precedenza tutti rastrellati a Lama di

 



 

96

Reno e a Marzabotto per essere trasportati in Germania.

Stando sempre alle dichiarazioni del "monco", questi rimase sulla linea del fronte Vado-Forcoli dal 12 ottobre al 9 novembre, negando così di essere stato alla fine del mese e il primo di novembre a Casteldebole. Quivi, infatti venne diretta un'azione nel greto del Reno (30 ottobre), contro 24 partigiani in attesa di poter essere traghettati sull'altra sponda. Questi furono traditi da chi li doveva traghettare, un certo Medardo Lambertini, poi ucciso. Morirono in un rifugio antiaereo ove avevano cercato riparo con altri due civili. Si salvò una sola persona. Un tede­sco rimase ucciso e un altro ferito. Per questo vennero rastrel­lati e massacrati (il 31) 10 civili. Il 10 novembre Reder fece seppellire i morti al marito di Tondelli Giovanna, quindi lo fece uccidere. La moglie era presente e si era buttata alle ginocchia di Reder, per averne la grazia.

A metà dicembre Reder si trovava a riposo col suo battaglione nella zona tra Casalecchio e Zola Predosa.

All'inizio del '45 il governo Badoglio lo accusava di "crimini di guerra". Dopo la liberazione di Bologna (sabato, 21 aprile 1945), Reder fuggì a nord con le truppe tedesche, tentando di raggiun­gere la Baviera, ricercato anche dal Comitato di Londra delle Nazioni Unite per lo sterminio di ebrei, comunisti, polacchi e partigiani ucraini.    1:

Catturato il 9 maggio 1945 a Salisburgo dagli americani, fu internato in un campo di concentramento. Il 30 settembre del 1947 venne messo a disposizione degli inglesi, per essere giudicato assieme al gen. Max Simon, comandante della divisione corazzata granatieri, cui apparteneva anche Reder e precisamente la XVI^ "SS Panzer Granadier Division Reichs Fuhrer SS.

Gli inglesi non processarono però nel Veneto il Reder. Questi fu messo a disposizione della giustizia militare italiana. Doveva essere consegnato, secondo gli accordi pattuiti, l'8 aprile, al posto di frontiera di Tarvisio, ma fu consegnato all' Italia soltanto il 13 maggio 1948. Venne portato e rinchiuso nel carcere militare di Bologna.

Da quell'anno al settembre del '51 furono lentamente e faticosa­mente preparati gli atti di accusa in circa ottomila dattiloscritti e raccolti in 15 volumi. Vari atti erano già a disposizione, ma taluni non vennero inseriti, perché il proces­so era già iniziato.

Per il processo vennero citati dall'accusa 65 testimoni e 75 dalla difesa. I testi tedeschi fecero deposizioni scritte e di essi soltanto alcuni parteciparono al processo.

 



 

97

Così era composto il gruppo del Collegio giudicante e della difesa:

Collegio giudicante, che pronunciò la sentenza.

Presidente. ………………………….. Gen. di brigata, Paolo Petroni;

Giudice relatore…………………….. cap. dott. Attilio Grossi;

Giudici militari………………………col. di fanteria, Gaetano Loffredo;

........................... ten. col. di fanteria, Alberto Turchi;

ten. col. di fanteria, Silvio Matteucci;

Giudice supplente…………………… ten. col. Petrone.

Cancelliere ……………………………… P. di Pace;

Pubblico Ministero …………………………..cap. Piero Stellaci.

 

Difensori.

 

avv. Mevio Magnarini del Foro di Bologna

avv. Giuseppe Schirò del Foro di Roma

avv. coadiutore, dott. Klaus von Heydebreck.

Il dibattimento orale del processo di Bologna contro Reder iniziò alle ore 9,15 di martedì 18 settembre 1951 e si svol­se nella piccola aula del tribunale militare territoriale di Bologna. Sospeso per due giorni (23-24 settembre), il proces­so fu ripreso il 25 settembre e continuò fino al 29 settembre, giorno in cui fu rinviato all'8 ottobre. In quell'intervallo di tempo venne compiuto un sopralluogo in Toscana. Il 2 otto­bre, caricato su un furgone cellulare, preceduto e seguito da due nuclei di carabinieri al comando del maggiore Pizzitola, Reder venne trasportato dalle carceri di S. Giovanni in Monte di Bologna a quelle di Lucca.

Il 3 ottobre Reder venne portato a Pietrasanta per il so­pralluogo. Il presidente e i giudici del tribunale militare raggiunsero quella località da Viareggio.

Il 4 ottobre i giudici si portarono nell'Alta Lunigiana e fe­cero un sopralluogo anche a San Terenzo, Valla e Bardine.

 



 

98

Lasciato Fivizzano, quel gruppo rientrava a Bologna la sera, verso le 22.

Nel mese di ottobre il processo ebbe 11 giorni di sospensione (dall'8 al 18 compresi), quindi altri quattro giorni (dal 21 al 24 compresi).

Il 26 ottobre ci fu una pausa, prima delle battute finali.

Il 27 ci fu l'arringa del P.M., il 28 quella dell'avvocato Ma­gnarini e il 29 quella dell'avvocato Schirò. Il 30 ci furono le repliche e infine la sentenza il 31 ottobre.

Il P.M. chiese la pena di morte, ma il Tribunale militare, dopo essere stato in camera di consiglio dalle 16,25 alle 22,15, con­dannava il Reder - a seconda dei vari reati - a trent'anni di reclusione, fatto comportante anche la degradazione. Ma, coll'obbligatorio cumulo penale (ai sensi dell'art. 72 C.P.) di tut­ti i reati, il Collegio giudicante in definitiva lo condanna­va "alla pena dell'ergastolo, alla degradazione, ed alle altre conseguenze di legge, tra cui il pagamento delle spese proces­suali". (Reder nel giudizio, cit. p. 119).

Reder venne prosciolto da altri reati "per insufficienza di prove". La gente stizzita, urlò in aula la fucilazione e nel Paese sorsero pesanti critiche.

Lo stesso 31 ottobre gli avvocati difensori, fecero ricor­so per l'annullamento di quella sentenza e il 1° novembre anche il Reder propose lo stesso ricorso. Entrambi gli atti furono sottoscritti dal cancelliere militare M. Baggi. La sentenza venne depositata in Cancelleria il 24 dicembre 1951, sottoscrit­ta dal cancelliere militare A. de Sanctis.

Il 16 marzo 1954, il Tribunale Supremo Militare (Presidente Boncompagni; giudice e consigliere relatore, il magg. gen. G.M. Enrico Santacroce; il P.M. e Sost. Proc. Gen. Mil. della Repub­blica, ten. gen. G.M. Nicola Galasso - che chiese il rigetto del ricorso -) a Roma, in camera di consiglio, rigettava i ri­corsi presentati e li annullava "senza rinvio", per erronea applicazione della pena accessoria della degradazione nonché in ordine all'assoluzione per insufficienza di prove in relazione ai fatti occorsi a S. Anna di Stazzema e a Bergiola e sul fiume Frigido, sostituendo alla formula dubitativa quella di assoluzione per non aver commesso i fatti. (Reder nel giu­dizio, cit., p. 164).

La sentenza suprema veniva sottoscritta a Bologna il 20 marzo del '51 dal cancelliere militare P. di Pace. Nel giugno dello stesso anno il Tribunale Militare di Bologna faceva una retti­fica in merito alla sentenza.

Il 7 maggio 1955 Reder chiedeva l'indulto previsto dall'art. 2, lettera a) D.P. 19/12/1953 n. 922, ma il Tribunale Militare rigettò quell'istanza il 23 giugno del '55.

Il Reder fece ricorso anche avverso quel rigetto il 5 luglio '55, ma il Tribunale il 21 febbraio del '56 glielo respingeva.

 



 

99

Il "monco”, venne poi rinchiuso nella fortezza militare di Gaeta (Latina), convivendo assieme al colonnello delle SS Herbert Kappler - lo sterminatore dei 355 civili delle Fosse Ardeatine -in uno stesso appartamento, composto di otto comode stanze. La pressione della pubblica opinione neonazista tedesca si fece sentire.

Il 9 marzo 1962 così scriveva il Deutsche Soldatenzitung:

"E' ormai tempo che sia fatta luce su Marzabotto; é ormai tempo dopo 17 anni di doloroso martirio che il prigioniero innocente sia restituito alla sua vecchia madre e alla luce della libertà". (Collana Documenti, Nazismo ieri oggi, Edizioni A.N.P.I., Roma, 2^ ed. 1967, p. 82).

L'11 aprile dello stesso anno il Die Kameradschaft affermava: "L'ignobile verità di Marzabotto un uomo innocente imprigionato a Gaeta perché i comunisti vogliono così ( ... ). E' uno dei nu­merosi fatti incomprensibili del dopoguerra che l'arbitrio dei vincitori determini ciò che deve essere considerato come crimine e che debba essere giudicato quale criminale". (Nazismo, cit. p. 82).

Riportiamo infine un ultimo breve stralcio del Der Kamerad, dicembre 1963:

"Noi teniamo in maniera particolare a ricordare coloro i quali attualmente si trovano ancora dietro le sbarre o dentro le mura di prigioni, solo perché essi sono stati vinti. Così il nostro pensiero va a Walter Reder, a Gaeta, e agli altri". (Nazismo, cit., p. 83).

Nel 1961 uscì un libello diffamatorio su Marzabotto, di Lothar Greil, Die Luge von Marzabotto, Schild-Verlag, Monaco di Baviera e in difesa di Reder.

Ecco alcuni passi a proposito di Reder.

"E' dimostrato a sufficienza che nel corso dell'insieme dei combattimenti nella zona di Marzabotto, da parte degli uomini delle SS al comando del magg. Reder non fu compiuto neppure un unico atto di sopraffazione."(Cfr., Bologna é libera, cit. p. 121). "Stimato per il suo valore straordinario, apprezzato per il suo zelo e onorato dai suoi soldati come un capo ed un camerata esemplare".(Ibid.,p. 121).

"A Bologna sul banco degli accusati sedeva, col maggiore Reder l'intero popolo tedesco."(Ibid.,p. 121).

E, a proposito dell'Italia e dei comunisti:

"Ci si potrebbe domandare chi in verità regge le sorti dell' Italia: il Partito Comunista o la Democrazia Cristiana e la sua coalizione? La risposta dovrebbe suonare così: quale influenza ha determinato all'interno del paese il Partito Comunista. Poi­ché il P.C.I. ha notoriamente più periodici, giornali, pubblicazioni e libri che tutti gli altri partiti assieme (...).

Non c'é da meravigliarsi che in questo onorato paese della NATO, un ufficiale tedesco debba essere prigioniero della pubblica

 



 

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opinione comunista, mentre i colpevoli della vile strage del 23 marzo 1944 a Roma, i comunisti Bentivegna e Calamandrei (responsabili dell'olocausto di trentadue soldati tedeschi e dieci donne e bambini) vennero decorati dallo Stato Italiano con medaglia d'argento al valore". (Ibid. p. 121).

Il 30 aprile 1967 Walter Reder tentò ancora di ottenere la grazia, chiedendo il perdono dei marzabottesi in una lettera diretta al sindaco di Marzabotto on. Giovanni Bottonelli:

 

"Gaeta, 30 aprile 1967

Illustrissimo Signor Sindaco,

il sottoscritto Reder Walter, condannato alla pena dell'er­gastolo per i luttuosi fatti commessi a Marzabotto, si permet­te di esporre a Lei, primo cittadino di Marzabotto, quanto segue. La madre del sottoscritto, adesso più che ottantenne, ha già perso tre figli. Il primo é morto in tenera età. Il fratello Rodolfo morì nel 1930 causa un infortunio. La sorella Marta, che era sposata a Verona con un ingegnere italiano e viveva a Parigi, é perita insieme al marito nel 1941.

Numerose istanze di grazia, inoltrate in prima linea dalla madre, dal sottoscritto e da numerose personalità, non ebbero successo.

Signor Sindaco,

fatti successi e sangue sparso non si possono cancellare, ed il ricordo sarà sempre vivo nel cuore di coloro che hanno tan­to sofferto, é vivo nei rimorsi sempre più pungenti di co­lui che li ha commessi. Ma al di sopra di tutto stanno le vir­tù, che sono la prerogativa di anime forti e nobili, cioè la misericordia ed il perdono.

Una madre che ha perso tre figli, affranta dal dolore tende le mani verso Marzabotto e chiede il perdono per l'unico fi­glio che le é rimasto. Non essendo più in grado di viaggiare causa l'età e le condizioni di salute, la madre del sottoscritto non ha che una speranza, di poter abbracciare il fi­glio prima di morire dopo aver ricevuto per lui il perdono d Marzabotto e la grazia del Presidente.

Coloro che impartirono gli ordini dai quali nacquero fatti tanto funesti sono in libertà già da lunghi anni, così per esempio il maresciallo Kesselring, condannato a morte, il ge­nerale Simon ed altri.

Tutti gli stati belligeranti di allora, in prima linea l'U­nione Sovietica, hanno pure graziato già da molto tempo tutti i criminali di guerra austriaci, condannati o all'ergastolo o a lunghissime pene detentive.

Il Consiglio Comunale della Città-Martire di Marzabotto nel 1 dicembre 1966 ha lanciato un nobilissimo appello per la pace nel lontano Vietnam.

 



 

101

Tutto ciò premesso, il sottoscritto si rivolge a Lei, illustris­simo Signor Sindaco, spontaneamente Supplicando che la popola­zione di Marzabotto, tramite suo ed il Consiglio Comunale di Marzabotto, mi conceda il Perdono per il sangue sparso e per i danni recati alla popolazione della Città-Martire. Questo perdono sarebbe un fanale di altissimo sentimento di nobiltà, misericordia e pietà.

Walter Reder"

 

 

Questa diabolica lettera, che può commuovere i non esperti,

é scritta da mano "esperta". Le righe che Reder ha firmato non esprimono affatto un suo sentimento profondo di condannato pentito. Il testo é scritto in modo da dissimulare il suo pen­timento e il riconoscimento delle sue colpe. Leggetelo attenta­mente. Tale lettera é l'eloquente espressione di un cinico, che tenta di sfruttare ogni pista, pur di venirne fuori. E' stato"condannato alla pena dell'ergastolo per i luttuosi fatti commessi a Marzabotto", scrive. Questa non e un'autocondanna. E' diplomazia epistolare, cinica. Sembra che quella pena gli sia stata comminata soltanto perché si sono verificati quei fatti, come se lui non fosse stato presente e non lì avesse com­messi, anzi, che fossero stati perpetrati da altri.

Non é lui a chiedere "spontaneamente" il perdono di legge e per­ché é realmente pentito. Lui afferma soltanto di rivolgersi “spontaneamente" al sindaco e con ciò supplica che "tramite suo ed il Consiglio Comunale di Marzabotto” la "popolazione di Marzabotto” gli "conceda il Perdono per il sangue sparso e per i danni recati alla popolazione della Città-Martire". Sembro che Reder sia un innocente che, espiando per altri, vo­glia assumere su di sé eroicamente le altrui responsabilità. E per ottenere quanto vorrebbe, scrive che la vecchia e cagio­nevole madre "chiede il perdono per l'unico figlio". Perché strumentalizzare cinicamente una povera donna? Se Reder fosse stato veramente pentito, avrebbe riconosciuto le sue colpe e con umiliante lettera si sarebbe presentato meglio al sentimen­to dei superstiti e forse avrebbe potuto ottenere anche il per­dono. Perché credere - quasi fossimo esseri superiori - di po­ter ingannare il sentimento degli uomini? La pista forse era buona, per ottenere la grazia. Perché non assumersi le proprie responsabilità e firmare un testo tanto provocatorio? Il 4 maggio 1967 tale lettera venne recapitata al sindaco, che -nelle sedute consigliare del 29 maggio e del 6 giugno - infor­mò del fatto i rappresentanti delle minoranze.

Il 26 giugno la Giunta municipale ordinò per il 27 una confe­renza-stampa, sul fatto che tale lettera, fosse venuta a pub­blica conoscenza e sulla decisione di compiere un referendum popolare.

 



 

102

Il 3 luglio la giunta comunale ratificò quel referendum sul per­dono,

La domenica 16 luglio 1967, alle ore 9,30 nel salone del cinema Moderno di Marzabotto furono convocati i superstiti delle stragi e i loro diretti congiunti, perché esprimessero, mediante vo­tazione segreta, il loro parere sul perdono. Vennero informa­ti anche i superstiti toscani e i rispettivi sindaci locali. Quelli che non poterono partecipare, espressero per iscritto il loro parere entro il 20 luglio.

Quel giorno si presentarono nel cinema Moderno 288 convocati e, tra questi anche Luigi Fornasini, contrassegnato al n. 66. Le risposte scritte furono 74.

Le votazioni all'interno della sala cinematografica si concluse­ro alle ore 12,30. Questo fu il parere dei votanti

 

votanti

voti validi

schede

totale

il

numero

no

si

bianche

nulle

voti validi

6/7/’67

 

288

282

4

1

1

286

entro il 20/7/’67

74

74

-

-

-

74

TOTALE

362

356

4

1

1

360

 

Il 2 luglio 1967, così scriveva Reder, da Gaeta, a Ilia Baldi, la sua vecchia collaborazionista in Toscana nel '44:

"Cara Ilia,

mi ha fatto piacere di ricevere da te un "segno di vita" e ti ringrazio di cuore per le tue commoventi parole!

Quando a metà aprile di quest'anno l'avvocato austriaco é stato a Roma per la mia faccenda di grazia, durante il suo viaggio di ritorno si fermava a Bologna e si recava dal sindaco di Mar­zabotto. Arrivato a casa in Austria, l'avvocato mi informava di questo colloquio e mi mandava una minuta per la lettera con­sigliandomi di scriverla al sindaco.

Che di questo fatto si faceva e fa (ora in Versilia) tanta pub­blicità nella stampa, alla radio e alla televisione (hai forse visto "TV-7" del 3 luglio?), é la chiara dimostrazione che si voleva provocare soltanto una reazione negativa sull'opinione pubblica. Naturalmente negli articoli, come di solito, si at­tribuisce a me fatti mai commessi e per i quali sono stato as­solto (fra essi quello di S. Anna di Stazzema, Bergiola, Fiume Frigido presso Massa). E quante balle scrivono nei giornali e nelle riviste sulla mia vita! Ma, dai tempi del mio processo

 

 



 

103

a Bologna, mi sono abituato ai servizi calunniosi e scandali­stici della stampa.

Sull'esito della "votazione" in M. ed ora poi in Massa nessun commento: inoltre esso era previsto da me e, naturalmente, dagli altri. (vedi le dichiarazioni degli intervistati nella trasmissione "TV-7" del 3/7).

Stai sicura, il mio morale é sempre alto e la salute é, nono­stante tutto, buona.

Con un forte abbraccio,

Tuo Walter"

 

Non occorrono commenti.

 

2.- Marzabotto, "città martire" e medaglia d'oro. Il suo Sacrario.

 

Il 25 settembre 1949, davanti alle massime autorità civili e religiose, il presidente della Repubblica Luigi Einaudi, appuntava sul gonfalone di Marzabotto la medaglia d'oro al Va­lor Militare, concessa con la seguente motivazione.

"Incassato fra le scoscesi rupi e le verdi boscaglie dell' antica terra etrusca, Marzabotto preferì ferro, fuoco e distruzione piuttosto che cedere all'oppressore. Per quattordici mesi sopportò la dura prepotenza delle orde teutoniche che non riu­scirono a debellare la fierezza dei suoi figli arroccati sul­le aspre vette di Monte Venere e di Monte Sole sorretti dall' amore e dall'incitamento dei vecchi, delle donne e dei fanciul­li. Gli spietati massacri degli inermi giovanetti, delle fio­renti spose e dei genitori cadenti non la domarono ed i suoi 1830 morti riposano sui monti e nelle valli a perenne monito alle future generazioni di quanto possa l'amore per la Patria.

(Marzabotto, 8 settembre 1943 – 1 novembre 1944)

 

Il Sacrario_fu voluto dal parroco don A. Serra, e dal consenso e dall'appoggio del Comune di Marzabotto.

Costruito dal Genio civile di Bologna e dal C.G.O.C.G., venne solennemente inaugurato l’8 ottobre 1961, nel XVII° anniversa­rio del martirio dei marzabottesi. Parteciparono alla manife­stazione circa centomila persone, convenute da tutta Italia. Le adesioni alla celebrazione furono innumerevoli.

Parlarono l'on. Giovanni Bottonelli, il sindaco di Marzabotto, l'on. Angelo Salizzoni, l'on. Giulio Andreotti e William Cal­lova, sindaco di Coventry.

La manifestazione era stata rinviata di un anno, perché nel sacrario erano stati traslati, da altri cimiteri, i resti di repubblichini e collaborazionisti giustiziati, onde riempire

 



 

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- secondo una disposizione del ministero della difesa - i loculi vuoti.

Il Sacrario é composto da un'ampia chiesa sovrastante e dalla sottostante cripta-ossario.

Vi si accede o a mezzo di una gradinata che mette in comunica­zione la cripta con la chiesa soprastante o a mezzo di un in­gresso a sé stante.

In un muro esterno alla cripta e racchiudente l'area d'ingres­so é posta una lapide ricordante che, dietro ad essa, è rac­colta la terra delle Fosse Ardeatine. E’ un memore e tragico gemellaggio.

La cripta ha una pianta di forma rettangolare con abside ed al­tare ad una estremità. Nella fascia superiore dell'esedra semi­circolare dell'altare, Stella Angelini ha dipinto tre fasi belliche - la partenza dei giovani per la guerra, l'eroico co­mune sacrificio dei combattenti e dei civili e il ritorno alla pace e al lavoro, dopo la guerra. Nei due ampi bracci che si allargano lateralmente dopo l'abside e ai piedi della parete di fondo, rispetto all'abside - nella quale l'Angelini con tec­nica su lamina aurea ha dipinto il trittico: lo sterminio del '44, il dolore dei superstiti e la ripresa della vita civile -sono state collocate tre grandi pietre tombali in marmo nero, che ricordano i caduti non riconosciuti e i non raccolti nel Sacrario.

Le pareti laterali della pianta rettangolare sono aperte e compartimentate in dieci settori ad essa perpendicolari. Entro quei muri, rivestiti in marmo bianco, sono disposti i lo­culi di 771 civili, 7 partigiani e, 410 militari della prima e seconda guerra mondiale.

Lampade sostenute da alti bracieri illuminano l'interno. Sul frontone del corridoio centrale é posta la scritta: "Ricordate e meditate il nostro sacrificio".

Riportiamo un elenco statistico dei 1138 caduti nella cripta-ossario.

 

CADUTI CRIPTA-OSSARIO DI MARZABOTTO

N.   TOTI ATE

I^ guerra

mondiale

cittadini di Marzabotto

26

410

provenienti da altri fronti

384

II^ guerra

mondiale

‘40-'45

partigiani

7

7

Civili

 

d'età inferìore ai 12 anni

189

771

d'età dai 12 ai 18 anni

30

uomini d'età dai 18 ai 60 anni

161

Donne

315

di oltre 60 anni

76

TALE DEI CADUTI    RACCOLTI

1188

 

 


 


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3.- Un resoconto.

Furono tre i comuni bolognesi che, durante i giorni delle stragi, furono investiti dalla furia nazista- Marzabotto, Grizzana e Monzuno.

Ecco un elenco delle devastazioni subite.

  1. A)Comune di Marzabotto.

Distruzioni- 15 case, 7 ponti, 4 passerelle, 5 edifici scolastici, 2 edifici adibiti a pubblici servizi, 11 cimi­teri, 9 chiese, 5 oratori, più di 800 appartamenti la cartiera di Lama di Reno, le officine di Marzabotto, il risificio di Marzabotto, terreni coltivati e boschi minati.

Animali depredati o uccisig

2556 bovini, 923 suini, 534 ovini, 17821 polli.

Macchine agricole asportate o distrutte:

649 carri agricoli, 56 seminatrici, 80 falciatri­ci, 353 aratri, 528 erpici e irroratrici.

Frazioni distrutte:

Col censimento del 1951 Caprara fu dichiarata "nu­cleo abitato scomparso". Anticamente era stata sede comunale.

  1. B)Comune di Grizzana~.

Distruzioni- 95 case per rappresaglia, 291 danneggiate, 3 chie­se, 5 cimiteri, il canapificio di Pioppe di Salvaro, 57 Km. di strade comunali, 2 ponti, impian­ti della linea elettrica, del telefono e del te­legrafo, acquedotti, le stazioni ferroviarie di Grizzana e di Pioppe di Salvaro, campi minati, terreni sconvolti, frutteti, vigneti, castagneti e boschi distrutti.

Animali depredati o uccisi: alcune centinaia di capi.

  1. C)Comune dì Monzuno.

Vado di Monzuno fu completamente raso al suolo.

4.- Una medaglia d'oro al V.M. per don G. Fornasini e la sua discussa motivazione.

Anche questa iniziativa fu ideata da don A. Serra, l'attua­le parroco di Marzabotto.

Verso il 20/22 settembre del ‘47 egli si trovava a Roma, ac­compagnando l'on. R. Manzini in via del Tritone, verso il Parlamento, gliene parlò.

"Abbiamo su a Marzabotto cinque preti uccisi dai tedeschi e

 



 

106

danno riconoscimenti a tutti. I nostri preti, come il nostro don Fornasini, che ha fatto tanto per Marzabotto, nessuno li ricorda. Perché non dare la medaglia d'oro anche a don Forna­sini?”.

L'on. Manzini gli dette ragione e venne così avviata tutta la procedura per quel riconoscimento. Il 23 settembre del '47 don A. Serra scrisse una lettera da Marzabotto al ministro incari­cato per tale scopo.

Don Serra s'accorse di aver fatto tutto, senza avvertire il car­dinale e chiesto il suo consenso. Andò così a parlargli, con la convinzione di doversi sorbire un cicchetto. Spurgata la situa­zione, il cardinale fu invece contento e don Serra continuò nella sua iniziativa.

Dopo una lettera scritta in data 31 ottobre 1949, il sottosegre­tario di Stato per l'Assistenza ai Reduci e ai Partigiani, Édoar­do A. Martino, con una ulteriore lettera in data 17 novem­bre 1949, scriveva da Roma all'on. Manzini, che la pratica era completa e che tutto il plico inviato dalla Commissione emiliana per il riconoscimento delle qualifiche partigiane era già nelle mani della Commissione di 2° grado.

Venuto a conoscenza di ciò, il 20 dicembre 1949 l'allora par­roco di Porretta, don Amedeo Migliorini, scrisse una lettera all' arcivescovo ordinario militare per l'Italia, Carlo A. Ferrero, lamentandosi "che la motivazione della ricompensa al Fornasini avesse un sapore preminentemente partigiano” e che “a codesto la madre e i fratelli del glorioso sacerdote si oppongono per ovvie ragioni". Quindi proseguiva dicendo: "Per l'onore de1 clero e per la verità D. Giovanni Fornasini diede la sua ope­ra e la sua vita esclusivamente come sacerdote nel momento più tragico del suo parrocchiale ministero al di fuori e al di sopra di ogni altra considerazione umana politico-partigiana.". Infine così concludeva: "I famigliari di D. Fornasini, miei parrocchiani, turbati e preoccupati si sono rivolti a me per consiglio ed io mi sono permesso di scrivere a V. E. pregando­la di volersi interessare presso i competenti organi affinché la motivazione sia quella che già inviò a suo tempo il Parroco di Marzabotto e che corrisponde a verità senza menomare la pu­rissima figura dell'eroico sacerdote."

Il 2^ dello stesso mese l'arcivescovo Ferrero gli rispose che si sarebbe interessato della questione. Il 7 gennaio 1950, con verbale n. 263, la Commissione di 2° grado finalmente ac­coglieva la proposta della medaglia d'oro.

Don A. Migliorini il 24 febbraio del '50 inviò una raccomanda­ta al Ferrero, concernente la medesima questione.

Inacricato da Mons. Ferrero - il vicario generale militare, mons. Giuseppe Trossi, rispose al parroco di Porretta che il Ferrero aveva "concertato con il gen. Curreno, Vice Presidente della Commissione di 2° grado per la qualifica di partigiano ecc..,

 



 

107

un testo di motivazione" che sembrava poter corrispondere ai suoi desideri.

Fu dunque una motivazione assai travagliata, quella che venne de­cretata in data 19 maggio 1950 alla memoria di don Fornasini. Essa venne pubblicata sul Bollettino Ufficiale il 31 marzo 1951. Il 2 giugno dello stesso anno, durante una solenne cerimonia, a Maria Guccini, la madre di don Fornasini, venne consegnata la medaglia d'oro al V.M.

Questo é il testo della motivazione:

"Nella sua parrocchia di Sperticano, dove gli uomini validi tut­ti combattevano sui monti per la libertà della Patria, fu lumi­noso esempio di cristiana carità. Pastore di vecchi, di madri, di spose, di bambini innocenti, più volte fece loro scudo della propria persona contro efferati massacri condotti dalle S.S. Germaniche, molte vite sottraendo all'eccidio e tutti incorag­giando, combattenti e famiglie, ad eroica resistenza. Arrestato e miracolosamente sfuggito a morte, subito riprese arditamente il suo posto di pastore e di soldato, prima tra le rovine e le stragi della sua Sperticano distrutta, poi a S. Martino di Ca­prara dove, pure, si era abbattuta la furia del nemico. Voce della Fede e della Patria, osava rinfacciare fieramente al tede­sco l'inumana strage di tanti deboli ed innocenti richiamando anche su di se la barbarie dell'invasore e venendo a sua vol­ta abbattuto, lui Pastore, sopra il gregge che, con estremo co­raggio, sempre aveva protetto e guidato con la pietà e con l' esempio".

S. Martino di Caprara, 13 ottobre 1944)

Il 23 giugno 1951 Maria Guccini moriva a Porretta Terme, ove venne sepolta.

 

5.- Altri avvenimenti alla memoria.

 

Dopo la morte di don Fornasini, che resse la parrocchia di S. Tommaso di Sperticano dal 1942 al 1944, non ci fu in cano­nica un nuovo prete per vari mesi.

Il cardinale vi inviò d. Alberto Zanarini, che ci stette dal 1945 al 1946, poi d. Giuseppe Neri, che la resse soltanto per pochissimi mesi, nel 1947.

Dopo questi subentrò l'attuale parroco, Don Giorgio Muzzarelli, che ne prese possesso il 21 dicembre 1949.

L'arcivescovo di Bologna, card. G.B. Nasalli Rocca di Corneglia­no, che visse la tragedia di don Fornasini, non andò mai - al­meno ufficialmente - a visitare la tomba di quell'eroico prete. Come atto di omaggio alla memoria, elevò ad Arcipretale la chiesa di Sperticano il 18 novembre 1950. Una lapide posta all'interno della chiesa ricorda quell'atto arcivescovile. Il 2 giugno 1951, in occasione del conferimento della medaglia d'oro al V.M. alla memoria di don Fornasini, il card. Nasalli

 

 



 

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Rocca fece porre una lapide commemorativa sulla parete latera­le prospiciente la sua tomba, nella chiesa di Sperticano.

Su di essa venne inserito un medaglione di bronzo, che Luigi Fornasini aveva fatto fondere alla S. Giorgio di Pistoia. Esso fu opera dell'architetto Bertelli. Su quella lapide sono incise le seguenti parole, dettate dall'avvocato Neri:

'Don Giovanni Fornasini, splendente testimonianza nei secoli che la razza degli apostoli di Cristo non é ancora spenta. Per questo suo gregge eroicamente perito é qui onorificamente sepolto".

Il 19 aprile 1952 il vescovo Giacomo Lercaro venne nominato arcivescovo di Bologna. Il 21 giugno prendeva possesso della nuova sede e il giorno seguente vi faceva l'ingresso solenne. Eletto cardinale, il 23 ottobre 1955, salì a Sperticano, per consacrare il nuovo altare della chiesa, costruito in memo­ria di don Fornasini.

A ricordo di quella manifestazione fu posta dietro l'altare una lapide commemorativa, con l'elenco di tutti gli offeren­ti.

L'epigrafe fu dettata da mons. Gilberto Baroni.

 


 


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110

Quanti avessero da correggere o da far rilevare inesattezze su qesto ciclostilato, o avessero ulterio­ri notizie su don Fornasini, scrivano all'Autore al seguente indirizzo:

CIRCOLO GIOVANILE M.O. FORNASINI, VIA AMAZZINI 206. 40046 PORRETTA TERME (BO). TEL. (0534) 22040.

Data la difficoltà del lavoro, l'Autore si scusa per le non volute e possibili inesattezze cui é do­vuto andare incontro, e per gli eventuali errori di stampa e di forma causati dalla mancanza di tempo e scarsità dimezzi adeguati.

Le ulteriori ed eventuali correzioni ed aggiunte saranno utili per dare alle stampe il presente ciclostilato, a tempo disponibile.

La redazione si scusa con i lettori per il mancato inserimento del previsto fascicolo "Documenti".

Il presente fascicolo si può ritirare, sino ad esau­rimento delle copie disponibili, presso la sede del Circolo Giovanile M.O. Fornasini, via Mazzini 206, 40046 Porretta Terme (Bologna), Tel. 0534/22040.

 

 



 

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Indice.

pag.

 

presentazione

 

2

premessa

3

le origini e gli anni giovanili 1915 - 1938

4

lo scoppio della 2^ guerra mondiale: 1939

6

don Giovanni Fornasini dalla teologia alla parrocchia di Sperticano 1938 – 1942

8

Walter Reder e la sua marcia di sangue verso Marzabotto

12

un breve diario degli eccidi di W. Reder

16

il Lupo e la sua Brigata. Don Fornasini si getta

nella mischia

27

quadro riassuntivo della Brigata "Stella Rossa"

30

il diario degli ultimi giorni di don Fornasini. La morte di don U. Marchioni e di don F. Casagrande

33

l'assassinio di don Giovanni Fornasini

46

la prima notizia della morte di don Fornasini

50

ipotesi su un assassinio

54

le nostre ipotesi sulla morte di don Fornasini

59

l'incontro notturno tra don Fornasini, il capitano e le sue SS: 12/13 ottobre 1944

60

l'uccisione di don Fornasini

 

61

il terzo punto interrogativo. Come é morto don Fornasini

81

Don Fornasini insepolto per 193 giorni 2 12 ottobre 1944 - 24 aprile 1945. La seconda notizia della morte. Una conferma a Bologna

86

il ritrovamento del corpo di don Fornasini e la prima sepoltura

89

l'ultimo saluto. La sepoltura ufficiale

91

l'arresto di W. Reder e il processo a Bologna. Il referendum sul perdono

93

Marzabotto, "città martire" e medaglia d'oro. Il suo sacrario

103

altri avvenimenti alla memoria

107

 

 



 

112

 

 

 

 

ciclostilato in proprio presso il Circolo Giovanile Fornasini, via Mazzini 206. 40046 Torretta Terme (Bo) Finito di stampare il 6 dicembre 1974.