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 TRACCE STORICHE DELLA CHIESA D'IGNANO

Chiese Parrocchiali della Diocesi di Bologna Ritratte e Descritte

Tomo terzo - Bologna 1849

 

Il Castello d' Ignaro sorgeva da remotissimi tempi ore la oggi è posto l'oratorio dedicato a S. barbara , ed un tempo a S. Giorgio, nè lontano da questo sulla vetta di uno scoglio arenario che s’innalza sulle sponde del fiume Setta, una Torre fortificata della quale non restato che gli avanzi. Miserande ricordanze del prepotente feudalesimo dei bassi tempi, e di usurpato potere del forte sul debole. L' ignorarsi l'epoca della fondazione dell’attual Chiesa Parrocchiale d'Ignano, ed il non farsi memoria di essa se non dopo il XIII secolo fa ragionevolmente credere che il suddetto Oratorio di San Giorgio comechè situato entro il Castello e denomina ancora in oggi S. Giorgio del Castello, costituisce la chiesa Parrocchiale, e che da poi questo distrutto, si erigesse a parrocchiale l’attual chiesa di S. Maria, non lontano da detto Castello. Imponente è la veduta che godesi da questo Oratorio, che ci presenta poi anche uno strano monumento in una lapide di Pietra arenaria quasi corrosa dal tempo, ed immessa nel muro di prospetto alla destra della Porta d' Ingresso ove veggonsi scolpite queste parole “1450 A. F. far luy a le sue spese quest’Ancona e ci riuscì” .

Venne da questo Castello e forse di egli e col dominio il nome la ricca e potente famiglia d’Ignano che produsse tanti uomini celebri sino da remoti tempi, e che splendè per ricchezza a modo di emulare le più doviziose d’Italia.

Rilevasi da libri del pubblico estimo del 1281, che sebbene questa famiglia fosse in più rami divisi, pure il solo Giovanni da Ignano, il quale fu Podestà di Alessandria nel 1298; Capitano e Podestà della stessa città nel 1302, Capitano di Milano nel 1304, e Capitano di Roma nel 1305 – e nel 1308 per lire 24,000 – ingente somma per quei tempi, e che rendevalo, come si disse, uno dei più ricchi Signori d’Italia.

Da qui pure dedussero, ed esistevano di questo tempo,le famiglie di un Francesco di Petrizolo, con estimo di Lire 3,000 – Ed uguale se n’ebbe Gio. Donato di Fra Francesco (forse Cavaliere dell’ordine della Penitenza.) A quello Lire 6,000 ascendeva l’estimo di Jacopo d’Ignano dottore. Come venissero meno nella famiglia d’Ignano tante smisurate ricchezze, s’ignora, ma ben è a sospettare , che ritrovandosi nel 1328 e nel 1334 compresi nel numero de’ Fazionarii e Banditi da Bologna un Luca ed un Francesco da Ignano, volgessero a ruina, soverchiati com’era di quel tempo, da più forti sostenitori di fazione ad essa avversa.- Ben è a credersi pertanto che detto Castello d’Ignano si fosse elevato a prospero stalo, se era da sì potenti e ricche famiglie abitato. Né forse decadde che allorquando li Conti da Panico soverchiando di potenza ogni loro vicino li ridussero colle loro terre a soggezione, per essere poi alla loro volta, come lo furono da Bologna, prostrati da grossi Municipi.

Era soggetta questa Chiesa nel 1378 si Plabanato di Panico, dalla qual giurisdizione passò a quella di S. Martino di Caprara, dopo che quest’ultima chiesa fu eretta in Plebanale nel 1608, e tutt’ora vi si conserva. Il di lei Giuspatronato fu sempre della Mensa Arcivescovile di Bologna. Secondo una visita di Monsignor Agostino Zanetti Vescovo di Sebaste in partibus, e suffraganeo del Cardinale Alessandro Campeggi delli 7 Settembre 1544 apparisce che alla Chiesa della Villa d’Ignano erano unite altre due chiese, e cioè quella di S. Gio. Battista di Pariano, e di S. Giorgio di Castello, esistenti ambedue sino dal 1378. La prima funne in seguito separata e ridotta a semplice Benefizio, la seconda restossi sempre unita alla Chiesa matrice, e ne divenne come sussidiale.

Fu questa chiesa ricostrutta con buona architettura sulla metà del Secolo XVIII. E’ d’essa di tre Arcate, due delle quali compongono il corpo della Chiesa, l’altra serve al maggior altare. Ha oltre quest’ultimo due altari laterali. La tavola del pri­mo rappresenta l'Assunzione di Maria, li minori sono dedicati l' uno alla B. V. del Rosario, l' altro a S. Giuseppe. Ha pure il fonte Battesimale. La fronte della Chiesa volge a Levante , e sopra la Porta mag­giore leggesi incisa in Pietra nera la seguente in­scrizione.

D.O.M.

TEMPIO . VETERE . HVMILITER . CONSTRVCTO

INJVRIA . TEMPORVM . COLLABENTE

NOVUM . HOC . CVM . SACRAR . IN . AVGVSTIORE . FORMA

AERE . EX . ELEMOSIN . CONSVET . COLLECT . AG

R . D . D . FRANCISCI . FABA . RECTORIS

NEG . NON . PARROCHIANORVM

PIA . LIBERALITATES

A . FVNDAMENTIS . EXCITATVM . FVIT

PICTISQVE . TABVLIS . ORNATVM

A . D . MDCCLXII .

Il Campanile dl bella forma venie eretto nel 1778 ed è fornito di tre Campane. Dista questa da Bologna 14 miglia ed è nel distretto di Marzabotto. Regge detta Parrocchia I' ottimo Sacerdote D. Antonio Maria Poggioli, ed ascende il numero de' Parroc­chiani a soli trecento circa. Confina a Levante colle Parrocchie di Vado, Monterumici , e Badalo, a Po­nente con S. Silvestro e Panico, a Settentrione con Canovella, a Mezzogiorno con Casalia di Caprara.

Ha due Oratori de' quali l’uno dedicato a S. Gior­gio e S. Barbara il quale come si disse è in oggi sussidiale alla Chiesa Parrocchiale, e che fu forse un tempo la parrocchia di Chiesa d'Ignano, l’altro sa­cro alli Santi Giuseppe e Domenico in luogo appel­lato Lamma di Setta dedicato a Ss. Giuseppe e Do­menico che appartiate in oggi al sig. Domenico Stanzani. L' uno e l’altro sono di grande vantaggio e comodo alla popolazione ed al Parroco per ammi­nistrare li Sacramenti specialmente a quelli che abi­tano la sommità del monte, od oltre il fiume Setta.

DOTT. AURELI

 

 

 

   
Incisione della chiesa vista dal lato nord Incisione della chiesa vista di fronte Montagna bolognese medioevale - dal libro di A.Palmieri

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TRACCE STORICHE DELLA CHIESA D'IGNANO

   
Incisione della chiesa vista dal lato nord Incisione della chiesa vista di fronte Montagna bolognese medioevale - dal libro di A.Palmieri

 

 

Serafino Calindri – Dizionario Corografico, Georgico, Orittologico, Storico della Italia

Edizione 1781-1785

 

Ignano (circa 13 miglia lontano da Bologna fuori di porta Saragozza alla sinistra riva del Setta in una pendice) – Vol III pag 94 - 98

Comune e Parrocchia composta da 254 anime divise in 48 Famiglie confinata dalle Parrocchie di Sperticano, di Stanzano, di Casaglia di Caprara, e di Vado. Il suo titolare è S. Maria; e la collazione appartiene immediatamente alla Mensa Arcivescovile di Bologna.    Ha sotto di se l’Oratorio di S. Barbara vicino alle rovine di una antica Rocca dell’uno e dell’altra delle quali abbiamo già parlato (76- Vol. I pag. 207, 208 e 209).  L’aria v’è ottima morendo gli adulti meno di uno per cento all’anno. Molta e buona Uva, fra la quale una estesa Vigna di buon Aleatico dell’Arciprete Paselli, molta Frutta, molti Boschi e Legna, molta Seta, non molte Castagne, sufficiente quantità di Fieno, poco pascolo ad Erba dalle sue estese terre a sodo, pochissima Canape, tre misure per ogni semente del Grano, e meno dà pochissimi Marzatelli che vi si seminano sono i prodotti di questo Territorio, nel quale nel quale altro Artista non v’è, che un Molinaro.    Il terreno di questo Comune è metà arenoso intersecato da un elevato banco di Ghiaia fluviale, in parte indurita a consistenza di scoglio, e che s’innalza fin presso la sommità dè Monti che alla Parrocchia sovrastano, una parte è di duro tufo arenario ripieno di quantità di Mica e di Selenite, e l’altra metà è cretoso. A noi non si è quivi presentata cosa da ricordarsi per la Storia Naturale fuori del sin qui detto, ne alcun Borghetto v’è dove abiti popolazione unita.

Da questo Castello ora semplice Comune venne in Bologna una famiglia ricca e potente, che ha goduto i primi onori, che ha dato al Mondo Uomini di merito, e che si è estinta non moltissimo tempo indietro; fu questa tra Conti e padrona del Castello, della Rocca descritta di S. Barbara, e di altra Rocca che sopra la vetta rimanea di un ispido monticello, il quale a poca distanza dalla Setta s’innalza, e nel quale vedonsi ancora della stessa gl’avanzi, quando siano state demolite non si può rilevarsi dalla Storia, che lo tace, dalle mura però rimaste, e dalla maniera nella quale son fatte, sembra ciò accaduto o nel quattordecimo, o nel quintodecimo Secolo. Nel 1281 deducesi dà Libri dè publici Estimi conservati nel publico Archivio, che in què tempi già era diramata questa famiglia in più Case, che però tutte avevano un grosso Estimo, il maggiore dè quali era quello della famiglia di Giovanni da Ignano, che dice erooneamente il Ghirardacci essere della famiglia d’Agnano (77 – par. 2 pag. 439); fù questo Podestà di Alesandria nel 1298, Capitano e Podestà della stessa Città nel 1302, Capitano di Milano nel 1304, e Capitano di Roma nel 1305, nel quale anno lo fa vedere la partita del suo Estimo ricchissimo, giacchè ascende alla in allora oltremodo ragguardevole somma di libre 9600; e più ricco ancora nel 1308, giacchè ascende il suo Estimo alla eccedente somma di libre ventiquattro mila, che lo mostra uno dè più ricchi Signori d’Italia di què tempi, tanto fruttato ad esso aveano gl’onorifici impieghi avuti ed esercitati come sopra si disse. Eranvi altresì in questo tempo altri ricchi Signori di questo Luogo, cioè un Francesco di Petrizolo il di cui Estimo ascendeva a 3000 libre, ed alla stessa somma ascendeva quello di Gio Donato di Frà Francesco, forse Cavaliere dell’ordine della Penitenza, a quella di 6000 libre d’Estimo ascendeva il possesso di Jacopo d’Ignano Dottore, ed a quella di 2000 quelli di Omodeo e Berto di Jiacopo, e di Filippo di Petrizolo da Ignano. Fù Podestà di reggio nel 1310, e nel 1314, e 1315. Ugolino Leazari da Ignano, e fu Podestà del Contatdo d’Imola pè Bolognesi nel 1376. Marsiglio di Alberghetto Leazari d’Ignano, che fu forse discendente da Ugolino. Come finisse, e per quali ragioni la gran ricchezza di Giovanni non si sa dalla Storia, ma trovandosi nel 1328, e nel 1334 compresi nel numero dè fazionari e dè banditi da Bologna un Luca ed un Francesco da Ignano (78 – Cron. Misc. Ital. Script. … 348, e 361) può ragionevolmente sospettarsi, che montati in troppa alterigia i suoi successori per la soverchia ricchezza, l’andassero smaltendo con fare delle bravure, delle grosse spese, dè grandiosi trattamenti, e calassero con ciò al basso, ordinaria vicenda di chi non sa fare buon uso delle ricchezze mondane.

 

(76- Vol. I pag. 207, 208 e 209).

S. Barbara (Rimane sull’alto di un Monte detto di S. Barbara nella Parrocchia e Comune d’Ignano fuori di Porta Saragozza tra il Reno e il Setta)

E’ questo un Oratorio annesso e sussidiale di S. Maria d’Ignano, la cui instituzione ci è ignota, se pure non ha mutato il titolare antico di S. Giorgio nel presente di S. Barbara, la qual Chiesa di S. Giorgio troviamo unita nell’Elenco del 1632 a quella di S. Maria. E’ osservabile quest’Oratorio per la veduta, ed orizonte, che godesi dalla sua situazione, per una curiosa lapide in pietra arenaria, quasi corrosa dal tempo, incastrata nella sua facciata alla sinistra della porta per chi entra; la quale dice: 1450. A. F. far luy a le sue spese quest’Ancona e ce riuscì. Poche pertiche lontano da questo Oratorio sull’alto di un grande Scoglio arenario, e tofaceo, divenuto rosso pel fuoco accesovi scosceso dalla parte, che guarda la Setta, vi sono gli avanzi di un antica Rocca, o fortificata Torre, lunga Piedi 20, larga 18, bolognesi. Un banco di ghiaia fluviale taglia attraverso questo scoglio, e stendesi verso la Chiesa d’Ignano, e nella totale estensione del rimanente Scoglio trovasi quantità di Selenite, e Quarzo in grani arenari divisa, e certe piccolissime giaroline di colore tanè, angolose, ma levigate. Sotto qual nome debbansi cercare le notizie dell’uso e dè fatti accaduti intorno a questa Rocca, a qual tempo debba fissarsi la sua fabbrica, a quale la sua distruzione, e se fosse del Pubblico, o dè Conti de Panico noi nol sappiamo, ne dalla Storia bolognese ne siamo stati in alcun modo istrutti, e però sarà questo uno di què Luoghi, che darà campo dopo di noi di cercar negli archivi ad un qualche erudito ciò, che a noi non è riuscito di trovare.

 

Angolo di muro dell'oratorio con rinforzi tipici delle torri Dettaglio con pietre perfettamente tagliate Interno dell'oratorio di Santa Barbara
Muro con pietre a feritoia Muro dell'oratorio dal quale si vedono le grandi pietre perfettamente tagliate Rinforzi tipici delle torri nei ruderi dell'Oratorio
    
 Crinale di Monte Sole visto da Pian di Venola. Il monte S. Barbara sulla cui cima sorgeva il castello di cui parla il Calindri, è visibile come massimo rilievo a sinistra dell'immagine. Sulla desra, da destra, M. Caprara, M.Sole (un pò dietro) e M. Abelle
 Ruderi dell'oratorio difficili da scorgere dall'antica strada che da Volta porta sulla cima del monte S.Barbara

 

 foto s.muratori

 

 

 

 

 

 

DIECI ANNI DI VITA TRA IL ’40 E IL ’50 A SASSO E DINTORNI

 

LE TESTIMONIANZE DI MARTINO RIGHI DA REGISTRAZIONE DEL 2002 INTEGRATE CON QUELLE DI GIANNA DALL’OMO DA REGISTRAZIONE DEL 2012.

 

 

capitolo 8

LA  LIBERAZIONE

 

Il 20 aprile 1945, un giorno prima della Liberazione di Bologna, la madre di Fernando, tramite una conoscenza, riuscì a tirarci fuori dal carcere e riportarci nella casa sopra Ponte Ronca. 
Ero là, quando ci fu la battaglia di Zola Predosa. 
Ricordo che una notte cominciarono a sparare. I Tedeschi da una parte e gli Alleati dall’altra e noi in mezzo ai due fuochi. 
Ci rifugiammo sotto una montagna di fascine di legna, dove avevano scavato un tunnel nel terreno. Era un rifugio ben poco affidabile. Poteva forse servire da paraschegge, ma se fosse arrivata una cannonata in pieno, sarebbe volato via tutto. 
Eravamo tutti lì dentro con una famiglia di Ponte Ronca che si era unita a noi. 
Ma io non mi sentivo affatto al sicuro dalle cannonate. Allora dissi al mio amico Fernando: per me qui facciamo la fine del topo. Meglio andare in casa, perché ci sono i muri, e se stiamo giù a pian terreno potremmo salvarci. 
Probabilmente, chi aveva ricavato quel rifugio sotto il mucchio della legna, pensava che, a differenza della casa, che poteva essere presa facilmente di mira, questo poteva passare come magazzino della legna. 
Il rifugio e la casa distavano tra loro circa cinquanta metri. Quando fummo a metà strada fra la catasta di legna e la casa, arrivò una cannonata proprio contro un albero vicino e fummo scaraventati tutti in terra, per lo spostamento d’aria. Io sbattei le ginocchia per terra, tanto violentemente che temetti di non potermi rialzare. Poi, arrancando, riuscii ad entrare in casa. 
E per tutta la notte fu quella rumba lì, sempre cannonate da una parte e dall’altra. 

Finalmente arrivò il mattino e con esso cessarono di sparare e arrivarono gli Alleati. Era il 21 aprile 1945. 
Mi ricordo che i primi che ho visto io erano Marocchini. 
Di loro le ragazze avevano paura, perché avevano sentito parlare di violenze sessuali. 
Tanto è vero che nel film La Ciociara, la ragazza viene violentata dai Marocchini. 
Anche se, tutto sommato, non credo che loro si comportassero diversamente da tutti gli eserciti da che mondo è mondo. 
Comunque le ragazze, ce n’erano diverse lì dov’ero io, andarono subito a nascondersi. 
Ma quando questa pattuglia arrivò, noi gli offrimmo da bere, ben lieti di vederli. Naturalmente non fecero niente di male. 
Gli Americani avevano questa politica: mandavano avanti le truppe di colore e loro stavano un po’ coperti. Infatti verso sera del giorno dopo arrivarono proprio gli Americani, alcuni giovani vennero lì in casa, parlavano poco l’italiano, però qualche parola si intendeva.  

Il giorno dopo andammo giù al paese di Ponte Ronca, dove ci fu detto dai capi partigiani di andare a Bologna. 
Andammo con vari mezzi di fortuna, alcuni in bicicletta. C’era un vecchio camion che sembrava aver l’asma quando avviava il motore. 
Insomma riuscimmo ad arrivare a Bologna, dove prendemmo parte alla sfilata dei partigiani. Partendo dalla periferia, entrammo in città, con tutta la gente che faceva i cordoni sui marciapiedi delle strade e applaudiva. 

Festa della Liberazione a Bologna: il terzo in prima fila è Bruno Bregolini, il Comandante. In seconda fila a destra con la bandiera è Martino con i pantaloni alla paracadutista.

A quel punto ci chiesero se intendevamo ritirarci completamente dall’attività partigiana o se volevamo aggregarci alle truppe alleate, per andare a portare a termine la guerra. Ed io, ormai che c’ero, fui uno di quelli che firmarono per andare. 
Rimanemmo alcuni giorni lì in una caserma, finché i capi decisero di lasciare perdere, anche perché l’esercito tedesco era in rotta ormai e gli Alleati procedevano senza alcuna resistenza. 
Quindi, venendo meno la necessità di aiuti da parte nostra, ci diedero il benestare per tornare alle proprie case.

E io tornai nella casa colonica sopra Ponte Ronca. 
Il babbo, da parte sua, voleva tornare a casa propria con il suo biroccio e le due bestie. 
Però nel frattempo era nata una vitellina, che mio padre voleva pure portare a casa, perché due bestie non sarebbero bastate e un’altra vitellina faceva comodo. 
Però lui non sapeva come fare a portarla a casa. 
Allora mi chiese se potevo aiutarlo, trovando qualche mezzo. 
Intanto lui partì con sua moglie, il biroccio a due ruote e il suo carico di grano, che aveva comprato al  mercato nero, un baule con pochissimi abiti, le mie sorelle di 10 e 16 anni, caricò tutti quanti, attaccò le bestie e andò. 
Allora io, sempre insieme all’inseparabile Fernando, andai giù in paese , dove si era formato il Comitato di Liberazione Nazionale. Lì conoscevo dei ragazzi che erano stati in prigione con me e chiesi loro se mi potevano prestare un animale, un mulo o un cavallo, per portare della roba a casa a Sasso Marconi. 
Mi risposero: sì senz’altro, tutti i cavalli che siamo riusciti a requisire ai Tedeschi, che li hanno abbandonati durante la ritirata, li abbiamo affidati a delle famiglie di contadini. Proprio vicino a voi c’è un tale di Sasso, che faceva il birocciaio, cui abbiamo assegnato un mulo. Andate là a nome nostro (credo che mi dessero anche una carta scritta), vi fate dare il carro con il mulo e poi glielo riportate. 
Quando ci presentammo da quest’uomo, lui si oppose: ah ma questo mulo non si può usare, perché non è domato! 
Allora io gli chiesi: voi perché l’avete preso allora? E lui alla fine crollò. Confessò di aver mentito per timore di non riaverlo indietro, visto che per lui era un mezzo di lavoro indispensabile. 
Lo rassicurai e mi feci aiutare ad attaccarlo al carro, perché non l’avevo mai fatto prima, le bestie bovine sapevo come attaccarle al carro, con il giogo e tutti i finimenti, però dei cavalli non avevo nessuna esperienza. 
Era un bel mulo grande e messo bene, anche buono ed obbediente. Caricammo la vitellina sul carro e la legammo perché
non sbandasse, poi partimmo per via Montebrollo, fino a S. Lorenzo in Collina, per poi scendere sul fiume Lavino a Ponte Rivabella e poi su per l’Olivetta, fino a Mongardino. 
Quando arrivammo alla Grotta di Mongardino c’era mio padre lì, poveretto, che mi aspettava. Si era preso dalla Fontana a piedi, per venirci incontro, per avvisarci che la strada era impraticabile. 
Aveva tentato, senza sapere se ci avrebbe trovati. 
Così dovemmo passare per i monti, perché per la strada giù a valle non si poteva transitare. C’erano continuamente le colonne degli Alleati. 
Inoltre la strada sotto la Rupe non c’era più, l’avevano minata i Tedeschi. 
Si poteva passare solo a piedi per un sentierino. 
Gli Americani invece passavano per la ferrovia, da dove, con i loro validi mezzi, in poco tempo avevano sbaraccato via i binari. Andavano giù per via Fiaccacollo, seguivano la ferrovia e dalla Stazione prendevano via Setta (ora via Ponte Albano) e rientravano in Porrettana. 
Noi invece salimmo fino alla scuola delle Lagune e scendemmo per via Ronchi. E’ una stradina tutta sconnessa che scende molto ripida. 
Bene o male arrivammo alla casa della Fontana.

Era già sera. 
La mia matrigna riuscì a farci qualcosa per cena, anche se non avevano quasi niente da mangiare e rimanemmo lì a dormire.  
L’indomani mattina ripartimmo presto per andare a restituire il mulo con il carretto, dato che avevamo dato la nostra parola. 
Tutto andò bene finché non ci trovammo su per la ripida salita della strada dei Ronchi, tra la Cà di S. Leo e Sant’Andrea.
Nonostante il carretto fosse scarico, il mulo non ce la faceva, poverino, veniva avanti un po’ e poi si fermava. 
Allora cosa feci? Dissi a Fernando: tu resta qui e tieni il mulo, mentre io vado a  vedere se a S. Andrea c’è qualcuno che ci può aiutare. 
Là trovai per fortuna un contadino che conoscevo. Era Oreste Betti, che aveva una coppia di buoi. Gli chiesi se mi faceva il favore di venirmi a dare uno strappo con le sue bestie. 
Lui fu molto disponibile e, senza chiedere nulla in cambio, venne lì, attaccò un cavo al carro e i suoi buoi riuscirono a tirar su carro e mulo. 
Le salite che trovammo poi, per raggiungere la cima delle Lagune, erano tutte abbordabili, così arrivammo a destinazione, senza altri intoppi e potemmo mantenere la parola data all’assegnatario del mulo.  

Anche ai contadini di Cadantone, su per via Rupe, che lavoravano la terra per i Comelli -  gli stessi nostri padroni - il Comitato di Liberazione aveva assegnato un cavallo. Era un gran bel cavallo! 
Il contadino di quel podere, un certo Collina Francesco, andando a lavorare nel campo, dopo la liberazione, inciampò in un ordigno, che esplose, rovinandogli un occhio. 
Poiché lì da noi non c’era nessuno che potesse prestargli le cure necessarie, dovendo quindi recarsi all’ospedale a Bologna, mi chiese se lo potevo portare con quel suo cavallo e il biroccio a due ruote. 
Nelle privazioni dell’immediato dopoguerra, era già molto poter disporre di finimenti di rimedio, tutti rattoppati, con aggiunte di legacci di materiali vari. 
Bene, dissi io. Sistemammo quei finimenti, caricai Francesco sul biroccio e partimmo. 
Quando fummo alla Fontana e passammo davanti a Villa Sanuti, c’era lì sulla strada ad aspettarci proprio il padrone, il signor Ciro Comelli, al sgnòur Ciro. 
Disse: ne approfitto, Martino, per venire a Bologna anch’io, mi carichi? 
So anc’ a  mé
(certamente)! E caricai pure lui. 
Tutti e tre sul biroccio, trainati da quel bel cavallo abbandonato dai Tedeschi in fuga, lisci, lisci lungo la Porrettana, ormai sgombra dal traffico alleato, arrivammo al passaggio a livello  di Casalecchio. 
In quel punto il fondo stradale era particolarmente dissestato, con enormi buche, allora io scesi dal biroccio, prendendo il cavallo per la cavezza, per evitare le buche più profonde. 
Ma non bastò. Ad uno strappone più forte, si lacerò il sottopancia del cavallo. Istantaneamente le stanghe volarono in aria, il biroccio si ribaltò all’indietro e con esso i suoi due occupanti: il padrone signor Ciro e il povero Francesco infortunato. 
Io, che ero a terra, nel vedere tutte quelle gambe all’aria, con tutto il rispetto che portavo per il padrone e la pena che provavo per il contadino ferito, sul momento ci rimasi male, ma subito dopo mi venne da ridere, nel ripensare la scena che, nonostante tutto, aveva del comico! 
Dovemmo poi metterci tutti e tre d’impegno per cercare di ripristinare in qualche modo quei poveri finimenti. 
Finalmente riuscimmo a raggiungere Bologna. Dapprima scaricammo il signor Ciro, che doveva andare nella propria abitazione di via Frassinago, poi attraversammo tutto il centro della città, che almeno era priva di traffico, in quel periodo, per arrivare fino all’ospedale S. Orsola. 
Ancora fino a poco tempo fa, finché è stato in vita, il povero Francesco Collina, quando ci incontravamo, immancabilmente mi ricordava l’episodio e finivamo entrambi in una sonora risata. 
Il suo occhio si era salvato, ma aveva perso quasi tutta la vista, tanto è vero che prendeva una piccola pensione come invalido civile di guerra, perché era pur sempre stato un ordigno di guerra a ferirlo! 

 

 

 

 

LINK AI CAPITOLI

 

[Prologo[1-In guerra[2-Nella Todt]  [3-Nei partigiani]  [4-Da ferito]  [5-Sfollati e deportati]  [6-A Bologna]  [7-Da Ponte Ronca al carcere]  [8-La Liberazione]  [9-Il Dopoguerra] 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DIECI ANNI DI VITA TRA IL ’40 E IL ’50 A SASSO E DINTORNI

 

LE TESTIMONIANZE DI MARTINO RIGHI DA REGISTRAZIONE DEL 2002 INTEGRATE CON QUELLE DI GIANNA DALL’OMO DA REGISTRAZIONE DEL 2012.

 

 

capitolo 9

  IL DOPOGUERRA

 

Pian piano si torna alla vita normale e così Martino cerca un lavoro per cominciare a guadagnare qualche soldino, pur continuando ad aiutare suo padre nei campi, soprattutto per il trasporto del fieno. 
Dapprima trovò lavoro presso la ditta Scardovi, che faceva dei lavori nella stazione dei treni di Sasso. Vi lavorava anche il futuro suocero, Pietro, appena ripresosi dalla grave malattia contratta lavorando nella Linea Gotica. Era il mese di luglio del 1945. 
Dopo appena un mese, nell’agosto del ’45, Martino venne chiamato a lavorare nel Comune di Sasso Marconi, in qualità di guardia comunale. 
Lavorava in coppia con Vittorio Suzzi, ben ricordato da Gianni Pellegrini in “Vittorio Suzzi.
Dalla parte giusta. Dialoghi con Martino” pubblicato dall’ANPI in data 2010. 
A quei tempi non avevano né divisa nè traffico da controllare, se si esclude qualche bicicletta senza catarifrangente. 
Il loro compito era quello di perlustrare il territorio del comune, per individuare il materiale abbandonato dai Tedeschi, farlo recuperare dagli operai, con i pochi mezzi allora a disposizione, per poi trasportarlo nel magazzino comunale. 
Il magazzino era situato in un recinto dietro al cinema e tutto il materiale, comprendente anche ferro e rame, veniva scaricato lì, patrimonio a disposizione del Comune, che poteva usare o vendere.  
Successivamente, Martino, che aveva ancora la pallottola conficcata nel pleura e non si poteva più estrarre, venne chiamato in ospedale per una visita, allo scopo di verificare se era nelle condizioni di aver diritto ad una pensione. 
Il colonnello Comelli, radiologo di professione (causa della sua morte prematura per tumore), volle assistere alla visita, per sincerarsi che Martino fosse trattato correttamente.  Così, il giorno della visita, Martino passò dalla casa di via Frassinago, presero il tram e andarono insieme all’ospedale militare, che allora era vicino al Tribunale. 
La radiografia mostrò inequivocabilmente la pallottola là nella sua sede. 
Gli assegnarono per due anni la pensione di guerra, rinnovabile.

I soldi della pensione si fecero attendere: non arrivavano mai! 
Passarono alcuni anni. 
Nel frattempo avevo rivisto la Gianna, quella ragazzina amica di mia sorella Ede. Quasi non la riconoscevo: con la guerra si era sviluppata ed era diventata una bella ragazza, di cui subito mi innamorai. Pensai: voglio provare a filare con lei. 
Cominciammo a frequentarci, insieme ad altre coppie di amici. 
Quei primi anni del dopoguerra furono molto intensi, quasi a voler recuperare il tempo perduto. Eravamo impegnati nelle attività di partito, la sera si ballava, si sudava, si prendeva freddo e… si mangiava male. 

Lino Lucchi, Arnaldo Gandolfi e Martino Righi si godono il sole del dopoguerra in fiume

Così, nell’estate del ’46, mi ammalai di pleurite e fui ricoverato, per due mesi, nel convalescenziario di Lizzano in Belvedere, dove mi avevano mandato dall’ospedale militare. 
C’era anche un mio amico ricoverato lì, che talvolta riceveva la visita di suo padre, il quale arrivava dalla Fontana in bicicletta! Una volta volle aggregarsi a lui anche la Gianna, ma per un contrattempo non ci riuscì.  
Passavano gli anni e noi volevamo sposarci, ma soldi non ce n’erano per metter su casa.  Un bel giorno, eravamo già nel ’49, arrivarono tutti gli arretrati della pensione. Così, riuscii a comprare almeno i mobili della stanza. 
E, quando fu pronto l’appartamento alla Fontana, di proprietà dei Danielli, venne a montarmi quei mobili il falegname che me li aveva venduti, Carlo Grandi, di via Stazione di Sasso. 
Mancavano tutti gli altri mobili, ma c’era la stanza e per noi era già abbastanza per sposarci.  

Ma proprio nel giugno del ’49 arrivò la scomunica, con l’Avviso Sacro del Vaticano, che recitava testualmente:

« Avviso Sacro

Fa peccato grave e non può essere assolto

1.      Chi è iscritto al Partito Comunista.

2.      Chi ne fa propaganda in qualsiasi modo.

3.      Chi vota per esso e per i suoi candidati.

4.      Chi scrive, legge e diffonde la stampa comunista.

5.      Chi rimane nelle organizzazioni comuniste: Camera del Lavoro, Federterra, Fronte della Gioventù, CGIL, UDI, API, ecc…

È scomunicato e apostata

Chi, iscritto o no al Partito Comunista, ne accetta la dottrina atea e anticristiana; chi la difende e chi la diffonde. Queste sanzioni sono estese anche a quei partiti che fanno causa comune con il comunismo.

Decreto del Sant'Uffizio - 28 giugno 1949

N.B. Chi in confessione tace tali colpe fa sacrilegio: può invece essere assolto chi sinceramente pentito rinuncia alle sue false posizioni. »

L’avviso venne pubblicizzato capillarmente con ogni mezzo. Questo volantino affisso ai muri ne è un esempio:

 

 

 

 

E Martino era un attivista convinto del partito comunista…

I matrimoni religiosi erano vietati agli iscritti al Partito Comunista. 
Io non volevo rinnegare la mia tessera del partito e tantomeno la mia appartenenza politica così, se anche lo avessi voluto, non potevo certo sposarmi in chiesa. Comunque ero già così disgustato dalle posizioni della Chiesa, che si aggiungevano alla lunga lista delle connivenze col fascismo del vicino passato, che non volevo avere più  niente a che fare con i preti. 
Io volevo sposarmi solo in Comune!

Martino e la Gianna quindi dovettero ancora superare un grosso scoglio: fare i conti con l’oste. 
La Gianna, in quel periodo ancora critico per i mezzi di trasporto, lavorava da Giordani a Bologna e stava per tutta la settimana lavorativa presso una zia, che, a sua volta, rimasta senza casa con la guerra, era ancora alloggiata con la famiglia nel Seminario di via dei Mille. 
Una domenica, Martino si presentò a casa dei genitori della Gianna ed esordì: abbiamo deciso di sposarci, però ci sposiamo solo in Comune e non in Chiesa. 
Apriti cielo! La madre cominciò a piangere, mentre il padre tuonò inorridito: guardate questi muri qui dentro, guardateli per l’ultima volta, perché dopo non li vedrete mai più!  
Pietro, pur di convinta fede socialista, temeva soprattutto le critiche dei benpensanti per lo scandalo, dato che nella loro comunità non si erano mai visti matrimoni civili! Nessuno ne aveva ancora avuto il coraggio.  

Così Martino e la Gianna non avrebbero comunque potuto sposarsi, perché, essendo la Gianna ancora minorenne, occorreva la firma della patria potestà. Firma che Pietro era ben lungi da apporre. 
Volevano sposarsi entro quell’anno del ’49, ma, visto com’erano andate le cose, dovevano attendere il compimento dei 21 anni della Gianna, il 17 gennaio 1950. 
Passò una settimana da quell’annuncio di Martino a Pietro e all’Alma e, quando, la domenica successiva, Martino passò a prendere la Gianna per andare al cinema, notò qualcosa di diverso in casa. 
Sopra al mobile della cucina c’erano delle bottiglie di liquori fatti in casa, secondo l’usanza di allora. Cos’era successo? 
Durante la settimana, l’Alma aveva a lungo discusso con Pietro, dicendogli che comunque loro si sarebbero sposati in Comune appena possibile, anche senza il suo consenso. 
Per Pietro era divenuta una questione di principio. 
Ma poi si arrese all’evidenza e firmò il suo assenso. 
La mattina del 7 gennaio 1950, i due si sposarono. Con la Gianna ancora minorenne.

Racconta Martino.

Suo padre, per di più, ci regalò la stufa economica, la tavola e quattro seggiole. Tutto in legno massiccio! 
Il matrimonio venne celebrato nel Comune di Sasso Marconi, dal vicesindaco Rossi. Il sindaco era allora Guido Bertacchi. 
Erano le 9 di mattina, era molto freddo e c’era la neve. Così dalla Fontana andammo al Sasso con la macchina del “servizio pubblico” di Giovanola.
  

La Gianna completa il racconto.

Quando ritornammo a casa, mia madre aveva preparato il rinfresco, con dei pasticcini e bottiglie di liquore, naturalmente tutto fatto in casa. C’erano gli amici e tutti i parenti. 
Ma noi lasciammo presto gli invitati, perché dovevamo prendere il treno da Bologna per andare a Firenze, in viaggio di nozze. 
Al nostro ritorno, a mezzogiorno del giorno dopo, seppi che tutta quella gente era rimasta lì, anche dopo la partenza degli sposi, finché mia madre, poveretta, dovette inventare un modo per far saltar fuori la cena a tavola per tutti. Mise su una pentola di brodo, chiesero in prestito una camera dell’appartamento di fronte e apparecchiarono lì. Così la festa poté continuare.

Passati due anni, nacqui io e, dopo altri sette anni, nacque mia sorella.

 

Manuela Righi

 

 

 

 

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[Prologo[1-In guerra[2-Nella Todt]  [3-Nei partigiani]  [4-Da ferito]  [5-Sfollati e deportati]  [6-A Bologna]  [7-Da Ponte Ronca al carcere]  [8-La Liberazione]  [9-Il Dopoguerra] 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DIECI ANNI DI VITA TRA IL ’40 E IL ’50 A SASSO E DINTORNI

 

LE TESTIMONIANZE DI MARTINO RIGHI DA REGISTRAZIONE DEL 2002 INTEGRATE CON QUELLE DI GIANNA DALL’OMO DA REGISTRAZIONE DEL 2012.

 

 

capitolo 7

DA  PONTE RONCA  AL  CARCERE

 

Decisi di partire con Fernando, per Ponte Ronca di Zola Predosa. Visto che io avevo già recuperato le forze, andammo a piedi. 
Era la fine di gennaio del ’45. Fu un inverno in cui venne una grande nevicata e c’era ancora la neve.

Fu in quei giorni che Attilio e Chicco (nonno e fratello della Gianna), trovarono lavoro a spalare la neve in Stazione a Bologna.

Tempo dopo, seppi che, all’indomani della mia partenza, suonarono alla porta di via Centotrecento e quando aprirono si trovarono davanti una pattuglia di Brigata Nera. Dissero: noi cerchiamo uno che sta qua! Uno che è stato nei partigiani. Risposero: qui non c’è nessuno. Allora i brigatisti andarono a frugare un po’ dappertutto, ma dovettero andarsene con un pugno di mosche. 
Non seppi mai chi mi aveva tradito. La Nella aveva i suoi sospetti e forse anch’io. Ma non ho mai fatto nomi. 
A Ponte Ronca trovai una grande casa colonica pronta ad ospitarmi. Era situata  su per una stradina che andava verso S.Lorenzo in Collina. E lì ritrovai la mia famiglia. Non ci vedevamo dal maggio del ’44. 

Olindo Righi, padre di Martino, durante la seconda guerra mondiale.

I miei avevano portato lì un paio di mucche, le avevano trasferite lì con il biroccio, da Cà di Monari delle Lagune, dove erano sfollati dalla Fontana. 
Non c’era molto anche lì da mangiare, però c’era il latte e facevano anche un po’ di formaggio. 
Inoltre mio padre riuscì a trovare un paio di quintali di grano al mercato nero, lo fece macinare, così riuscimmo a fare un po’ di pane e un po’ di sfoglia. 
Eravamo presso una famiglia che allora aveva dieci figli. Infatti l’ultimo si chiamava Decimo. 
La figlia più grande a sua volta era sposata lì in casa e aveva già tre figli. 
Si era poi aggiunta la mia famiglia di cinque membri. 
A tavola quindi ci riunivamo in ventuno! 

In febbraio io e Fernando cominciammo a cercare contatti con i partigiani della zona di Ponte Ronca. 
Iniziammo a collaborare con loro, attaccando ai muri i manifesti del materiale di propaganda. 
Nel frattempo aiutavo mio padre a zappare la vigna, dato che lui era soprattutto impegnato a governare il bestiame, tra cui le sue mucche e le bestie del contadino che ci ospitava. 
Tutto filò liscio per un po’, poi qualcosa andò storto. 
Nel paesino di Ponte Ronca, alcune ragazze si intendevano con i militari tedeschi. 
Allora qualche stolto, forse per gelosia, iniziò a minacciare: quando sarà passata la burrasca, e arriveranno gli Alleati, voialtre vi toseremo tutte! 
Avrebbe fatto meglio a tacere, visto che di lì a poco, per rivalsa, quelle ragazze  cominciarono a far dei nomi ai Tedeschi. 
Così, una notte, verso le due, ci piombarono in casa i militari tedeschi. 
Vennero al piano di sopra e proruppero nella camera in cui dormivo, condividendo il letto con i molti cinni della casa chi spisaiévan tra lé da par tót
(che pisciavano dappertutto)
Mi ricordo che, siccome non c’era la luce elettrica, avevano una di quelle torce meccaniche che funzionavano premendo una leva. 
Mi puntarono la torcia negli occhi: krrr krrr. Ed io mi svegliai soprattutto per il rumore di questa raganella. 
Per istinto, preso alla sprovvista, sbottai: cusa vût
(cosa vuoi)? E lui: du partisan (tu partigiano)? E io: niente partisan. 
Volle vedere i miei documenti, allora io presi fuori dai pantaloni il mio portafoglio, che conteneva poche lire e delle fotografie di alcune ragazze, vecchie fiamme, così per ricordo. 
Cominciarono a stendere queste foto sopra al letto, esclamando: queste qui sono tutte staffette partigiane! Ed io protestai: no, sono mie amiche… 
Niente da fare: dovetti alzarmi e con me anche Fernando. 
Ci dovemmo vestire in fretta, poi ci portarono giù a Ponte Ronca. 
Là ne trovammo almeno altri dieci come noi, belli vestiti e impacchettati: riconobbi subito il mio commissario politico e altri che conoscevo un po’ di vista, tutti quanti partigiani. 
Ci caricarono tutti su un camion e ci portarono in S. Giovanni in Monte, dove allora c’erano le prigioni di Bologna. 
Ricordo che, mentre eravamo sul camion per strada – si cominciava già a vedere la luce del giorno – raggiungemmo un omarello che andava a lavorare molto presto. Fermarono il camion e caricarono anche lui, incuranti delle sue proteste: mo mé ai ho d’andé a lavurèr
(io devo andare a lavorare)!  

Rimanemmo circa un mese nelle prigioni di S. Giovanni in Monte. Ci davano da mangiare della brodaglia da maiali. Stavamo nei sotterranei, tanto è vero che le porte erano nel soffitto. Eravamo in una sessantina in un camerone, con i buglioli in un angolo della stessa stanza. 
Siccome il vitto che ci passavano era disgustoso, i familiari dei detenuti, pur nelle ristrettezze di quel periodo, mandavano qualche pacco con un po’ di cibo. Dicevamo: è arrivato un convoglio! E ci dividevamo sempre tra noi il contenuto. 
In S. Giovanni in Monte, i Tedeschi erano alpini dell’esercito, quindi erano un po’ più umani. Ma ogni giorno prelevavano alcuni detenuti e li portavano in via S. Chiara, dove c’era un comando delle SS, che procedeva senza tregua agli interrogatori. 
Ero terrorizzato, nell’attesa che un giorno o l’altro toccasse anche a me. 
Vedevamo rientrare ragazzi più morti che vivi, per violenze subite durante quegli interrogatori! 
Alcuni di loro erano stati sorpresi nel proprio letto con l’arma sotto il cuscino. Questi vennero torturati duramente per estorcere loro i nomi degli altri partigiani, dei comandanti. 
Venne il giorno in cui toccò a me, con altri del nostro gruppo. Ma quella volta non fecero in tempo ad interrogarmi. 
Altre due volte mi portarono davanti alle SS, senza interrogarmi ed ogni volta era uno spasimo. Pensavo sempre a quei ragazzi picchiati a sangue, che intanto erano spariti dalla circolazione. Sapemmo successivamente che erano stati portati via e ammazzati. 
Quella volta era un gruppo grosso e mi interrogarono per ultimo. 
Cominciarono col dire che ero un partigiano. No, no – cercai di difendermi  - no, sono un profugo di Sasso Marconi, dove c’è il fronte. 
Ad un certo punto, mi si avvicinò uno delle SS, grande e grosso, che mi mise una mano dietro la schiena e tuonò: dire verità! e io: stai tranquillo, che sto dicendo la verità! 
Inaspettatamente mi credettero. E non mi toccarono.

 

 

 

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