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la morte di don Fornasini da

La Stella Rossa di Monte Sole - Giampietro Lippi

Ed. Ponte Nuovo – Aprile 1989

 

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Cap. X
SUBITO DOPO, O QUASI

I. LE MENZOGNE NAZI-FASCISTE SULLO STERMINIO DI CAPRARA SOPRA PANICO

L'azione del segretario comunale di Marzabotto

Agostino Grava, il segretario comunale di Marzabotto, era un fascista, non c'era alcun dubbio, anche perché, se non fosse stato tale, non sarebbe stato nemmeno segretario comunale. Non poteva, tuttavia, chiudere sempre gli occhi e far finta di nulla.

Anche nel recente passato aveva avuto contrasti con Lorenzo Mingardi, ma per cose che non rassomigliavano nemmeno lontanamente agli avvenimenti che si susseguivano in quei giorni; i "camerati" tede­schi stavano esagerando: le Colulle bruciavano, i pen­nacchi di fumo si vedevano anche da Marzabotto; erano in fiamme le case dei poderi di Sperticano, di S. Martino, di Casaglia, di Pioppe; si sussurrava di fucilazioni in massa, di donne, di bambini, di perso­ne anziane; si parlava di seicento persone trucidate. Era troppo, bisognava fare qualcosa, non si poteva e non si doveva restare indifferenti di fronte ad un tale massacro.

Pensò di recarsi dal capo della Provincia, Dino Fantozzi, il quale lo ricevette il 2 ottobre, o forse l'uno. il segretario comunale di Marzabotto, pian­gendo, gli narrò quanto sapeva. Non fu creduto e venne congedato con scetticismo.

Dino Fantozzi ricordava in un memoriale del 20 marzo 1946:

Nelle prime ore del giorno 1 o 2 ottobre 1944 mi si presentò il segretario del comune di Marzabotto, signor Grava, il quale piangendo iniziò il suo discor­so dicendomi: "Eccellenza, li hanno uccisi tutti, donne, uomini, ragazzi, vecchi"... Il Grava mi ag­giunse che i morti erano seicento... (182).

Nel frattempo, Radio Londra rese nota, con do­vizia di particolari, l'efferata strage nazista; Mussoli­ni richiese informazioni al capo della Provincia di Bologna. I profughi, inoltre, incominciarono a giun­gere a Bologna ed i feriti furono ricoverati negli o­spedali S. Luigi e di via Barberia.

Dino Fantozzi si ricordò del segretario comunale di Marzabotto e lo fece prelevare da due "repubbli­chini" armati, che lo portarono alla sua presenza, il 6 o il 7 ottobre. Agostino Grava, in un rapporto in­viato, subito dopo la Liberazione, al Ministro dell'In­terno, ricordava:

Il Capo della Provincia Fantozzi ebbe l'ordine da Brescia di appurare quanto vi era di vero nelle voci di radio Londra. Si ricordò di quanto avevo narrato io e mi mandò a cercare a mezzo di due repubblicani. Non aveva creduto alle mie lacrime, al mio pianto, perché avevo pianto narrando con orribili particolari le stragi della popolazione di cinque frazioni di Mar­zabotto, e mi mandò a cercare di notte con i repubbli­cani armati di mitra. Alla sua presenza mi impose di mettere per iscritto quanto avevo a lui narrato pochi giorni prima, perché, aggiungeva, a seguito di comu­nicazioni di radio Londra, il Duce voleva sapere co­me stavano realmente le cose. Promisi che il giorno dopo avrei steso il mio rapporto e sarei ritornato a consegnarlo. Il giorno dopo, mi presentai e consegnai il rapporto al vice Prefetto De Vita, il quale non vol­le credere, tanto erano gravi le deposizioni (183).

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Il capo della provincia informò il Ministero dell'In­terno, il capo della Polizia, il Commissario straordina­rio del Governo per l'Emilia e la Romagna ed il segre­tario del partito fascista. Egli si recò inoltre dal co­mandante tedesco della piazza con il duplice scopo di chiedere informazioni e di protestare. Il comandante tedesco rispose che non sapeva nulla e che, comun­que, le località interessate si trovavano in zona opera­tiva, fuori dalla sua competenza. il 9 ottobre, Dino Fantozzi inviò un rapporto informativo a Mussolini.

Il commissario straordinario del governo per l'Emi­lia e la Romagna, Armando Rocchi, a sua volta contattò telefonicamente il colonnello delle SS. Eu­genio Dolmann, luogotenente del generale Wolf. Dolmann si precipitò da Rocchi, il quale gli chiese di accompagnarlo sui luoghi della "strage". Il tede­sco rispose che i civili non potevano raggiungere le zone operative, che egli stesso avrebbe indagato sul­la questione con una ispezione sul posto, che gli a­vrebbe riferito entro 24 ore. Il giorno dopo, il colon­nello Dolmann:

... mi riferì che nella zona di Marzabotto alcuni reparti tedeschi erano stati attaccati di sorpresa da reparti partigiani annidati nelle case e che detti re­parti, per ragioni di difesa, furono costretti a rispon­dere con le armi, cannoneggiando case che, crollan­do, avevano travolto attaccanti e abitanti: quindi, secondo lui, normali azioni di difesa. Ammise che vi erano stati degli eccessi, ma disse che erano stati im­partiti ordini perché il fatto non si ripetesse. Mi dis­se che le vittime erano circa trecento. In ogni caso il Dolmann non volle assolutamente consentire che io mi recassi sul posto per le contestazioni, e questo fatto mi insospettì (184).

Le acque, evidentemente, erano state mosse: il giorno 10 ottobre, una delegazione tedesca si presen­tò al capo della Provincia. La delegazione era costitui­ta dal generale Werchien, dal colonnello delle SS Eu­genio Dolmann, dal console generale tedesco a Mila­no Von Halsen, dal funzionario dell'ambasciata tede­sca dott. Sacht. Li accompagnava anche il prefetto Testa.

Fantozzi incominciò ad esporre tutti gli eccessi e gli abusi commessi dalle truppe tedesche. La delega­zione assicurò che erano stati impartiti ordini tassati­vi perché fatti simili non avessero più a verificarsi. Per quanto concerneva i fatti di Marzabotto, la dele­gazione avrebbe riferito dopo lo svolgimento di una inchiesta. Comunque sarebbero stati avvicendati i reparti operativi in quella zona. Alcuni giorni dopo, il dott. Sacht comunicò al capo della Provincia che:

... dalla inchiesta ordinata era risultato che le notizie fornitemi non corrispondevano alla realtà, nono­stante che fosse vero che nella zona di Marzabotto a­vessero trovato la morte alcune donne e dei ragazzi... (185)

In sostanza, durante l'incontro del 10 ottobre nel­l'ufficio del capo della provincia di Bologna, i fascisti bolognesi ed i tedeschi decisero di chiudere gli occhi sullo sterminio dell'arcipelago di Caprara. Non era successo niente e, nel migliore dei mondi possibili, tutto andava nel migliore dei modi, anche se i profu­ghi, con i loro stracci, la loro fame, le loro lacrime, le loro ferite, con il loro dignitoso silenzio, dimostrava­no il contrario; anche se il vile sterminio del popolo di Caprara sopra Panico era stato meticolosamente registrato sull’”Ic-Tagesmeldung del 2.10.1944/AOK 14a Armee.

Dino Fantozzi potè rassicurare Mussolini, il quale non aspettava altro:

Il Capo della Provincia

di Bologna                       Bologna, 10 ottobre 1944/XXII

n. 8 S.P.

Duce,

faccio seguito alla mia lettera n. 43 S.P. di ieri per informarVi — circa il punto n. 1 della lettera stessa ("Fatti di Marzabotto'') — che in un colloquio avuto questa mattina con Barone Von Halem, Console Ge­nerale della Germania con sede in Milano, egli mi ha precisato che da una inchiesta da lui svolta è risultato che effettivamente in quella zona sono venute delle azioni repressive contro elementi ribelli costituenti una "brigata rossa" comandata dal "Lupo".

In questa azione risulterebbero uccisi circa 700 fuori legge, ivi compreso il comandante della brigata.

Il Console Generale stesso non esclude che duran­te queste azioni possano essere stati uccisi anche degli abitanti, compresa qualche donna, in quanto molti ca­solari sparsi nella campagna erano stati trasformati dai banditi in veri e propri fortilizi. Però viene escluso che siano state effettuate rappresaglie contro gli abi­tanti, per cui è da ritenersi che le dichiarazioni fatte­mi dal Segretario Comunale di Marzabotto siano esa­gerate.

A questo riguardo ho immediatamente inviato sul posto il Questore con l'incarico di appurare i fatti e di fermare il Segretario Comunale il quale dovrà farmi ampia relazione scritta su quanto riferitomi in prece­denza.

Mi riservo quindi di far seguito al più presto possi­bile.

IL CAPO DELLA PROVINCIA

D. Fantozzi) (186).

 

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La morte di don Giovanni Fornasini in

 

Marzabotto e Dintorni – D. Zanini – ed Ponte Nuovo – 1996

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Veniamo ora alla domanda più spontanea: chi ha ucciso d. Fornasini?

La versione più diffusa risponde: i tedeschi, che possono essere il capitano comandante, per la vicenda della festa e delle due suoi soldati o altri militari, compresi i russi arruolati fra i tedeschi. Infatti il segretario comunale di Marzabotto, Agostino Grava. «Secondo voci correnti ad uccidere don Fornasini sarebbe stato un soldato non tedesco» (Avvenire d’Italia – 26/9/1951), cioè un russo. Si può ricordare che lo stesso d. Fornasini, due giorni prima di scomparire aveva seppellito Masotti che era stato ucciso a pugnalate da due russi.

A questa versione si oppongono varie perplessità. D. Fornasini aveva deciso di andare a S. Martino prima di un eventuale accordo con il capitano. Questi in tre ore (9-12) avrebbe compiuto il cammino Sperticano

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S. Martino e ritorno, con l'intermezzo dell'uccisione del prete; ho percorso più volte quel sentiero e assicuro che in tre ore non si fa. Il comandante tedesco avrebbe invitato il parroco lontano da casa per farsi vedere a ucciderlo; e poi sarebbe stato lui a raccontarlo, se voleva agire di nascosto? Di chi aveva paura? E perché andare fin lassù ad ucciderlo quando poteva farlo tanto più vicino? Quanto alla storia delle ragazze, d. Serra diceva: «Per me è una fola che mi fa scappare ridere». E poi, nel promemoria già citato, alla data del 2.2.1972 egli scrive: «Ho saputo che la polizia giudiziaria conosce una versione diversa dalla solita circa la morte di don Giovanni e precisamente questa: i giorni prima o il 12.10.1944 si sarebbero presentati alcuni travestiti da tedeschi, avrebbero invitato il sacerdote sul monte e poi l’avrebbero soppresso. Gli inquirenti pensano che tale comportamento

non era nel costume dei tedeschi, perché, essendo padroni del fronte se avessero voluto eliminare don Giovanni non avevano bisogno di chiamarlo sul monte, ma potevano toglierlo di mezzo senza nessuna paura di compromettersi anche in piazza a Sperticano».

C'è dunque chi pensa che d. Giovanni sia stato ucciso dai partigiani;

tali infatti, sarebbero stati, secondo alcuni, quei tre travestiti da tedeschi che una notte chiamarono il prete alla finestra e confidenzialment­e gli dissero: «È ora che anche tu venga sui monti con noi». Proprio per accertare l'attendibilità di questa versione che chiamava in causa la responsabilità dei partigiani, fu predisposta anche per la salma di d. Fornasini l'indagine necroscopica che la commissione del tribunale aveva già fatto effettuare sui resti di Alberto Menini, di Gastone Rossi e di Mario Musolesi «Lupo», i tre partigiani sospettati di essere stati uccisi dai partigiani. Purtroppo d. Serra non approvò e non favorì quella indagine, che pure era stata autorizzata dall'arcivescovo di Bologna card. Poma. Quando, il giorno 1.2.1972, la commissione d'inchie­sta, presieduta dal dr. Passarelli che me ne ha parlato più volte, si presentò a Marzabotto per procedere all'esame dei resti di d. Fornasini, furono rilevate o sollevate varie difficoltà per cui l'operazione fu rinviata e poi definitivamente sospesa. Peccato! Ne sarebbe uscita la verità sulla causa della morte del parroco di Sperticano, verità che ancora non si conosce, ne si sa se mai si potrà conoscere.

Personalmente ritengo che la causa di quella morte debba attribuirsi all’esplosione di una granata alleata. È l'ipotesi più probabile.

 

 

 

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Schmidtkunz da Il Massacro

 

Il Massacro – L. Baldissara e P. Pezzino – ed il Mulino (2009)

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Reder comunicò la posizione del nemico e i compiti delle singole compagnie, coni settori di partenza: la la, comandata dal tenente Segebrecht, doveva posizionarsi presso la località «Quercia» e, poiché nel suo settore si prevedeva dovesse essere situato il comando della brigata partigiana, a essa venivano aggre­gati un plotone della 5a — uomini della sezione mitraglieri, ma in azione di fanteria — e il tenente Vysek, ufficiale di osservazione e collegamento dell'artiglieria, munito di una stazione radio e di una propria pattuglia. A nord della l., fino a Gardelletta, venivano schierate la 5a, comandata dal tenente Saalfrank, la 3a, comandata dal capitano Schmidtkunz, e la 2a, agli ordini del tenente Szillat, da Gardelletta fino al limite nord del settore controllato dall'AA 16, «a cavallo di Murazze».

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Max Saalfrank, il comandante della 5a compagnia, il cui ploto­ne mitraglieri, al comando del caporale Wulf, era stato aggregato alla 1a compagnia, confermò sostanzialmente la deposizione di Reder: il suo punto di partenza era la linea ferroviaria presso le Murazze, doveva procedere lungo la ferrovia fino alla Quercia e poi puntare a nord verso Monte Caprara. Segebrecht, con la 1a, dislocato a Montorio, doveva attaccare a ovest rispetto a lui, dalla posizione di partenza di Ca' de Veghetti, Schmidtkunz, con la 3a a est delle Murazze, Szillat con la 2a, procedendo parallelo alla linea ferroviaria insieme alla 3a, doveva poi puntare su Pog­gioletto, in direzione di Monte Sole.

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Secondo gli schizzi disegnati da Reder, Casaglia era l'obiettivo della 3a compagnia, comandata da Schmidtkunz, il cui punto di partenza era Gardelletta, da dove avrebbe dovuto entrare nel settore da rastrellare tenendosi a ovest rispetto alla 2a.

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Max Saalfrank, nella testimonianza rilasciata nel campo di prigionia a Riccione, pur avendo ribadito che gli ordini ricevuti imponevano di non aver riguardo dei civili, ma non di uccidere intenzionalmente donne e bambini, si era lasciato andare a qualche ammissione: qualche giorno dopo l'azione su Monte Sole gli era stato riferito dai suoi uomini che il comandante della 3a com­pagnia, Schmidtkunz, aveva inopportunamente fucilato dei feriti, probabilmente di persona. Aveva avuto a tal proposito una discus­sione con quest'ultimo, il quale sostenne di essere stato attaccato da donne, e che per questo fra i banditi uccisi appunto vi erano anche delle donne. Al dibattimento del processo Simon, pur affermando a mo' di giustificazione che «combattere i partigiani significava combattere un nemico invisibile», aveva richiamato la circostanza, aggiungendo anche che personalmente non aveva visto donne partigiane, e non aveva quindi creduto alle giustificazioni del suo commilitone. Del resto, nessun ordine in merito al tratta­mento di donne partigiane era arrivato dal quartier generale della divisione. Dichiarò anche di non aver saputo di altre perdite di civili. Egli tenne a sottolineare che mentre il nucleo centrale degli ufficiali proveniva dalle Waffen-SS, Schmidtkunz veniva invece dalla polizia, quasi a suggerire che questa fosse la spiegazione del suo comportamento poco onorevole. Siamo invece più propensi a credere che, essendo il capitano Friedrich Schmidtkunz caduto il 1° ottobre 1944 perché centrato da un proiettile di artiglieria a Ponte Grizzana, sulla strada principale Bologna - Sasso Marconi. gli potessero essere imputati eventuali «eccessi», discolpandone in tal modo ufficiali ancora in vita.

Peraltro, in una successiva rogatoria Saalfrank, ormai libero, ritrattò la deposizione resa a Riccione, sostenendo che quelle dichiarazioni erano la conseguenza della «lunga pressione morale e fisica derivante dalla detenzione nei vari campi per criminali di guerra e nel campo di disciplina a Rimini», e che gli interroganti non avevano messo a verbale sue dichiarazioni non conformi a quanto essi cercavano di provare a carico di Simon: fra i vari punti segnati sul testo della dichiarazione del marzo 1947, che Saalfrank si rifiutò di confermare, vi erano quelli relativi al tenore

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degli ordini ricevuti, riguardo alla possibilità che i civili fossero uccisi nel corso dell'azione, e quello relativo ai particolari che avrebbe appreso giorni dopo sul comportamento di Schmidtkunz (nessun cenno alla discussione con quest'ultimo). L'ordine di azione per Monte Sole «non conteneva alcun ordine di uccidere civili italiani o bambini ma era chiaramente definito secondo le regole della convenzione di Ginevra».

Di una discussione fra Reder e Schimdtkunz a proposito di ordini sull'incendio delle case e la cattura dei civili che vi si tro­vavano, che quest'ultimo avrebbe impartito di propria iniziativa, e che avrebbero provocato la netta opposizione di Reder, parlò nella sua rogatoria del 7 aprile 1950 Hubert Bichler, comandante di plotone nella compagnia di Schimdtkunz, sostenendo di avere personalmente assistito al colloquio, avvenuto subito dopo l'azione. La sua testimonianza è palesemente reticente e volta a scaricare le colpe su Schimdtkunz, sollevando da ogni responsabilità Reder. Questi, peraltro, fedele al principio di negare tutto ciò che poteva rappresentare anche un'indiretta ammissione che qualcosa non avesse funzionato per il verso giusto, si limitò a sostenere che Schimdtkunz «era un tipo un po' strano; proveniente dalla polizia, senza esperienza di combattimenti sul fronte», negò di essere mai stato a conoscenza dei suoi presunti abusi, e affermò di avere saputo solo in campo di concentramento «dal Bichler che lo Schimdtkunz aveva partecipato a mano armata, di persona, ad operazioni contro la popolazione a Marzabotto». Datagli lettura della deposizione di Bichler, sostenne di non ricordare l'episodio.

In realtà, al di là del dibattito giudiziario sulla natura degli ordini impartiti, resta il fatto che furono interpretati senza ambi­guità, dagli uomini che operarono sul campo, come un esplicito invito all'eliminazione di tutti i civili. Poiché, come notò il disertore Wilhelm Kneissel, «generalmente [...1 i comandanti di squadra agivano di propria iniziativa»; e poiché il comportamento di tutte le squadre, non solo del battaglione esplorante ma anche di altri reparti delle SS, in quei giorni fu uniforme, dobbiamo ritenere che agli uomini fosse stato spiegato in maniera chiara cosa ci si aspettava da loro. Come ha ben spiegato Alessandro Politi, studioso di strategie militari, al dibattimento di La Spezia,

 

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don Fornasini in - Le querce di Monte Sole

 

L. Gherardi – ed il Mulino - 1986

La morte di don Fornasini è ancora immersa nel mistero. A forzarne il silenzio non basta né l'indagine di un detective né la consultazione diretta del maggior indiziato: il capitano «tozzo e basso» che si era allogato in canonica. L’ultima tappa del cammino dell'esodo appartiene in prima istanza al segreto di Dio.

Nella sua appassionata ricerca, Pier Angelo Ciucci ha condotto un vero processo su «l'ipotesi di un assassinio»", ponendo tre quesiti:

1 — Cosa accadde nella notte tra il 12 e il 13 ottobre?

2 — Chi fu l'uccisore di don Fornasini?

3 — Come morì?

Al primo quesito risponde: quella notte il capitano, avvinazzato, avrebbe voluto farla finita con don Giovanni; e lui l’avrebbe pregato di eseguire la sentenza lontano dai suoi familiari. Insomma una specie di partita d'onore fra i due. Nessuno comunque l'ha picchiato. Rientrò in canonica; e non pensò a fuggire. Una fuga avrebbe potuto costare la vita ai suoi e la distruzione del borgo. Oppure sperò che, sbolliti gli effetti del vino il capitano non avrebbe dato corso alla minaccia. Sapeva comunque del rischio mortale. La mattina seguente lasciò intendere di avere un appuntamento improrogabile, facendosi consegnare il necessario per un ultimo rito eucaristico ed esequiale, e partì.

«Chi lo ha ucciso?» è il secondo quesito. Responsabile per

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Ciucci, è il capitano basso e tracagnotto che dall'8 di ottobre si era sistemato in canonica; e cioè Schmidthuns. Lo stesso Reder al processo di Bologna, il 20 settembre '51, indicò in lui l'esecu­tore degli eccidi, vandalismi, distruzioni di Monte Sole.

Tendenziosa e priva di credibilità l'altra versione, unanimemente abbandonata, che non siano stati i tedeschi ma elementi della Stella Rossa ostili a don Fornasini, per motivi ideologici o per attriti personali, a compiere il misfatto.

I partigiani sapevano chi era don Giovanni, la sua opera indefessa, la sua scelta di campo a favore della libertà. Tante volte si era interessato di loro; aveva segnalato pericoli, offerto soccorsi, donato il suo servizio sacerdotale. Del resto, il 13 otto­bre, di partigiani della Stella Rossa a San Martino di Caprara non c'era nemmeno l'ombra.

Terzo quesito: «Come è morto?». La salma di don Giovanni sarà individuata da alcuni testimoni il 14 ottobre. Intatta e sola. Era stato colpito al petto; non alle spalle. Una morte a viso aperto. Lo confermeranno le varie ricognizioni informali dell'a­prile e dell'ottobre '45. Una indagine autoptica non è mai stata eseguita.

Dato il diverbio della notte precedente, si parla di un assassi­nio a titolo personale, di una vendetta; ma nell'insieme della nostra narrazione si manifesta come una vera e propria offerta sacrificale, a cui don Giovanni si sottomise tamquam agnus.

La testimonianza di Nerina Moschetti

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Per molto tempo si divulgò l'ipotesi di una morte a due — don Fornasini e l'invalido Dario Moschetti - dietro il cimitero di San Martino. Si pensava inoltre che una raffica di mitra al collo avesse decapitato il parroco di Sperticano. Solo il 24 ottobre 1983, in un colloquio con Nerina Moschetti, figlia di Armando e nipote di Dario e di Lido, si è potuto appurare lo svolgimento dei fatti:

“Eravamo scampati miracolosamente alla strage del 29 settembre, nascondendoci in una cunetta fra Caprara di Sotto e San Giovanni. Purtroppo, il 3 ottobre, una cannonata colse in pieno mia madre, Augusta Possati, presso la fontana dove era andata a fare bucato. In quei giorni fu un continuo vagare.

Nella notte del 30 ci eravamo nascosti nel bosco, e avevamo dormito dentro una grotta sopra Caprara.

Morta la mamma, scendemmo di nuovo a Caprara di Sotto. Le case erano bruciate; si era salvata solo la stalla e l'edificio detto «Fornace», dai muri spessi, ma scoperchiato. Il 13 ottobre, mentre la nonna Gemma Corbellini faceva da mangiare, poco prima di mezzogiorno ci investì una bordata di cannonate. Perirono sul colpo Amelia e Vittorina Ventura, insieme a Bruna e Maria Concetta, figlie dello zio Dario. Ida Stalli, sua moglie, ebbe un tallone trapassato, mentre il piccolo Mario di sei mesi morì poco dopo per un orrendo squarcio al bacino. Io riuscii a salvarmi, perché mi ero rifugiata nella stalla con la nonna. Giuseppe e Giorgio, miei fratelli, rimasero feriti dalle schegge; il primo più gravemente a un fianco, l'altro lievemente a un piede.

Lo zio Dario rimase colpito alla gamba buona. L'altra era già fuori uso a causa di una sinovite. Faceva il falegname: non mobili di lusso, ma taglieri e «ciappini» vari... Papà Armando si era dato alla macchia per paura dei tedeschi. Lo zio Lido, che era già menomato per un colpo di sole, non si fece niente.

Nel pomeriggio del 13 ottobre scendemmo verso il Casoncello a cercare un

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medico, per curare la ferita di Giuseppe che minacciava cancrena. Passammo da San Giovanni di Sotto e vedemmo i segni della strage. Ma le disgrazie non erano finite: al Casoncello nonno Ferdinando fu investito da un colpo di cannone e morì. Rimanemmo lì la notte, riprendendo la strada il mattino dopo fino a Rivabella sopra La Quercia. Cercavamo un medico, ma non c'era. Ci dissero di risalire a S. Martino. Giungemmo poco prima di mezzogiorno al comando tedesco installato in canonica.

Sapevamo della morte di don Marchioni, ma niente di don Casagrande e di don Fornasini. I tedeschi ci dissero di scendere verso il Reno sulla Porrettana... Fecero una pulitura al largo squarcio sul fianco di Giuseppe... Aveva 12 anni, Giorgio 14, io 9. Fu così che passammo dalla strada dietro il cimitero: io, lo zio Lido che portava in spalla Giuseppe, nonna Gemma che sosteneva Gior­gio. Vedemmo dietro la cappella mortuaria, vicino al muro di cinta, l'arciprete di Sperticano con la faccia al cielo. Morto, ma ancora tutto intero.

Era il sabato 14 ottobre. Non pioveva. La nonna disse: «Dovrebbe aver sofferto poco. L'hanno colpito al petto». Io me lo ricordo... steso, con gli occhiali... la sottana nera... L'ho avuto davanti per tanto tempo.

Lo zio Dario ci seguiva, zoppicando sulle stampelle. Aveva detto: «Andate avanti; io vi raggiungerò». Lo scorgemmo in lontananza fino a S. Martino; poi non lo vedemmo più. Arrivati in fondo, passammo da Sperticano. Era la via obbligata. Giuseppe e Giorgio vennero caricati su una camionetta e portati a Bologna. Noi, prima dell'imbrunire, tornammo indietro.

Ci chiedevamo dove potesse essere Dario. «L'avranno preso i tedeschi», disse la nonna. Istintivamente volli andare a vedere dietro il cimitero. Lido si fermò a distanza. La nonna mi seguì. «Hanno ammazzato anche lui!». Lo presentiva... e scoppiò in singhiozzi. Vicino al prete di Sperticano, in senso inverso, con i piedi rivolti alla cappella del cimitero, stava lo zio «Minghino» - così lo chiamavano ... Lungo, magro, bruno, con le stampelle in disparte.

Notammo che non era stato colpito da schegge di cannone. Non può essere stato che un colpo di pistola o di fucile mitragliatore, come per don Fornasini. Ebbi tanta paura. Venni subito via. La nonna c'è tornata; io no. Diceva: «Se i tedeschi volevano ucciderlo, perché proprio vicino all'arciprete di Sperticano?».

 

 

 

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Nel consegnarmi copia dei documenti così mi scriveva Frabboni:

Negli archivi competenti deve essere presente anche l'atto di donazione al Sindaco Andrea De Maria, da lui firmato per accettazione il 25 settembre 2000, del documento Grava, Fantozzi e altri ancora.  I documenti furono subito ritenuti "rilevanti" dal Sindaco che convocò prontamente una conferenza stampa per illustrarne il contenuto. Da quel momento in tutte le occasioni in cui per il mio incarico, ricevuto dal Sindaco, ho avuto modo di avvicinare turisti, scolaresche, giornalisti, curiosi, pellegrini, politici e religiosi (per la verità migliaia), ho sempre fatto riferimento a don Fornasini e al segretario comunale Grava.  Ho prodotto, in proprio, copie dei documenti da distribuire in abbondanza. Fra italiani e stranieri ormai mezzo mondo ne è a conoscenza. Ho comunque constatato che questa nuova parte storica non è recepita come dovrebbe. Forse, come mi è stato fatto intendere, Frabboni vuole rescrivere la storia di Marzabotto. Ho diversamente ritenuto che gli aggiornamenti della storia fossero costituenti di una sempre più approfondita conoscenza degli eventi.
Mi sono sbagliato ???
Ciao Gian Paolo F.

 

Ecco qui il testo dell'atto di donazione:

 

ATTO DI DONAZIONE

Oggi venticinque settembre dell'anno duemila, nella Residenza comunale di Marzabotto alla presenza del Sig. Sindaco Andrea De Maria, della Sig.ra Caterina Fornasini e di Don Giorgio Muzzarelli, il sottoscritto Cav. Uff. Gian Paolo Frabboni, il qual elegge domicilio nello stesso Comune in Via Boschi, 10 (località Traserra), consegna i sottonotati documenti:

-           velina "rapporto" del rag. Agostino Grava (Segretario comunale di Marzabotto) datato 11. 10, 1944/XXII (due fogli),-

-           relazione (copia conforme Ag. P.S. Otello Comani) di don Giuseppe Mordini, parroco di Monteombraro, datato 20 Giugno 1945;

-           dichiarazione (in foglio originale) di Alfonso Tolomelli al C.L.N. di Bologna datato 15 febbraio 1946;

-           velina di "memoriale" del Prefetto Dino Fantozzi alla Questura di Bologna datato 20 marzo 1946 (tre fogli);

-           dichiarazione (copia conforme Cap. Carlo Galli) del sig. Pio Borgia datata 26 Aprile 1947;

-           dichiarazione (copia conforme Cap. Carlo Galli) del sig. Attilio Comastri datata 28 Aprile 1947;

- relazione (copia conforme Cap. Carlo Galli) al Vicesindaco di Marzabotto Silvano Bonetti della rev. Suora Orsolina Antonietta Benni datata 5/5/1947 (tre fogli).

Trattasi di documentazione relativa agli eccidi perpetrati dalle SS germaniche durante l'ultimo conflitto mondiale ai danni della popolazione civile nella zona di Monte Sole e Monteombraro-Ciano.

Questi documenti erano in possesso del Grand'Uff. Comm. Ettore Stanzani, presidente del Corpo delle Pattuglie Cittadine di Bologna che, nel periodo precedente la "Liberazione" della città di Bologna, era a contatto con l'Avv. Leonida Casali per porre le basi per la ricostituzione di quell'antica Istituzione cittadina, che le autorità fasciste avevano sciolto nel 1935, poichè era presumibile che nel periodo immediatamente successivo alla liberazione della città fosse necessario poter contare sull'esperienza degli antichi suoi componenti. Così fu e nell'ottobre 1945 il Prefetto Gianguido Borghese provvide alla "ricostituzione" del Corpo a cui aderirono numerosi componenti del Comitato di Liberazione, il Sindaco Dozza e Pasquale Vesce (poi Generale Comandante della Brigata CC di Bologna), Stanzani presidente.

E' fortemente ipotizzabile che lo stesso Stanzani abbia poi contribuito anche alla raccolta di documenti e testimonianze sulle vicende che hanno insanguinato il territorio della nostra provincia, tantè che oltre trent'anni fa, allorchè lo stesso Stanzani quasi novantenne si avviava ad un passaggio di consegne all'interno del Corpo, lo scrivente fu da lui chiamato ad assumere un ruolo di stretta collaborazione e, mentre era in atto il trasferimento degli Uffici delle Pattuglie dal Palazzo Comunale alla Caserma San Salvatore (Via Volto Santo 3/2a), mi fece dono di alcuni documenti con invito a "conservarli con cura, perchè segno di inaudita ferocia".

Lungamente ritenni trattarsi di "copie" di documentazione storica, ma da un colloquio con l'attuale Sindaco di Marzabotto De Maria è venuto alla luce che il contenuto di tutti i documenti da me conservati non erano agli atti del Comune stesso ma dovevano quindi considerarsi documenti aggiuntivi a quelli già esistenti.

Considerato il rapporto di stima che nutro verso il Sindaco De Maria ho deciso, oltre che a metterlo a conoscenza del contenuto, di consegna i quanto sopra già stato elencato affinchè

ne possa disporre come egli meglio crede.

Ciò anche in considerazione del fatto che in questa documentazione si accresce ulteriormente la ferocia di episodi sottoscritti da chi ne è stato testimone o vittima, come racconta nella sua crudezza suor Benni, oltre al fatto, sinora sconosciuto, che lo stesso don Fornasini era consapevole, e con molti giorni di anticipo, di quale sarebbe stata la sua sorte, nonostante questo ha proseguito nella missione aumentando quindi la sua eroicità.

MARZABOTTO 25/9/2000

Il cedente (Gian Paolo Frabboni)

per accettazione (Andrea Demaria)

 

 

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