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DIECI ANNI DI VITA TRA IL ’40 E IL ’50 A SASSO E DINTORNI

 

LE TESTIMONIANZE DI MARTINO RIGHI DA REGISTRAZIONE DEL 2002 INTEGRATE CON QUELLE DI GIANNA DALL’OMO DA REGISTRAZIONE DEL 2012.

 

 

 

capitolo 1

IN  GUERRA

 

Il racconto di Martino inizia con l’entrata in guerra dell’Italia, nel giugno del 1940.
Lui, ragazzino di 16 anni, lavorava la terra con suo padre, colono presso il podere di Villa Sanuti, alla Fontana di Sasso Marconi.
I fascisti avevano convocato “un’ adunata”, in piazza a Sasso e tutti dovettero andare a sentire dall’altoparlante le parole del Duce che annunciava con enfasi di aver già presentato la dichiarazione di guerra a Vittorio Emanuele III, re d’Italia.

Per me era brutto e basta, però c’era chi ci credeva nella vittoria, che andavano a star meglio, secondo la propaganda fascista, allora c’erano molti entusiasti di questo fatto, magari andavano anche via volontari in guerra.
Io non è che avessi una preparazione per poter dare dei giudizi. Avevo fatto fino alla 5a elementare e poi avevo lavorato lì nell’ambito familiare, dove non c’erano grandi esperti che mi potessero spiegare le cose. 
L’unico che mi parlava contro la guerra era il nostro vicino, l’ortolano.  
L’ortolano Pavoni abitava, con la famiglia, in una porzione della casa colonica e teneva un orto lì dove c’era la risorsa dell’acqua, che arrivava per caduta attraverso un cunicolo, da una sorgente, oggi dispersa, a monte della via Porrettana.
Allora non c’erano mica gli acquedotti e lui con le fragole ci guadagnava, perché, fra l’altro, quando la produzione era al massimo, ne mandava su fino a Porretta.  C’era un corriere con un camion che passava da lì, non tutti i giorni. E lui portava sulla strada delle cestine, costruite con i vimini del fiume, piene di fragole, che venivano recapitate ai ristoranti di lusso di Porretta. Il camion magari veniva giù con un carico di legna e poi tornava su con le fragole.

Pavoni l’ortolano aveva fatto la guerra del ‘15-‘18. L’aveva fatta tutta, poveretto! Quando scoppiò la guerra disse subito: che brutta cosa! Lui sapeva cosa c’era di nuovo. Raccontava degli episodi che gli erano capitati. Come quello di quando, da artigliere, era  proprio sul Carso, dove c’era il fronte.
Siccome era addetto ai cannoni, c’era un soldatino, più giovane di lui, che, quando sparava il cannone, veniva preso da tremori, che dopo non era più lui: era rimasto traumatizzato e aveva come degli attacchi epilettici.

Il padre di Martino invece non l’aveva fatta veramente la guerra, perché alla visita di leva fu riformato, in quanto aveva un occhio che ci vedeva poco. Però quando scoppiò la guerra nel 1915, andarono a prelevare anche i riformati per verificare di nuovo le loro condizioni, per questo lui fu richiamato e lo mandarono a Bergamo. 
Lì avevano formato un corpo bandistico militare dove lui suonava il bombardino, un ottone simile alla tuba.
Quindi se la cavò meglio di tanti altri, perché il suo compito era quello di accompagnare, con il corpo bandistico, i militari dalle caserme al treno che portava su verso il fronte. Comunque anche se non fu un combattente vero e proprio, restò via tutto il periodo della guerra, lasciando a casa la moglie e le prime due figliolette.

Io seguivo gli avvenimenti, avendo ancora in testa le parole della maestra elementare, fascista convinta. Una brava maestra, che faceva anche ripetizione gratis ai suoi allievi più in difficoltà.
Diceva sempre a noi scolari, che se l’Italia dichiara guerra all’Inghilterra, mi metto i pantaloni e vado a combattere anch’io.
Diceva che al Tavolo della Pace, quando finì la guerra del ’15–‘18, all’Italia toccarono poche briciole. Per questo ce l’aveva in particolar modo con gli Inglesi, che avevano partecipato a quella guerra con i Francesi e anche con gli Americani.  
Ci aveva inculcato l’idea di vincere la guerra, così io, anche se non parlavo, dentro di me pensavo che se si vinceva la guerra si andava a star meglio.
Con la guerra d’Africa, l’Italia conquistò l’impero, tanto è vero che il Re diventò Imperatore, dicevano saremmo diventati tutti ricchi, perché l’Africa aveva tante risorse! Montagne d’oro, dicevano.  Invézi a i gn’éra gnénta
(invece non c’era niente)!
Allora dovevamo portare la divisa dei giovani fascisti.
E anche negli anni successivi alla scuola, ero chiamato, il sabato pomeriggio, in centro a Sasso Marconi, con gli altri giovani a fare il pre-militare. Lì c’erano gli istruttori che ci insegnavano a marciare e a comunicare con l’alfabeto Morse.  
Ricordo bene il giorno dell’esame, con la bandiera “lampo di colore” (punto e linea), per la trasmissione dei segnali e che a me fecero trasmettere la parola “firenze”.

Gianna, cinque anni dopo Martino, frequentò la scuola elementare con la stessa maestra e l’alfabeto Morse glielo insegnò lei.
Quando scoppiò la guerra nel ’39, anche lei residente con la famiglia alla Fontana, aveva dieci anni e faceva la quinta elementare.

C’era l’autarchia e bisognava risparmiare la carta dei quaderni e allora tutti a scrivere fitto fitto che guai a lasciare un posticino bianco.
La maestra ci insegnò come indossare le maschere antigas, anche se, a quell’età, noi non capivano bene cosa significasse.
E poi dovevamo portare il ferro, il rame, la carta e gli stracci a scuola. Perché ci dicevano che, per la guerra, serviva tutto.  
Così tutti noi scolari andavamo, con dei sacchettini, a raccogliere i pezzetti di ferro per strada e anche la carta. Facevamo a gara a portare tutto nei mucchi, là nel cortile della scuola.
Le spose dovevano consegnare la loro fede nuziale in cambio di una di ferro, perché anche l’oro serviva alla patria. Infatti, per  andare in Abissinia bisognava passare dal canale di Suez, controllato dagli Inglesi, che esigevano il pagamento del pedaggio in oro. Il cibo cominciava a scarseggiare. Ad un certo momento dissero: attenti che adesso danno i bollini. Con quelli andavamo a prendere due etti di pane al giorno e allora noi, che eravamo già in cinque in famiglia, tutte le mattine andavamo a comprare questa pagnottina.
Ricordo che era un pane tanto pesante! L’andavamo a comprare appena cotto: era bollente e dovevamo farlo bastare mattino, mezzogiorno e sera. A csé i n magnévan gniénta incióun
(così nessuno mangiava).
Oltre al pane davano un po’ di riso, un etto di pasta… davano la razione, ecco! Io dovevo accudire il mio fratellino piccolo, Giulio.
Era il periodo in cui ogni tanto chiamavano mia madre a lavorare, a fare qualche giornata prima per raccogliere le marasche e poi a raccogliere l’uva.
Poverino il mio fratellino! Finché la mamma ne aveva, prendeva il suo latte, poi dopo non aveva niente da mangiare.  
Mia mamma mi diceva: dai mò cûs mò un pô ad rîs par
(cuoci un poco di riso per) Giulio a mezzogiorno. Allora io mettevo in un tegamino appena un po’ d’acqua, che dicevo: tanto c’è così poco riso. Cercavo di cuocerne una manciatina. E l’acqua si asciugava subito, perché non ne mettevo abbastanza.  
Mia mamma era stata abituata fin da piccola ad arrangiarsi e pensava che una ‘donna’, all’età di dieci anni, dovesse già capire le cose… ma il riso era sempre crudo e il piccolo non riusciva mai a mangiarlo! Io non so come ha fatto a campare!
Mio padre lavorava a Sasso Marconi. Veniva a casa a mezzogiorno ed io dovevo cuocere da mangiare anche per lui. Accudivo il bambino fuori nel cortile e poi ad un certo momento, senza sapere che ora era, andavo in casa, accendevo il fuoco e poi mettevo su la calderina, solo che, a volte, quando mio padre arrivava, la minestra non era ancora cotta. Devo riconoscere che mio padre fu sempre paziente, anche se aveva solo quell’oretta lì per mangiare e per ritornare subito al lavoro, poveretto!  

All’età di tredici anni, era il 1942 e c’era la guerra, dico ai miei: adesso voglio andare a lavorare. Bain! Vût’andé a lavurèr (vuoi andare a lavorare)!? Sì, voglio farlo, per dare un aiuto in casa. Che non ce n’era mai abbastanza.
Una mia amica, che aveva lavorato all’Acqua Marcella (la fonte di acqua minerale a Borgonuovo di Pontecchio, nei pressi dell’Altopiano Marconi, aveva preso il nome dalla proprietaria Marcella Bettoni), aveva trovato un altro lavoro. Allora mi disse: se vuoi andare a  vedere, può darsi che ti prendano.
Colsi la palla al balzo: presi la bicicletta in prestito da questa amica, che ne aveva una da donna, mentre in casa mia ce n’era una sola da uomo, per mio padre e poi andai là a chiedere se mi prendevano.
Eravamo in autunno e i quattordici anni li avrei avuti in gennaio e quindi non avevo ancora la carta d’identità.
Mi presero ugualmente. Ricordo che d’inverno a imbottigliare l’acqua, avevo le mani che non le sentivo dal gelo!
Però mi pagavano, anche se poco, perché sai, una cinazza così e poi anche le donne prendevano poco e i bambini prendevano anche meno.
Ma io dei soldi non ne ho mai visti! Non sapevo neanche come erano fatti i soldi, perché li mettevo tutti in casa e poi ancora non bastavano.
Al compimento dei quattordici anni, nel gennaio del ’43, mi fecero la carta d’identità, così poi mi assunsero da Giordani, alla fabbrica di carrozzine per bambini a Bologna, in via Nicolò dell’Arca, dove mi recavo ogni mattina con il treno, perché allora i treni viaggiavano ancora.
Poi, quando cominciarono i bombardamenti, Giordani trasferì una parte della produzione a Sasso Marconi, quindi gli operai che, come me, abitavano a Sasso, andarono lì a lavorare. Era alla casa del fabbro, in via Porrettana, dove ora c’è una banca.  Noi facevamo i pedali per bicicletta, però noi cinazzi non sapevamo di preciso cos’altro si faceva, in quella fabbrica, perché in realtà, anche a Bologna, cominciarono a fare dei pezzi per gli aerei, per le bombe, per quelle cose lì, ma noi non lo sapevamo.

In quel periodo, molte fabbriche, spesso all’insaputa degli stessi dipendenti, avevano dedicato reparti alla produzione di pezzi destinati all’industria bellica.
Fu così anche per la cartiera della Lama di Reno, dove Nerina, una delle sorelle di Martino, lavorava come cuoca della mensa aziendale.
E, verso la fine del ’43, la cartiera venne bombardata. Ci furono tanti morti, tra i quali la Nerina.

Quando cominciarono a bombardare - continua Gianna e suonava l’allarme, c’era un ragazzo che abitava con i genitori nell’appartamento sopra al reparto di Giordani, che noi con le macchine in funzione non sentivamo l’allarme, allora veniva dentro: c’è l’allarme! Allora noi tutti correvamo su per la cavedagna, fino ad  un piccolo rifugio su per Pian della Botte, sopra a Villa Ferri.

Nel frattempo Martino continuava a lavorare i campi con il padre nel podere della Fontana.
Poi, all’età di diciotto anni, nei primi di agosto del 1943, fu chiamato di leva e fu assegnato al ventesimo Reggimento Artiglieria a Padova.
Ma presto venne l’8 settembre del ‘43 (il giorno dell’armistizio) e ci fu chi venne catturato dai tedeschi e spedito in Germania. Altri fuggirono.
Gianna ricorda che, quando i militari che erano scappati passavano davanti a casa sua, chi aveva qualcosa, gliene dava, un paio di braghe o altro indumento da civile.

Martino fu tra quelli che riuscirono a tornare a casa.
Quel giorno, il tenente disse ai militari: ragazzi, siete liberi di andare dove volete, anche a casa e cercate di andarvene alla svelta, perché i Tedeschi (con cui fino al giorno prima erano alleati),  stanno arrivando in città.
Il ritorno di Martino non fu semplice. Tutt’altro.

Quando ci dissero che potevamo andarcene, io andai subito nel ripostiglio per vedere se trovavo il pacco dei miei vestiti da borghese, ma là c’era uno scompiglio tale! uno che tirava da una parte uno dall’altra, no questo non è mio, questo è tuo…insomma…io non fui furbo, perché avrei potuto prendere un vestito qualsiasi e poi andarmene in fretta, invece niente, quando vedemmo quella confusione io e un mio amico di Calderara scappammo via così come eravamo, vestiti da militare e con il fucile!  
Quando fummo nei pressi della città di Padova, saltammo una rete metallica e andammo per i campi. Eravamo affamati, perché fu proprio nel momento in cui eravamo inquadrati per andare a prendere il rancio con la gavetta, che era arrivato il tenente per comunicarci che eravamo liberi di andarcene.
1. Mappa ritorno da militare 2

Così ci fermammo da un contadino. La famiglia ci accolse con calore: venite pure dentro ragazzi e ci diede una tazza di brodo con del pane. Facemmo una zuppa con questo brodo cl’éra tante bòun (che era tanto buono)! E poi ci dissero: cosa fate ragazzi, andate via armati? Cosa vi faranno i Tedeschi? Lasciate qui le armi e la divisa militare e noi cerchiamo qualcosa da vestirvi.
Io lasciai lì il moschetto e ricevetti un paio di braghe troppo corte e una camìsa tota sprasulà
(camicia tutta sfilacciata). Ero tosato a zero perché li tosavano subito i militari. Ero andato via che avevo i capelli lunghi due dita, che li avevo allora i capelli e invece quando fui là in caserma il barbiere al taché a tusêr (cominciò a tosare)   Quindi si vedeva lontano un miglio che eravamo militari in fuga.
Andammo poi a piedi fino a Monselice, dove aspettammo un bel po’ il treno.

Verso le cinque di sera arrivò un treno che era lungo che non finiva più, con dei carri merci pieni di soldati che scappavano.
Montammo su questo treno, che a Ferrara si fermò. Eravamo stipati come le bestie. A Ferrara era già buio. Quando ci fermammo, io ero appoggiato alla spranga di ferro, collocata all’apertura del carro merci, e lì, proprio davanti a me c’era un gendarme tedesco con il fucile pronto!  
Allora pensai: adesso ci rinchiudono, ci piombano il carro e poi ci mandano in Germania.  Rimanemmo fermi un bel po’, per un tempo che forse mi sembrò anche più lungo, perché eravamo
tutti molto tesi.
Invece ci lasciarono ripartire.
Evidentemente non catturavano tutti i treni, ma solo quelli che avevano la disponibilità per mandarli di là dal Brennero e noi fummo fortunati.

Quando fummo a S. Pietro in Casale, decidemmo di scendere dal treno. Perché avevamo paura ad arrivare fino a Bologna, che non ci aspettasse una retata.  
Sempre con il mio amico di Calderara ci avviammo a piedi per andare a casa sua.  
Ma la strada era lunga ed era già quasi notte, c’era il coprifuoco e allora andammo a dormire sul fienile da un contadino, al quale chiedemmo di svegliarci l’indomani mattina presto.  
Ma quel mattino non avemmo bisogno della sveglia, perché non chiudemmo occhio in tutta la notte, per l’ansia di venire scoperti.
  
Così ci rimettemmo in marcia e, attraverso i campi, arrivammo finalmente a Calderara, a casa da questo mio amico, che era anche lui contadino. Poi, da lì in bicicletta, mi accompagnò a Casalecchio da una delle mie sorelle.
Dopo di che il mio amico ritornò a casa propria con le due biciclette, montando su l’una e portando a mano l’altra.
A questo punto io dovevo raggiungere casa mia, alla Fontana. Allora il marito di mia sorella mi prestò la sua bicicletta. Quando fui al passaggio a livello di Casalecchio, incontrai un giovane coetaneo, Pierino, che era sfollato nel palazzo di Villa Sanuti dei Comelli lì alla
Fontana.  
Lui aveva un tandem, erano in pochi ad averlo,  con il quale stava andando verso Sasso da solo.  
Martino! Mi chiamò. Ah! - gli risposi contento - aspetta che riporto la bicicletta a mia sorella e poi monto su con te.
Così facemmo ed arrivai finalmente a casa.
Avevo 18 anni e mezzo.

Mio padre aveva ancora il terreno da arare per la semina del grano, perché doveva aspettare un trattore a noleggio, dato che l’uomo che di solito veniva con il trattore non aveva più petrolio per far andare il motore.
Ricordo che conoscevamo una famiglia che abitava su a Verla, sopra a Case Mazzetti, e avevano anche loro un figlio della mia età, anche lui nei militari nello stesso periodo. Allora, prima del mio ritorno, dicevano a mio padre: eh! I nùstar ragâz i véinan mia a cà con l’ôt  éd setàmbar
(i nostri ragazzi non vengono mica a casa l’8 settembre)!  Poveretti, vedevano tutti quei soldati che tornavano a casa, c’era del movimento… e loro ripetevano: i’én dû tante zòuvan, i’én dû quaión, a gn’é dóbi chi végnan a cà (sono tanto giovani e sprovveduti che non c’è dubbio che arrivino a casa).
Invece io arrivai a casa e all’altro ragazzo toccò di andare in Germania.
Come tanti altri. Come Evaristo Stanzani, lo zio della Gianna, che era a Padova con me, anche se in un’altra caserma. Lui scappa dalla caserma e quando è fuori trova il suo tenente, che gli chiede a bruciapelo: dove vai? Vado a casa! Ma scherzi? Vai a casa? Ma lo sai che ci mandano al carcere di Gaeta? Ci mandano sotto il tribunale militare, se per caso veniamo pescati! Allora Evaristo tornò in caserma. E si fece beccare dai Tedeschi che lo mandarono in Germania.
Questo dimostra che, in quel frangente, non c’erano direttive precise: ognuno faceva a modo suo.

 

 

 

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