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DIECI ANNI DI VITA TRA IL ’40 E IL ’50 A SASSO E DINTORNI

 

LE TESTIMONIANZE DI MARTINO RIGHI DA REGISTRAZIONE DEL 2002 INTEGRATE CON QUELLE DI GIANNA DALL’OMO DA REGISTRAZIONE DEL 2012.

 

 

 

capitolo 6

A  BOLOGNA

 

Intanto la Gianna, con la madre e i due fratelli e gli altri sfollati della Fontana, diretti a Bologna, si fermarono per la notte alla Profumeria di Casalecchio, dove allora c’era un contadino.

Ci fermammo tutti lì dentro la stalla. Mi ricordo che ci fecero un po’ di riso per cena, scondito, cotto con un po’ di acqua e basta.
Il mattino seguente ci riavviammo verso Bologna, senza sapere dove avremmo alloggiato. 
Allora mia madre pensò di provare ad andare dalla zia Emma, sorella di mio padre, che abitava in via Centotrecento. E quelli che non avevano posto dove andare, andarono dentro alle caserme. Ci sono stati tanto tempo dentro a queste casermone. 
Quando ci presentammo lì a casa della zia, lei poveretta ci accolse a braccia aperte e ci ospitò senza esitazione, anche se l’appartamento era molto piccolo e aveva problemi con il marito. 
Inoltre era appena deceduta la figlioletta, a causa di un malattia contratta al nido, dove la zia aveva dovuto metterla, perché lavorava. Aveva un anno, proprio come il mio fratellino Giulio. 
Purtroppo, la convivenza con il marito della zia, che soffriva di seri disturbi comportamentali, si rivelò insostenibile. 
Resistemmo una settimana soltanto e poi andammo al Seminario di via dei Mille, dove ci avevano detto che c’erano delle camere. 
Ci assegnarono una camera dove c’era una stufa e un fornellino per cucinare. 
Dio che vita! Quando penso ai cessi, che non ci si poteva andare perché erano sempre pieni! C’era questo lungo corridoio con una decina di camere per lato e un solo cesso là in fondo. Sempre sporco perché dell’acqua non ce n’era mai abbastanza. 
Siamo rimasti là diversi mesi, fino alla Liberazione.

Nel febbraio del ’45, Pietro, il padre di Gianna, era stato deportato da S. Silvestro ad Alfonsine, sempre per lavorare nella linea gotica. 
Là si ammalò di nefrite. 
Quando sua moglie, Alma, che era alloggiata nel Seminario a Bologna con il resto della famiglia, ne venne a conoscenza, partì subito per Alfonsine, percorrendo oltre cinquanta chilometri  in bicicletta. 
L’Alma si riportò a casa Pietro, gravemente malato, sulla bicicletta. Impiegarono due giorni per il ritorno e passarono la notte nella stalla di un contadino, che trovarono lungo la strada. 
La malattia si protrasse per mesi, rendendo Pietro invalido al lavoro fin dopo la Liberazione. 
Del resto, anche prima della guerra, quando era nel pieno delle forze, da socialista convinto, che aveva sempre rifiutato la tessera del fascio, faticava a trovare da lavorare per mantenere la famiglia. 
Dopo aver bevuto di quel latte appena munto, Martino cominciò a star male, ad avere la febbre alta e la dissenteria e dopo di lui anche diversi altri, là a Prato del Miglio, ebbero gli stessi sintomi.

Fino a che, il 6 dicembre del ’44, il medico tedesco ci mandò all’ospedale. 
Ci caricarono su un carretto trainato da un cavallo e ci portarono a Palazzo Rossi, dove c’era l’ospedale militare tedesco. 
Mi ricordo che lì trovai una ragazza che abitava alla Fontana una volta e dopo si era trasferita a Palazzo Rossi e lavorava come inserviente in quell’ospedale. Quando mi vide mi riconobbe subito: sei qui anche te! adesso ti porto da mangiare. 
Mi portò un piatto di maccheroni. Quando cominciai a mangiarli, ebbi una brutta sorpresa: erano dolci! All’usanza dei Tedeschi. Noi non avevamo neanche lo zucchero da mettere nel caffelatte e loro mangiavano i maccheroni dolci! 
Provai a mangiare questi maccheroni, ma non andavano giù. Ne mangiai due o tre forchettate e poi basta. 
In ospedale ci visitarono, poi ci caricarono dentro una vera e propria autoambulanza, anche se era una vecchia carretta a motore e ci portarono all’ospedale a Bologna. 
Mi ricordo che prima ci portarono su all’Istituto Rizzoli, che naturalmente non era la giusta destinazione. Noi avevamo una forma di malattia infettiva, paratifo, che forse non era ancora stata diagnosticata, però i sintomi erano quelli del tifo. 
Così ci portarono al S. Orsola, dove ci ricoverarono nel vecchio fabbricato dell’Isolamento.  

Anche lì io avevo sempre la febbre alta.
Per le feste natalizie, vennero a trovarmi i miei amici e compagni Lino Lucchi, Arnaldo, Orlando De Maria e Gastone Gazzotti. Ricordo che mi portarono in regalo una bella ciambellina…che io purtroppo non potei mangiare a causa della malattia. E così se la mangiarono loro volentieri!
Ed ero, come gli altri,  pieno di pidocchi, che mi giravano dappertutto in testa e sul corpo.
Ci fecero fare un gran bagno, perché lo sapevano che eravamo pieni, poi ci diedero una coperta e ci misero a letto nudi, perché i nostri indumenti li portarono a sterilizzare.
Il barbiere dell’ospedale venne a tosarci tutti quanti a zero. 
Era di Sasso, un certo Lelli, che una volta aveva il negozio proprio in paese e in quel periodo faceva il barbiere presso l’ospedale S. Orsola e l’ha fatto fino alla morte.
Allora dico io: ci conosciamo? 
Ma, disse lui, non lo so, chi sei? 
Dico: sono il figlio di Righi Olindo della Fontana. 
Ah Martino! Ma guarda un po’. E poi cominciò a scuotere la testa mentre mi tosava, e diceva fra sé: ma pensa te le chiacchiere. 
E io: cosa intende dire? 
Ma sai… qui a Bologna c’è fuori la chiacchiera che tu sei morto! Han visto la tua tomba addirittura, nella linea lì dove sono i Tedeschi, al fronte! 
Rimasi di stucco. 
Pensai subito che sicuramente le mie due sorelle che erano sfollate a Bologna, la Nella e la Mafalda, avevano sentito questa voce. 
Allora chiesi al barbiere se gli era possibile avvertire qualcuno dei miei a Bologna, che venissero a trovarmi, che c’ero ancora! 
Ma sì, dice, ci proverò. 
E così fece il bravo barbiere. Durante l’allarme antiaereo, andò in un rifugio e trovò Elda, un’amica di mia sorella Mafalda. 
Le disse: guarda che io oggi ho tosato un ragazzo che si chiama Martino, che mi ha chiesto di avvisare le sue sorelle. Così l’Elda andò a trovare la Mafalda, che si precipitò da me in ospedale. Poi venne anche l’altra mia sorella Nella. 
Quando le mie sorelle vennero a farmi visita, chiesi se potevano avvertire il babbo e il resto della famiglia. 
Mio padre, con la mia matrigna e due mie sorelle, erano già sfollati a Zola Predosa e loro non sapevano niente di me. 
Quella zona non era stata evacuata, però per raggiungerla bisognava passare da Casalecchio, ed era molto rischioso. 
Quindi la Nella e la Mafalda mi risposero che non sapevano come fare.

Trascorsi così la quarantena, durante la quale, passati i pidocchi di ogni tipo, dovetti combattere anche contro la scabbia, che è sempre un prodotto della sporcizia. Non ci duravo dal prurito! Mi son grattato per quaranta giorni e quaranta notti, fino ad arrivare alle piaghe. 
Quando fui sfebbrato, la Nella mi disse che voleva prendermi a casa con lei, dove era sfollata con la famiglia, da Casalecchio. 
A Bologna erano alloggiati presso una famiglia, che stava in affitto in via Centotrecento. Avrebbe cercato di convincere il titolare dell’affitto ad ospitare anche me, anche se erano già molto fitti in quell’appartamento. 
Io morivo dalla voglia di andare via, ma ricordavo bene le parole del sergente tedesco che ci aveva lasciato in ospedale: noi vi abbiamo portato qui a curarvi perché siete malati, ma quando sarete guariti, dovrete tornare dove eravate, lassù da noi (cioè a lavorare per la linea gotica). 
Comunque mia sorella parlò al padrone di casa, certo Rienzi, che da principio mostrò qualche resistenza, anche perché gli fu detto che non ero ancora guarito dalla scabbia e lui aveva due figli piccoli in casa e temeva il contagio. 
Ciononostante, cedette poi alle accorate insistenze della Nella, accompagnate dalle promesse di usare tutte le precauzioni possibili. 
In fondo era gente buona e generosa, che capiva la situazione. 
Fu così, che quando mia sorella ebbe il benestare di prendermi là con loro, andò a parlare con il medico che
mi curava, certo dr. Cugnini. Provò a dirgli: visto che mio fratello è già guarito e non ha più la febbre, io lo prenderei a casa mia a fare la convalescenza. 
Il medico si oppose con determinazione: no, no signora, io non posso mica lasciarlo venire a casa sua. Qui l’han portato i Tedeschi e io ho l’obbligo di riconsegnarlo ai Tedeschi! 
La Nella scoppiò a piangere e disperarsi: è ancora convalescente! 
E lui, fermo: può rimanere qui in ospedale finché non ha recuperato un poco le forze, ma poi io devo riconsegnarlo ai Tedeschi. 

Mia sorella venne da me piangendo. 
Era circa mezzogiorno. E io volevo lasciare l’ospedale. E non volevo tornare con i Tedeschi. 
Le dissi: tu adesso vai a casa e stasera, prima del coprifuoco, vieni qui con qualcosa da mettermi addosso (perché io avevo solo il camicione che davano loro) e poi io vengo a casa con te. 
Puntualmente la sera stessa lei arrivò con Nandino, suo marito. Mi portarono da vestire, mi presero per le braccia, uno di qua e uno di là e sgattaiolammo via per una porticina del reparto Isolamento. Ancora oggi, quando vado al S. Orsola, la vedo quella porticina! Adesso è sempre chiusa. 
Arrivammo a piedi in via Centotrecento e il dottore è ancora là che aspetta! 
L’ho rivisto dopo la guerra, era primario del reparto dove era ricoverata la mia matrigna, però io non gli dissi niente.

All’ingresso dell’appartamento di via Centotrecento, c’era una specie di salone abbastanza grande, a sinistra c’era la stanza dove stava la Nella con la sua famiglia e a destra c’erano altre due stanze, una per la famiglia dell’affittuario e l’altra per un’altra famiglia di sfollati. 
La famiglia della Nella era numerosa: suo marito Nandino, la figlioletta Franca, la suocera Adalgisa, la cognata Nora e il “bastardino” Marino. E poi mi aggiunsi io.
All’inizio stavamo in sette in una stanza e poi mi assegnarono una brandina nel salone e io lì andavo bene perché ero solo e quindi godevo di una certa “libertà”!  Il cesso di casa era in uno stanzino, ricavato dentro l’ambiente della cucina! 
Il bagno si faceva in una catinella nella propria camera. 
Tutte le sere mia sorella mi scaldava un gran pentola d’acqua e mi faceva il bagno, perché l’unico mezzo per far morire la scabbia era fare un bagno tutti i giorni e poi ungersi con un unto che si chiamava “ossido giallo”. Mi sembra ancora di vederlo: era una pomata densa e gialla, che si spalmava per tutto il corpo. 
La Nella mi ungeva e mi vestiva di tutto punto con calzini, maglia, mutande lunghe, guanti, per evitare di sporcare il letto.  

In quella casa rimasi quasi un mesetto. 
In quel lasso di tempo uscii di casa non più di tre volte. E solo per andare all’Opera! A sentire mio cognato Nandino che cantava nel coro del Comunale. Mi ricordo la Bohème… 
Passavo tutto il tempo in casa, perché non volevo farmi vedere molto in giro, per evitare di incontrare qualcuno che mi conosceva e che non fosse dalla mia parte. 
Però qualche volta ricevevo le visite di una ragazza, che avevo conosciuto prima di andare nei partigiani. Era venuta a trovarmi anche all’ospedale. 
Mia sorella mi chiese che intenzioni avevo con lei. Io le risposi che, dato il particolare momento, non avevo nessuna intenzione di impegnarmi. Allora la Nella mi pregò di lasciar perdere, per non correre dei rischi inutilmente e per non recare disturbo a chi ci ospitava. 
Fu così che le scrissi una lettera, con cui… “davo le dimissioni”! E gliela consegnai in occasione di una sua visita, nel momento del commiato. Così non potei vedere la sua reazione. 
Un giorno viene a trovarmi un giovane della famiglia, dove erano sfollati i miei genitori con le altre mie due sorelle, in località Ponte Ronca. Erano parenti della mia matrigna e avevano lo stesso suo cognome, Bartarelli. 
Fernando era il nome di questo ragazzo, che era di due anni più giovane di me. Anche lui aveva fatto il partigiano, però in quei giorni era a casa, perché d’inverno non si poteva stare alla macchia. 
Era stato mandato lì a Bologna dai miei genitori, che, non so come, erano venuti a conoscenza del mio domicilio. 
Fernando mi prese subito in simpatia e mi disse: perché non vieni anche tu  là a Ponte Ronca? Là non ci sono più le SS, adesso ci sono i Tedeschi militari normali, sono Alpini e ci lasciano vivere. La nostra casa è grande abbastanza e da mangiare ne abbiamo. 
Allora ne parlai con la Nella, dicendole che sarei andato volentieri, anche per rivedere i nostri genitori e per alleggerire un po’ la casa di via Centotrecento.  Allora fa lei: fai come preferisci, se vuoi restare, io ti tengo ancora.

 

 

 

 

 

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