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MADONNA DI RODIANO

un pò di storia

Tratto da "La Montagna Bolognese del Medio Evo" - Arturo Palmieri - Arnaldo Forni Editore – Ristampa anastatica dell’edizione di Bologna 1929 eseguita per gentile concessione della casa editrice Zanichelli.

 

Partenza di Bertrando del Poggetto ed assedio del Castello di Rudiano

Capitolo X - Da pag. 180 a pag 183

 

Bologna ed il contado presto sentirono il peso della si­gnoria di Bertrando. Un po' per la antipatia innata dei bolognesi verso la dominazione di uno straniero e più ancora per le spese, che la popolazione, doveva sostenere a causa delle guerre del Legato 1. Lo scontento si espandeva. I nobili riottosi approfittando di questo stato d'animo incitavano la folla verso il Signore. La manifestazione forte contro Bertrando si ebbe nella congiura ordita nel maggio del 1329. Fu diretta da Ettore da Panico, che i Modenesi avevano cacciato dalla podesteria, da Galeotto figlio di Paganino, dall'arciprete Galluzzi ed altri della fazione Maltraversa 2.

La trama fu scoperta per l'eccessivo numero dei congiurati. Qualcuno, fra i tanti, ebbe la lingua sciolta. Ne seguì un fuggi fuggi generale, ma alcuni caddero nella rete e fra questi l'arciprete Galluzzi, che fu lascialo morire in carcere perchè la Sua qualità di ecclesiastico vietava di sottoporlo al supplizio. I Panico scap­parono dalla città. L'aperta rottura fra Ettore ed il Legato ebbe subito ripercussione nel contado e specialmente nella montagna, dove fu sentita la necessità di rivedere e provvedere i castelli. Nel luglio 1329 i ribelli avevano già preso la Torre d'Africo, che fu tenuta contro gli assalti delle milizie urbane fino a tutto l'agosto successivo 3.

Il malcontento dei Bolognesi contro il Governo del Le­gato aumentava anziché diminuire. Questi cercava di reggersi appoggiandosi ora ad una parte ora a quella contraria finchè il giuoco terminò col perderlo completamente. Nel marzo 1334 i capi guelfi diretti da Brandeligi Gozzadini sollevarono il popolo e questa rivolta bi definitiva. Bertrando dovette da lì a poco abbandonare Bologna. E’ curioso che la folla nella sua avversione comprendeva il Legalo e la fazione Maltraversa, che era composta in gran maggioranza di elementi ghibellini e fra questi in primissima fila i Conti da Panico. La cronaca Rampona ed il Villola nel riferire gli episodi della cac­ciata del Legato narrano che “si se tre ad arme gridando” “Povolo Povolo” per la quale tracta si se gridò “Mora gli Cunti da Panego”. A questo remore fo morto Guidestro di Boatieri e Guizzardino figliolo di Zacharia di Teriaghi e fo incontenenti sbandezà Monzolo e Callo frategli della dita casa de Teriaghi e Cunti de Panego, et incontenenti gli Maltraversi aven dexa vantazo 4

Parrebbe che i Conti da Panico fossero stati favorevoli e difensori dei Legato. La cosa è incomprensibile se si pensa alla congiura ordita contro di lui da Ettore, il capo più autorevole di duella casa e dal suo congiunto Galeotto riusciti a stento a sfuggire al patibolo. E’ vero che nel 1332 un' altra trama contro il messo del papa ebbe per esecu­tori uomini di partito guelfo diretti, a quanto sembra, dallo stesso Taddeo Pepoli, il futuro signore della città 5 : ma è supponibile che per resistere a questo partito Bertrando dovesse affidare la sua difesa a uomini, che gli avevano tese continue insidie benchè i maggiori fra essi fossero stati da lui colmati di benefizi? E’ più logico pensare che una parte, la meno in vista, della numerosa famiglia dei Panico, forse per le abili direttive politiche dello stesso suo capo, seguisse il partito della Chiesa. Quando poi insorse il popolo condotto dai maggiorenti guelfi per cacciare il Legato fu da costoro, un po' anche con artificio, confusa insieme a quello la parte maltraversa sempre poco simpatica alla grande maggioranza dei cittadini. Ed è per questo che la partenza del Legato ci viene presentata dai cronisti come una sconfitta della no­biltà. Ed invero in questo tumulto vediamo, forse per caso ma non del tutto fuori dall'influsso di sentimenti e di tradi­zioni, riprendere il loro posto di combattimento gli antichi Geremei e Lambertazzi. I Popoli ed i Gozzadini antiche fa­miglie popolane sono contro i Panico, forti campioni ghibel­lini. Ma l'unione fra quelli sarà breve.

I Panico invece fedeli alla loro politica diretta a tenere in sollevazione la montagna per indebolire il Governo, occu­parono il castello di Rudiano, baluardo della difesa centrale dell’Appennino. Ciò avvenne il 26 luglio 1334.

Il 24 agosto le milizie bolognesi andarono per riprenderlo, ma subirono una sconfitta non inferiore a quella data loro da Doffo e Paganino al Sasso ventotto anni prima. Morirono in quell'assalto valorosi combattenti di ogni parte d'Italia: un Amorotto della Torre di Milano, un Franceschino di Man­tova, uno Stefano Balordi di Forlì ed un Opizzi di Lucca. Tutti questi, nota il Villola, erano contestabili, ufficiali cioè di alto grado militare, “e ne perzò no s’avè lo castello, che ve­ramente qui ch'erano dentro erano leoni e così se proorno” 6.

La cronaca Rampona con maggior proprietà nota che “quelli ch’eran dentro eran lupi et così se provorno” alludendo evi­dentemente all'appellativo di lupi rapaci, che veniva dato dal popolo ai feudatari ribelli. Ma o lupi o leoni i fieri Conti da Panico mostrarono di conoscere a meraviglia l'arte della guerra, che era la loro occupazione ordinaria. Il castello si arrese ai bolognesi per fame, solo quaranta giorni dopo, e precisamente il 3 ottobre 1334 e con tutti gli onori delle armi: piena salvezza degli averi e delle persone degli asse­diati 7. I Panico l'avevano tenuto settanta giorni precisi. La capitolazione a patti onorevoli, anzichè acquetare, imbaldanzì i rivoltosi. "Non volevano assolutamente venire a patti col Governo a vive tinte guelfe, che imperava in città. Unitisi ai Conti di Veggio si diedero con turbe di montanari a devastare il contado facendo preda, al dir del Ghirardacci, di uomini, donne, putti ed animali 8. Passati sopra Castelfranco incen­diarono molte case e posero in ruina tutta la contrada. Il Con­siglio di Bologna elesse due sapienti ogni quartiere della città per deliberare intorno al modo di ridurre all'impotenza e punire i ribelli. Fra gli eletti vi erano Taddeo Pepoli, che si avviava rapidamente verso la Signoria e Segurano della nobile casa di Monzuno fiera ed irriducibile nemica dei ghi­bellini da Panico. Radunarono un corpo di milizie, che con­dotte da abili comandanti si portarono verso Bazzano dove erano gli insorti, ma costoro si ritirarono rapidamente nel­l'alto Appennino dalla parte di Bombiana sfuggendo all'in­seguimento dei bolognesi. Costoro, vista la difficoltà dell'im­presa, vi rinunziarono e tornarono senz'altro in città 9. Così la montagna rimaneva in balia dei capi ghibellini accresciuti in autorità per lo scorno dato al Governo, mentre in città andava ogni giorno consolidando la supremazia Taddeo Po­poli, per origine e per sentimento, strenuo campione del partito guelfo.

Note:

1 Ciaccio op. cit. 184

2 Ivi: 187

3 Ivi: 185

4 Corpus Chronicorum 1334

5 Ciaccio op. cit. 484

6 Corpus Chronicorum 1331

7 Ivi

8 Ghirardacci 2, 122

9 Ivi

 

 

Arturo Palmieri

Arturo Palmieri (Scola di Vimignano, 24.9.1873 – Riola Vecchia, 9.6.1944), noto giurista e grande storico della montagna bolognese, autore del fondamentale La montagna bolognese del Medioevo, 1929, a partire dallo studio premiato al concorso Vittorio Emanuele nella Università di Bologna il 9 gennaio 1899, Degli antichi comuni rurali e in ispecie di quelli dell’Appennino bolognese, 1898, sviluppa una ricerca che nella montagna bolognese produce studi su Gli antichi vicariati dell’appennino bolognese, 1902, Gli antichi castelli comunali dell’Appennino bolognese, 1906, L’’esercizio dell’arte medica nell’antico Appennino bolognese: note di storia economica, 1911, Maestri comacini nell’antico appennino bolognese, 1912, Un probabile confine dell’esarcato di Ravenna nell’Appennino bolognese (Montovolo-Vimignano), 1913, Feudatari e popolo della montagna bolognese, 1914, Le strade medievali fra Bologna e la Toscana, 1918, Un castello imperiale in Val di Limentra: Savignano oggi Rocchetta Mattei, 1924, Un processo importante nel Capitanato di Casio. Per la storia criminale, 1925, La criminalità nella montagna bolognese alla fine del Medio Evo, 1928, In Rocchetta con Cesare Mattei: ricordi di vita paesana, 1931.

 

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