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Schmidtkunz da Il Massacro

 

Il Massacro – L. Baldissara e P. Pezzino – ed il Mulino (2009)

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Reder comunicò la posizione del nemico e i compiti delle singole compagnie, coni settori di partenza: la la, comandata dal tenente Segebrecht, doveva posizionarsi presso la località «Quercia» e, poiché nel suo settore si prevedeva dovesse essere situato il comando della brigata partigiana, a essa venivano aggre­gati un plotone della 5a — uomini della sezione mitraglieri, ma in azione di fanteria — e il tenente Vysek, ufficiale di osservazione e collegamento dell'artiglieria, munito di una stazione radio e di una propria pattuglia. A nord della l., fino a Gardelletta, venivano schierate la 5a, comandata dal tenente Saalfrank, la 3a, comandata dal capitano Schmidtkunz, e la 2a, agli ordini del tenente Szillat, da Gardelletta fino al limite nord del settore controllato dall'AA 16, «a cavallo di Murazze».

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Max Saalfrank, il comandante della 5a compagnia, il cui ploto­ne mitraglieri, al comando del caporale Wulf, era stato aggregato alla 1a compagnia, confermò sostanzialmente la deposizione di Reder: il suo punto di partenza era la linea ferroviaria presso le Murazze, doveva procedere lungo la ferrovia fino alla Quercia e poi puntare a nord verso Monte Caprara. Segebrecht, con la 1a, dislocato a Montorio, doveva attaccare a ovest rispetto a lui, dalla posizione di partenza di Ca' de Veghetti, Schmidtkunz, con la 3a a est delle Murazze, Szillat con la 2a, procedendo parallelo alla linea ferroviaria insieme alla 3a, doveva poi puntare su Pog­gioletto, in direzione di Monte Sole.

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Secondo gli schizzi disegnati da Reder, Casaglia era l'obiettivo della 3a compagnia, comandata da Schmidtkunz, il cui punto di partenza era Gardelletta, da dove avrebbe dovuto entrare nel settore da rastrellare tenendosi a ovest rispetto alla 2a.

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Max Saalfrank, nella testimonianza rilasciata nel campo di prigionia a Riccione, pur avendo ribadito che gli ordini ricevuti imponevano di non aver riguardo dei civili, ma non di uccidere intenzionalmente donne e bambini, si era lasciato andare a qualche ammissione: qualche giorno dopo l'azione su Monte Sole gli era stato riferito dai suoi uomini che il comandante della 3a com­pagnia, Schmidtkunz, aveva inopportunamente fucilato dei feriti, probabilmente di persona. Aveva avuto a tal proposito una discus­sione con quest'ultimo, il quale sostenne di essere stato attaccato da donne, e che per questo fra i banditi uccisi appunto vi erano anche delle donne. Al dibattimento del processo Simon, pur affermando a mo' di giustificazione che «combattere i partigiani significava combattere un nemico invisibile», aveva richiamato la circostanza, aggiungendo anche che personalmente non aveva visto donne partigiane, e non aveva quindi creduto alle giustificazioni del suo commilitone. Del resto, nessun ordine in merito al tratta­mento di donne partigiane era arrivato dal quartier generale della divisione. Dichiarò anche di non aver saputo di altre perdite di civili. Egli tenne a sottolineare che mentre il nucleo centrale degli ufficiali proveniva dalle Waffen-SS, Schmidtkunz veniva invece dalla polizia, quasi a suggerire che questa fosse la spiegazione del suo comportamento poco onorevole. Siamo invece più propensi a credere che, essendo il capitano Friedrich Schmidtkunz caduto il 1° ottobre 1944 perché centrato da un proiettile di artiglieria a Ponte Grizzana, sulla strada principale Bologna - Sasso Marconi. gli potessero essere imputati eventuali «eccessi», discolpandone in tal modo ufficiali ancora in vita.

Peraltro, in una successiva rogatoria Saalfrank, ormai libero, ritrattò la deposizione resa a Riccione, sostenendo che quelle dichiarazioni erano la conseguenza della «lunga pressione morale e fisica derivante dalla detenzione nei vari campi per criminali di guerra e nel campo di disciplina a Rimini», e che gli interroganti non avevano messo a verbale sue dichiarazioni non conformi a quanto essi cercavano di provare a carico di Simon: fra i vari punti segnati sul testo della dichiarazione del marzo 1947, che Saalfrank si rifiutò di confermare, vi erano quelli relativi al tenore

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degli ordini ricevuti, riguardo alla possibilità che i civili fossero uccisi nel corso dell'azione, e quello relativo ai particolari che avrebbe appreso giorni dopo sul comportamento di Schmidtkunz (nessun cenno alla discussione con quest'ultimo). L'ordine di azione per Monte Sole «non conteneva alcun ordine di uccidere civili italiani o bambini ma era chiaramente definito secondo le regole della convenzione di Ginevra».

Di una discussione fra Reder e Schimdtkunz a proposito di ordini sull'incendio delle case e la cattura dei civili che vi si tro­vavano, che quest'ultimo avrebbe impartito di propria iniziativa, e che avrebbero provocato la netta opposizione di Reder, parlò nella sua rogatoria del 7 aprile 1950 Hubert Bichler, comandante di plotone nella compagnia di Schimdtkunz, sostenendo di avere personalmente assistito al colloquio, avvenuto subito dopo l'azione. La sua testimonianza è palesemente reticente e volta a scaricare le colpe su Schimdtkunz, sollevando da ogni responsabilità Reder. Questi, peraltro, fedele al principio di negare tutto ciò che poteva rappresentare anche un'indiretta ammissione che qualcosa non avesse funzionato per il verso giusto, si limitò a sostenere che Schimdtkunz «era un tipo un po' strano; proveniente dalla polizia, senza esperienza di combattimenti sul fronte», negò di essere mai stato a conoscenza dei suoi presunti abusi, e affermò di avere saputo solo in campo di concentramento «dal Bichler che lo Schimdtkunz aveva partecipato a mano armata, di persona, ad operazioni contro la popolazione a Marzabotto». Datagli lettura della deposizione di Bichler, sostenne di non ricordare l'episodio.

In realtà, al di là del dibattito giudiziario sulla natura degli ordini impartiti, resta il fatto che furono interpretati senza ambi­guità, dagli uomini che operarono sul campo, come un esplicito invito all'eliminazione di tutti i civili. Poiché, come notò il disertore Wilhelm Kneissel, «generalmente [...1 i comandanti di squadra agivano di propria iniziativa»; e poiché il comportamento di tutte le squadre, non solo del battaglione esplorante ma anche di altri reparti delle SS, in quei giorni fu uniforme, dobbiamo ritenere che agli uomini fosse stato spiegato in maniera chiara cosa ci si aspettava da loro. Come ha ben spiegato Alessandro Politi, studioso di strategie militari, al dibattimento di La Spezia,