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don Fornasini in - Le querce di Monte Sole

 

L. Gherardi – ed il Mulino - 1986

La morte di don Fornasini è ancora immersa nel mistero. A forzarne il silenzio non basta né l'indagine di un detective né la consultazione diretta del maggior indiziato: il capitano «tozzo e basso» che si era allogato in canonica. L’ultima tappa del cammino dell'esodo appartiene in prima istanza al segreto di Dio.

Nella sua appassionata ricerca, Pier Angelo Ciucci ha condotto un vero processo su «l'ipotesi di un assassinio»", ponendo tre quesiti:

1 — Cosa accadde nella notte tra il 12 e il 13 ottobre?

2 — Chi fu l'uccisore di don Fornasini?

3 — Come morì?

Al primo quesito risponde: quella notte il capitano, avvinazzato, avrebbe voluto farla finita con don Giovanni; e lui l’avrebbe pregato di eseguire la sentenza lontano dai suoi familiari. Insomma una specie di partita d'onore fra i due. Nessuno comunque l'ha picchiato. Rientrò in canonica; e non pensò a fuggire. Una fuga avrebbe potuto costare la vita ai suoi e la distruzione del borgo. Oppure sperò che, sbolliti gli effetti del vino il capitano non avrebbe dato corso alla minaccia. Sapeva comunque del rischio mortale. La mattina seguente lasciò intendere di avere un appuntamento improrogabile, facendosi consegnare il necessario per un ultimo rito eucaristico ed esequiale, e partì.

«Chi lo ha ucciso?» è il secondo quesito. Responsabile per

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Ciucci, è il capitano basso e tracagnotto che dall'8 di ottobre si era sistemato in canonica; e cioè Schmidthuns. Lo stesso Reder al processo di Bologna, il 20 settembre '51, indicò in lui l'esecu­tore degli eccidi, vandalismi, distruzioni di Monte Sole.

Tendenziosa e priva di credibilità l'altra versione, unanimemente abbandonata, che non siano stati i tedeschi ma elementi della Stella Rossa ostili a don Fornasini, per motivi ideologici o per attriti personali, a compiere il misfatto.

I partigiani sapevano chi era don Giovanni, la sua opera indefessa, la sua scelta di campo a favore della libertà. Tante volte si era interessato di loro; aveva segnalato pericoli, offerto soccorsi, donato il suo servizio sacerdotale. Del resto, il 13 otto­bre, di partigiani della Stella Rossa a San Martino di Caprara non c'era nemmeno l'ombra.

Terzo quesito: «Come è morto?». La salma di don Giovanni sarà individuata da alcuni testimoni il 14 ottobre. Intatta e sola. Era stato colpito al petto; non alle spalle. Una morte a viso aperto. Lo confermeranno le varie ricognizioni informali dell'a­prile e dell'ottobre '45. Una indagine autoptica non è mai stata eseguita.

Dato il diverbio della notte precedente, si parla di un assassi­nio a titolo personale, di una vendetta; ma nell'insieme della nostra narrazione si manifesta come una vera e propria offerta sacrificale, a cui don Giovanni si sottomise tamquam agnus.

La testimonianza di Nerina Moschetti

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Per molto tempo si divulgò l'ipotesi di una morte a due — don Fornasini e l'invalido Dario Moschetti - dietro il cimitero di San Martino. Si pensava inoltre che una raffica di mitra al collo avesse decapitato il parroco di Sperticano. Solo il 24 ottobre 1983, in un colloquio con Nerina Moschetti, figlia di Armando e nipote di Dario e di Lido, si è potuto appurare lo svolgimento dei fatti:

“Eravamo scampati miracolosamente alla strage del 29 settembre, nascondendoci in una cunetta fra Caprara di Sotto e San Giovanni. Purtroppo, il 3 ottobre, una cannonata colse in pieno mia madre, Augusta Possati, presso la fontana dove era andata a fare bucato. In quei giorni fu un continuo vagare.

Nella notte del 30 ci eravamo nascosti nel bosco, e avevamo dormito dentro una grotta sopra Caprara.

Morta la mamma, scendemmo di nuovo a Caprara di Sotto. Le case erano bruciate; si era salvata solo la stalla e l'edificio detto «Fornace», dai muri spessi, ma scoperchiato. Il 13 ottobre, mentre la nonna Gemma Corbellini faceva da mangiare, poco prima di mezzogiorno ci investì una bordata di cannonate. Perirono sul colpo Amelia e Vittorina Ventura, insieme a Bruna e Maria Concetta, figlie dello zio Dario. Ida Stalli, sua moglie, ebbe un tallone trapassato, mentre il piccolo Mario di sei mesi morì poco dopo per un orrendo squarcio al bacino. Io riuscii a salvarmi, perché mi ero rifugiata nella stalla con la nonna. Giuseppe e Giorgio, miei fratelli, rimasero feriti dalle schegge; il primo più gravemente a un fianco, l'altro lievemente a un piede.

Lo zio Dario rimase colpito alla gamba buona. L'altra era già fuori uso a causa di una sinovite. Faceva il falegname: non mobili di lusso, ma taglieri e «ciappini» vari... Papà Armando si era dato alla macchia per paura dei tedeschi. Lo zio Lido, che era già menomato per un colpo di sole, non si fece niente.

Nel pomeriggio del 13 ottobre scendemmo verso il Casoncello a cercare un

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medico, per curare la ferita di Giuseppe che minacciava cancrena. Passammo da San Giovanni di Sotto e vedemmo i segni della strage. Ma le disgrazie non erano finite: al Casoncello nonno Ferdinando fu investito da un colpo di cannone e morì. Rimanemmo lì la notte, riprendendo la strada il mattino dopo fino a Rivabella sopra La Quercia. Cercavamo un medico, ma non c'era. Ci dissero di risalire a S. Martino. Giungemmo poco prima di mezzogiorno al comando tedesco installato in canonica.

Sapevamo della morte di don Marchioni, ma niente di don Casagrande e di don Fornasini. I tedeschi ci dissero di scendere verso il Reno sulla Porrettana... Fecero una pulitura al largo squarcio sul fianco di Giuseppe... Aveva 12 anni, Giorgio 14, io 9. Fu così che passammo dalla strada dietro il cimitero: io, lo zio Lido che portava in spalla Giuseppe, nonna Gemma che sosteneva Gior­gio. Vedemmo dietro la cappella mortuaria, vicino al muro di cinta, l'arciprete di Sperticano con la faccia al cielo. Morto, ma ancora tutto intero.

Era il sabato 14 ottobre. Non pioveva. La nonna disse: «Dovrebbe aver sofferto poco. L'hanno colpito al petto». Io me lo ricordo... steso, con gli occhiali... la sottana nera... L'ho avuto davanti per tanto tempo.

Lo zio Dario ci seguiva, zoppicando sulle stampelle. Aveva detto: «Andate avanti; io vi raggiungerò». Lo scorgemmo in lontananza fino a S. Martino; poi non lo vedemmo più. Arrivati in fondo, passammo da Sperticano. Era la via obbligata. Giuseppe e Giorgio vennero caricati su una camionetta e portati a Bologna. Noi, prima dell'imbrunire, tornammo indietro.

Ci chiedevamo dove potesse essere Dario. «L'avranno preso i tedeschi», disse la nonna. Istintivamente volli andare a vedere dietro il cimitero. Lido si fermò a distanza. La nonna mi seguì. «Hanno ammazzato anche lui!». Lo presentiva... e scoppiò in singhiozzi. Vicino al prete di Sperticano, in senso inverso, con i piedi rivolti alla cappella del cimitero, stava lo zio «Minghino» - così lo chiamavano ... Lungo, magro, bruno, con le stampelle in disparte.

Notammo che non era stato colpito da schegge di cannone. Non può essere stato che un colpo di pistola o di fucile mitragliatore, come per don Fornasini. Ebbi tanta paura. Venni subito via. La nonna c'è tornata; io no. Diceva: «Se i tedeschi volevano ucciderlo, perché proprio vicino all'arciprete di Sperticano?».

 

 

   

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