Premessa

La scrittura un pò strana degli articoli che seguono è dovuta alla loro età.

Il Calindri è un testo molto conosciuto, ed è accreditato di maggiore credibilità, in particolare egli si recava di persona sui luoghi di cui parlava. Il Ruggeri invece riportava conoscenze più teoriche.

 

L'immagine qui riportata è l'illustrazione della chiesa di Venola tratta dal libro Chiese della Diocesi di Bologna ritratte e descritte.

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 Serafino Calindri

Dizionario Corografico, Georgico, Orittologico, Storico della Italia

1783

 

VENOLA

Fuori di Porta Saragozza in una cima di monte alla sinistra del Reno 14 miglia dalla Città , e non 20, come con una slungata di penna hà segnato l'autore del Catalogo delle Comunità stampato dal Saffi.

Comune e Arcipretura composta da 282 Anime divise in 51 famiglie, e d'ognintorno confinata dalle parrocchie di Spertica­no, di Malfolle, di Montasico, di Luminasio s della Pieve di Panico. Alli parrocchiani appar­tiene il diritto di nominarne 1'Arciprete, ed il suo Santo titolare è S. Stefano. La sua Chiesa, è decente, ed i suoi Oratori esistenti nel suo territorio sono Santa Lucia del Caricatore, e S. Rocco di Piano di Venola. Molta Uva, moltissi­me Frutta, e rare Pesche, molte Noci e molte Castagne, molta Ghianda, molti Boschi a Le­gna, poco Fieno, non molto pascolo da molte terre a sodo, quantità di Carbone, pochissima Canape, non molta Seta, quattro misure dal Grano, e quattro da molti Marzatelli che vi si seminano, sono i prodotti di questo territorio. Chi proponesse di far divenire un fertile Orto un letto composto da grossi sassi fluviatili, affatto sterile, di un torrente nelle piene impetuoso così, che trascina e forza con le sue corrosioni a lavinarie addosso le pendici de' laterali monti da presso le loro cime al loro piede; direbbesi che esigge gl'averi di un Creso, e le forze di un Sovrano, ed in ultimo che dopo un infinito di­spendio altro non ricaverebbesi tutto al più che una Saliceta, o Pioppeta, od altro consimile co­modo; e se si chiamasse una flotta di Periti a consulto per eseguire un tale progetto, leggereb­bensi perizie esorbitanti capaci a scoraggire il più intrepido e coraggioso: e pure senza tanto dis­pendio, senza tanto apparato, senza trovarvi tan­te difficoltà una industriosa, ed ingegnosa agri­coltura, una indefessa pazienza di seguitare l'in­dole e la natura dell'impetuoso Torrente incoraggì ad intraprendere la esecuzione di un pro­getto all'apparenza così strano, e riuscì piena­mente con poco ed in corto tempo col mezzo di giudiziose colmate in ottenere ottimi pascoli, ed un vasto Orto capace di ogni più squisita sorte di Frutta e di erbe il defunto Notaro e cittadino bolognese Casimiro Nicolò Patrizio Minelli, e con lode lo và attualmente ampliando, e rendendo viepiù ubertoso il vivente suo figlio Giuseppe che buona parte dell'anno se ne stà al Piano di Venola nella sua vicina palazzina, imitando gl'uo­mini della età passata, che men portati alla mol­lezza di molti de' viventi, stavansene badando alla agricoltura e coltivazione de' loro fondi in campagna, sicuri di non degradare le proprie convenienze, e di fare acquisto non meno di mag­giori comodi necessari alla vita, che di una più salda e robusta complessione. Tartufole bianche al di fuori, di color fosco al di dentro, o rosse, e qualche volta ancor nere produce quello cre­toso territorio attraversato da elevati banchi di arena indurita a modo di tufo, ed in talun sito di durissimo scoglio, e da cumuli divisi in irre­golari quasi cubiche masse di scoglio cretoso, tra mezzo al quale van trovandosi gusci di Turbina­ti, di Lumache marine, di Pettinìti, di piccole Telline, e Nuclei di tali maniere di Testacei, qualche volta calcinati; due sorgenti solfuree lun­go il Torrente Venola, non poche ocree rosse, violacee, e verdiccie, ed una miniera di Ferro del genere delle subacquose. Un acqua leggerissima scaturisce da una sorgente nel fito detto il Caricatore, nelle di cui vicinanze naturalmente fiorisconvi Viole mammole odorosissime di color bianco candido, o qualche poco tirante al color rosso-viola. Un Sarto, un Falegname, un Fabbro posson supplire a qualche bisogno umano relati­vo alle loro arti per gli abitanti di questo territorio, nel quale evvi un borghetto cioè Lamaròlo di Famiglie 12.

Non molto distante dalla presente Chiesa parroc­chiale sulla vetta di un monte in un dirupo di scogli cretofi, che, quasi a piombo eretti, for­mano dalla parte di Reno la veduta di una scon­nessa muraglia etrusca, sonovi le rovine di una Torre, o antica Ròcca, che probabilmente do­vea essere l'antico Cartello di Venola, ed una delle molte Ròcche possedute da potenti Conti da Panico. La più antica memoria che abbiamo di quello luogo non và più indietro del 1221, da questa sappiamo che Vènola esisteva, che era un Cartello, e che fù confermato in feudo da Conrado Cancelliere imperiale in Italia per l'Imperatore ad Ugolino da Pànico, chiaro leggendosi nella pergamèna de Conti da Pànico di Padova più volte rammentata trà i luoghi al suddetto U­golino confermati VENOLA, hominibus d ejus curte. Può supporsi, che uno de' discendenti del detto Ugolino fosse quel Conte Tommaso da Pàni­co, che comprò del 1268 nel Comune di Vènola molti beni, per valore di lire 390, alcuni de' quali confinavano con quelli della parrocchiale di S. Stefano (Archivio di San Francesco). Uno de motivi pe' quali si dissipò la famiglia de' Panici fù la replicata sud­divisione de' loro beni e feudi per dare la provista non meno a figli nati da matrimoni legitti­mi, che a naturali, uno de' quali fù secondo il Griffoni decapitato nel 1304 per un ordito tradi­mento contro il Comune di Bologna, ma secon­do l'autore della Cronaca Miscella ciò seguì nel 1305 unitamente a due da Luminasio, e due da Vènola (Rer. Ital. Script. Tom. XVIII. col.135, 1306 avea egli nome Baldino Co. Bastardo da Pànico). Convien credere, che questi Pàni­ci di Vènola non fossero di molto buona legge, poichè nel 1313 nel piano di Vènola e ne con­tigui Flixino di Morsicino da Pànico, e Tozzòne di Pariano da Pànico si posero alla strada ad assal­tare e derubbare alcuni nel ritorno che facean dal mercato di Roveggio, i quali condusser prigio

ni in modenese, e a forza di farli tormenta­re in carcere, gl'obbligarono a ricattarsi con grossa taglia (Lib. Ref. + 20. Giugno 1313. Pag. 204 v.).

Fù nel 1528 questo Comune infeudato unitamente agli altri nominati nella no­ta (272) par. 3, pag. 279; da CLEMENTE VII con titolo di Contea ad Astorre di Alessàndro Vol­ta, al quale non fù dato nel 1522, ne tolto dal suddetto Papa ad esso Astorre nel 1532, come sulla fede del Dolfi rilevata dal passo della sua Cronologia in essa nota citato ivi asserimmo; e tra manoscritti del celebre Instituto può vederse­ne l'estratto del Breve del prelodato Pontefice. Apparteneva quesla Chiesa nel 1366 (e gl'ap­partenne fino al 1646) al plebanato di Pànico, ed era il suo titolare SS. Benedetto e Stefano; ma eretta in Pieve non solo fù smembrata questa da quel plebanato; mà altresì lo furono le Chiese di Montasico, di Vedegbèto, di Monte Pastore con la sua sussidiale di Vignola de' Conti, che compongono presentemente la sua Congregazione. Chi desidera sapere le notizie de' fondi, delle rendite etc. di questa Chiesa, di una Chiesa semplice di S. Antonio in questo Comune eretta, e di un Be­neficio semplice eretto nella parrocchiale li 18 Febbraio del 1693, ricorra alla Raccolta del Casolàri, Tom. 3 dalla pag. 363 alla 368.

 

 

Da: Chiese Parrocchiali della Diocesi di Bologna ritratte e descritte

Tomo terzo

Bologna Litografia di Enrico Corti

Tipografia di San Tommaso D’Aquino

1849

 

SANTO STEFANO DI VENOLA
Posa la villetta di Venola sul dorso di ridente colle, quindici miglia a meriggio da Bologna. È gramo paesello e numera pochi abitanti, ma il suo nome è caro agli amatori dell'agricoltura, poichè fu la città di un Casimiro Nicolò, e d'un Giuseppe Minelli, uomini generosi e sapienti, che imitarono le virtù ed il senno di Pier Crescenzi, facendo sacrificio della propria fortuna per migliorare le terre, e ridurle alla maggiore fertilità.

Sin da remoto tempo il comune di Venola trovasi memorato nelle storie, ma precisare l'epoca de' suoi primordii mal lo si potrebbe. In alcune cronache viene esaltato sin dall'undecimo secolo per la floridezza de' suoi vigneti, per la rarità delle sue frutta e per la vaghezza di sua posizione; ma noi prendendo a guida gli storici di maggior fama, diciamo con sicurità che le prime notizie di questo luogo si ricavano dall'imperiale diploma di Federico II, datato nell’anno 1221, mercè del quale Venola e suoi abitatori son confermati in feudo ad Ugolino conte di Panico. Dopo il tredicesimo secolo lo vediamo soggetto al Comune di Bologna come semplice massaria, ed ora lo troviam dipendente da quella giusdicenza, perchè aggregato al Municipio di Caprara, altra delle Magistrature comprese nel Felsineo distretto. Questo territorio e gli altri conterminanti dànno frumento ed ottimi vini; il granone si coltiva da pertutto, ed una delle maggiori sorgenti di lucro è il bestiame cornuto e pecorino. Il numero de' suoi abitatori è oggi di circa 370, la maggior parte occupati nella coltivazione delle terre, e quantunque la parte piana del territorio sia assai limitata, si gode in ogni punto di un clima temperato e di un aria eccellente. Venola è bagnata a levante dal fiume Reno, ed a meriggio da un grosso torrente, che ne rade minaccioso i campi ed i vigneti; è intermediata dalla nuova via che da Bologna conduce a Livorno, ed ha per confine le parrocchie di Sperticano, di Panico, di Montasico, di Malfolle e Luminasio. Anticamente la chiesa di Venola era sotto l’invocazione dei Ss. Stefano e Benedetto, e dipendeva dalla pieve di Panico. Tale era ancora la sua condizione quando nel 1378 si rinnovò il censimento delle parrocchie nella diocesi; e tale si conservò sino alla metà del secolo XVI. Ma la povertà della sua dote, e lo squallore del tempio fecero che per un intero decennio restasse vedova del parroco; per cui nel 30 Ottobre 1557 il Vescovo Giovanni Campeggi l'unì come semplice sussidiale alla cura di Luminasio, e rimase mezzo secolo circa in quest'umiliante posizione. Intanto i popolani si adoprarono con immensa possa onde risarcire la canonica, ed un pio sacerdote della cura si rassegnò ad assumerne il peso per ricondurla al grado di parrocchia. Difatti l'Arcivescovo Paleotti con decreto del 26 Gennaio 1606 le restituiva il suo titolo, rendendola affatto indipendente da Luminasio. Venuto a morte quel generoso sacerdote, il popolo, che aveva il diritto di presentare il paroco, gli elesse a successore un Don Gioan Antonio Barbetti, oriundo della stessa cura, il quale donò i suoi beni alla parrocchia prebenda e restaurò la chiesa coi proprii denari, levando il palco a travi e ponendola in volta. Tanto sagrificio di generosità non restò senza premio, perchè visitata la chiesa dal Cardinale Arcivescovo Nicolò Lodovisi Albergati, l’innalzò questi nel 5 Ottobre 1646 al grado di arcipretale e di plebana; quindi la segregò dall’antica matrice e le sottopose in perpetuo altre quattro parrocchie, vale a dire Montasico, Vedegheto, Vignola e Montepastore; accordò al benemerito paroco ed ai successori suoi il titolo di Vicario foraneo, e donò alla novella pieve il Fonte battesimale. Queste onorifiche distinzioni gode tuttora la chiesa di Venola, la quale, sempre di giuspatronato de' suoi popolani, celebra la festa principale in onore di Maria nella prima domenica di Agosto. Dopo il grande restauro del paroco Barbetti, la chiesa non venne più risarcita, per cui nel 1820 trovavasi con la canonica in cattivissimo stato. Volle però fortuna che vi fosse eletto arciprete il sacerdote Don Giovan Lorenzo Boni, il quale a proprie spese fabbricò la canonica, poi aiutato dai popolani alzò il volto alla chiesa e ne ribassò il pavimento, rendendola così di bella forma, e di una regolare architettura. L’edifizio è lungo 40 piedi, largo 18 ed alto 31, ed ha un organo con la sua cantoria di cinque cappelle, la maggiore delle quali dedicata a Santo Stefano, con quattro laterali più piccole, di cui una occupata dal battistero.

Nel circondario esistono due oratori, uno nel piano di Venola, dedicato a San Rocco, e spettante alla famiglia Minelli. L’altro dedicato a Santa Lucia nel luogo detto il Caricatore, appartenente alla famiglia Benassi. Le case sono sparse pel territorio e vi si contano due ville di delizia, con alcune civili abitazioni, che si distinguono assai bene dalle rustiche dimore dei contadini. Nulla poi qui rammenta l’antico caseggiato, né la ròcca ed il forte che Ugolino da Panico edificò sopra il colle nel 1203 per albergo del castellano e delle sue milizie. Ogni segno o vestigio sparì. Queste superbe moli che sembrava sfidassero la forza dei secoli, esistevano alla fine del 1306, ma sul cominciare del seguente anno furono dal popolo ammutinato leteralmente distrutte. Così si abbatterono le insegne della prepotenza, così cacciossi in bando la tirannia del feudalesimo.

Lo storico che narra un tal fatto, dice che gli abitanti, tribolati dalle avanìe di quei dominatori, insorsero uniti e disperati, e fecer bisogna per mille, che chiamarono alla riscossa i popolani di Montasico e di Malfolle, ma non furon soccorsi, che la tenzone fu perciò lunga, feroce e sanguinosa, ma non ricevendo i feudali alcun rinforzo d’armati, terminò col più felice successo, quello cioè di togliere il popolo da un’orribile oppressione, e di affrancarlo per sempre dall’odiata schiavitù.

Andava in quel mezzo ognor più dibassando la fortuna dei Panico, guerreggiati dal Comune di Bologna, il quale era sostenuto dai tanti nemici che s’erano procacciati, sì che Maghinardo ed il terribile Mostarda suo figlio finirono coll’esser chiusi in orribile prigione, ove il primo (privato della vista) stentò fino al finire dei suoi giorni, e l’altro ne fù tratto per aver mozzo il capo nel pubblico mercato della città.

Dott. Luigi Ruggeri  

 

 

 

Giorgio Pini, direttore del Resto del Carlino l'11 Ottobre 1944

 

 
Il ministro Bottai al centro, con alla sua sinistra Giorgio Pini Al centro il ministro nazista Ley. Alla sua sinistra Giorgio Pini in camicia nera e stivali  A sinistra: Vito Mussolini, direttore del Giornale d'Italia, del quale Pini fu Caporedattore. Al cenro Nicolò Giani, fondatore di "Mistica fascista". A destra Galeazzo Ciano

 

Nato il 1 Febbraio 1899 a Bologna Giorgio Pini ha frequentato la facoltà di legge. Si iscrisse al fascio nel 1920. Iniziò la carriera giornalistica nel giornale fascista di Bologna “L’Assalto”, fondato da Leandro Arpinati, del quale fu anche direttore. Nel 1923 iniziò ad entrare in contatto diretto con il Duce in qualità di inviato dell’Assalto. Mussolini prima di assumere la carica di primo ministro era stato direttore del “Popolo d’Italia”, giornale da lui stesso fondato, ed aveva sempre seguito con attenzione il giornale dei fascisti bolognesi, così quando Pini iniziò a scrivere i suoi articoli a sostegno dello squadrismo Mussolini lo individuò come una risorsa da coltivare.

Così nel 1925 fu invitato a scrivere anche per “Il Popolo d’Italia”, che era diretto da Arnaldo Mussolini. A fine Ottobre del 1926 fu improvvisamente nominato capo redattore del Resto del Carlino, pur rimanendo direttore dell’”Assalto”. A fine Aprile del 1927, per volere dello stesso Mussolini, fu nominato Direttore del “Resto del Carlino”. Il Duce aveva una grande fretta di fascistizzare tutta la stampa nazionale, e Pini aveva una carriera assicurata dalla sua cieca fede nel Duce.

 

Biografo di Mussolini

Nel 1926 Pini aveva scritto una biografia di Mussolini dal titolo: “Benito Mussolini : la sua vita fino ad oggi, dalla strada al potere”, e la sua ascesa gli aveva creato non pochi nemici, anche nella redazione del Resto del Carlino. D’altra parte il giornale stava perdendo lettori, ed anche Arpinati era scontento della direzione di Pini. Il 3 Marzo 1930 fu estromesso dal capo del fascio bolognese, e Mussolini lo assegnò alla direzione del “Giornale di Genova”

A Genova non ebbe vita facile, perché i giornali da lui diretti perdevano in tiratura, e c’era scontento per i suoi frequenti articoli pubblicati dal “Popolo d’Italia”. Rimase comunque a Genova fino alla fine del 1936, quando Vito Mussolini lo convocò a Milano per sostituire il vecchio caporedattore del “Popolo d’Italia”. Da quel momento ebbe contatti frequentissimi con il Duce, il quale evidentemente voleva imprimere sempre di più la sua personalità sul giornale di famiglia.

Pini continuò anche a lavorare come biografo personale di Mussolini, e nel 1939 uscì una nuova biografia dal titolo “Benito Mussolini” che fu anche tradotta in inglese da Luigi Villari col titolo: The Official Life on Benito Mussolini.

 

Direttore del Resto del Carlino dopo il 25 Luglio 1943

Il 25 Luglio 1943, quando Mussolini fu estromesso ed arrestato, ed al suo posto andò il Maresciallo Badoglio. Da quel giorno al “Giornale d’Italia” fu proibita la pubblicazione. Dal 25 Luglio all’armistizio, poi la liberazione di Mussolini da parte dei Tedeschi. A Metà Settembre Pini fu chiamato a Bologna per dirigere il Resto del Carlino, che dal 25 Luglio era passato alla direzione di un liberale. Arrivato in redazione si dichiarò subito “fascista repubblicano”, come lui stesso racconta nel libro “itinerario tragico”, pubblicato nel 1950 da Omnia, Milano.

Con la RSI il Resto del Carlino assunse la connotazione di bollettino nazifascista. Nulla trapelava dalle pagine del giornale che non fossero elogi alle vittorie ed alle conquiste della Germania. Per Pini evidentemente brillavano ora due stelle: il Duce, e la Germania. Ma soprattutto la Germania. Nei titoli del giornale da Ottobre 1943 a Aprile 1945 le vittorie ed i successi della Germania sono quasi una costante.

Pini era stato scelto come direttore del resto del Carlino perché di lui il Duce poteva fidarsi.

I titoli rimasero sempre gli stessi fino all’Aprile del 1945.

Mai il Carlino diede notizie circostanziate di quanto stava succedendo in Italia, con l’avanzata degli alleati che inesorabilmente stavano spazzando via il fascismo dall’Italia. Fino all’ultimo giorno il direttore Pini volle concentrare l’attenzione su ciò che succedeva lontano dall’Italia, nel fronte orientale, dove l’avanzata sovietica a leggere il Carlino sembrava inesistente.

Il 20 Aprile il Resto del Carlino chiuse i battenti. Pini fuggì a Milano, e dal 21 Aprile iniziò la pubblicazione “Il Corriere dell’Emilia”, poi rinominato “Giornale dell’Emilia”, che prese il posto del Carlino fino al 1953.

 

Pini rimase fascista anche dopo la liberazione

Nel 1950 Pini era un fervente membro del MSI, e non aveva abbandonato la fede. Non è facile capire cosa potesse essersi radicato così fortemente nella sua mente per farlo restare aggrappato alla propria giovinezza, ed alle speranze di una grandezza che credo chiunque, nel 1950, poteva vedere quanto fosse stata illusoria ed effimera, ma soprattutto ingiusta e malefica.

 

 

Itinerario Tragico

Nel libro “Itinerario Tragico” - Milano, Ed (1 gennaio 1950), a proposito di Marzabotto Pini afferma:

“A. Marzabotto una divisione tedesca procedette a una terribile rappresaglia per reagire ai continui disturbi provocati nelle retrovie dagli elementi partigiani. Di quella strage, nonostante la prossimità del luogo, giunsero a Bologna notizie estremamente incerte.”

In realtà sappiamo che il Prefetto Fantozzi aveva tutte le notizie fin dal 2 Ottobre. Don Fornasini, dopo avere informato il segretario comunale di Marzabotto Rag. Agostino Grava, si era recato a Bologna a denunciare alle autorità religiose quanto stava succedendo. Il viceprefetto De Vita sapeva, e il prefetto Fantozzi affermava, in un rapporto per l’investigatore Galli dopo la liberazione, di essersi recato assieme al Podestà Ing. Agnoli presso gli sfollati per raccogliere testimonianze.

D’altra parte la dimostrazione che Pini mente in questo caso viene dalla pagina stessa del Carlino dell’11 Ottobre 1944, dove ben due articoli sono dedicati a smentire le voci che sono circolate in città. Radio Londra aveva dato una dettagliata notizia di quanto era accaduto a Marzabotto già il 6 Ottobre, e molti sfollati avevano vissuto direttamente gli eventi. Ecco quindi il famigerato articolo delle “solite voci incontrollate”, accanto al quale vi è una ossequiosa informazione circa la presenza in città di von Halem, ed accanto a questa vi è un articolo ben più dettagliato che riporta la posizione del Prefetto Fantozzi sul tema.

Quindi di nuovo la domanda è: perché tanto sforzo per smentire una notizia che a dire di Pini non era arrivata in città?

 

 

La pagina del Carlino dell'11 Ottobre 1944 con i 3 articoli citati

 

Ecco qui il testo integrale dei 3 articoli:

Voci inconsistenti - 

Le solite voci incontrollate, prodotto tipico di galoppanti fantasie in tempo di guerra, assicuravano fino a ieri che nel corso di una operazione di polizia contro una banda di fuori-legge, ben centocinquanta fra donne, vecchi e bambini erano stati fucilati da truppe germaniche di rastrellamento nel comune di Marzabotto.

Siamo in grado di smentire queste macabre voci e il fatto da esse propalato. Alla smentita , ufficiale si aggiunge la constatazione compiuta durante un apposito sopraluogo. E' vero che nella zona di Marzabotto è stata eseguita una operazione di polizia contro un nucleo di ribelli il quale ha subìto forti perdite anche nelle persone di pericolosi capibanda, ma fortunatamente non è affatto vero che il rastrellamento abbia prodotto la decimazione e íl sacrificio nientemeno che di

centocinquanta elementi civili. Siamo, dunque, di fronte a una nuova manovra dei soliti incoscienti destinata a cadere nel ridicolo, perché chiunque avesse voluto interpellare un qualsiasi onesto abitante' di Marzabotto o, quanto meno, qualche persona reduce da quei luoghi, avrebbe appreso l'autentica versione dei fatti.

 

Il barone von Halem a Bologna

Riunioni e colloqui con le autorità

Il Console generale di Germania, barone von Halem, che ha sede in Milano, e che già l'anno scorso prese contatto con le nostre autorità, è tornato da alcuni giorni a Bologna e si è attivamente interessato della situazione locale in rapporto alla situazione bellica.

Von Halem ha avuto colloqui coi dirigenti politici, militari e amministrativi, ed ha partecipato a diverse riunioni in cui sono stati prospettati i principali problemi e definite le direttive opportune per assicurare la maggiore possibile normalità di vita e il funzionamento dei pubblici servizi nell'interesse della popolazione.

 

La situazione della città illustrata dal Capo della provincia

Per la normale attività cittadina – le valorose truppe germaniche eviteranno ulteriori rovine a Bologna – Precisazione sui rastrellamenti.

Lunedì nel pomeriggio il Capo provincia ha convocato I dirigenti, di tutte le organizzazioni e di tutte le attività a carattere sindacale ed a­ziendale.

Il Capo provincia ha par­lato brevemente ai convenuti illustrando sinteticamente l'o­dierna situazione di Bologna e della provincia in relazione alle eccezionali contingenze belliche. Egli ha fatto rilevare che, malgrado le difficoltà enormi del momento, la vita di Bologna e della provincia, specialmente nel settore ali­mentare, nei servizi pubblici e nelle sue più urgenti necessità, ha continuato a man­ tenere, nei limiti consentiti i delle difficoltà inerenti alla vicinanza del fronte ed alla mancanza di adeguati mezzi di trasporto e di comunica­zione, un ritmo quasi normale. A questo punto ha fatto un vivo elogio al vari dirigenti che si sono prodigati, con spi­rito di patriottismo, ognuno nel suo settore, per ovviare alle difficoltà del momento. Ha detto che oggi, più che mai, le autorità e i dirigenti, in perfetto spirito di collaborazione, devono intensificare i loro sforzo e la loro opera ed adoprarsi, con accresciuta abnegazione, acciocchè alla popolazione di Bologna e della provincia, già duramente provata dai rigori della guerra e della barbarie nemica, sia risparmiato il caos e il disordine e possa continuare ad avere, anche in momenti eccezzionalissimi, quel conforto materiale e quella assistenza avuta sempre per il passato da parte delle autorità e de dirigenti tutti.

Il Capo provincia ha letto inoltre, un telegramma invia­to al Duce nel quale si fa presente che mentre il rombo del cannone si avvicina alla città, i suoi dirigenti sono ai loro posti di lavoro e di responsabilità decisi a compiere serenamente, sino all'ultimo, il lavoro e i compiti ad essi affidati per alleviare le sofferenze, í disagi, i dolori del­la popolazione.

Ha esortato tutti a non prestare fede alla pletoria di voci false e tendenziose messe in circolazione in questi giorni da elementi al soldo del nemico e di fare opera di persuasione presso i rispettivi dipendenti perché il lavoro non abbia arresti nocivi e continui a svolgersi normalmente per la tranquillità ed il bene comuni.

Ha detto, inoltre, che le Autorità militari germaniche, con quello spirito cavalleresco e di comprensione che ha sempre animato i nostri alleati, hanno confermatoche Bologna sarà da loro rispettata e le valorose truppe tedesche eviteranno che ulteriori rovine vengano inflitte alla città già tanto provata.

Il Capo provincia ha anche dichiarato che tra le notizie fatte circolare in questi gior­ni vi è quella di una probabi­le mancanza dì acqua, gas, elettricità ed ha aggiunto che non saranno certamente i soldati tedeschi ad infierire con­tro la popolazione civile ita­liana privandola del neces­sario.

Parlando dei recenti rastrellamenti ha reso noto che que­sti sono stati effettuati per urgenti necessità di lavoro. Ha aggiunto che gli italiani reclutati a Bologna o in pro­vincia per tali necessità contingenti non vanno lontano e sono trattati bene.

Infine ha invitato tutti i dirigenti ad esporre i loro punti di vista per una fattiva colla­borazione ed ha concluso con l’esortazione a lavorare e spe­rare con immutata fede per il bene la salvezza della Pa­ria che non può perire e che risorgerà, con l’aiuto dei ca­merati tedeschi e per volontà dei suoi figli minori.

 

 

Tre articoli collegati fra loro per dare ufficialità e credibilità alla smentita

Si deve notare che i tre articoli sono collegati, perché in sostanza l’articolo riferito al capo della provincia avvalora indirettamente quello molto più diretto che smentisce la strage di Marzabotto. Quello apparentemente innocuo sulla presenza di von Halem ha a mio parere lo scopo di informare i funzionari del regime, che in qualche modo sanno di ciò che è avvenuto a Marzabotto, che le autorità tedesche stanno prendendo provvedimenti per arrestare il dilagare di pratiche terroristiche fra la popolazione inerme.

 

 

Intervista a Pini di Nazario Sauro Onofri

A pagina 25 del libro "Marzabotto non dimentica Walter Reder", di Nazario Sauro Onofri (grafica lavino editrice 1985), scrive l’autore:

Molti anni dopo, quando chiesi a Giorgio Pini - che era stato direttore del giornale in quel periodo - il perché di quel trafiletto, mi disse che, su richiesta di Fantozzi, aveva assunto informazioni presso

ambienti tedeschi, compreso il suo vecchio amico von Halem. Quando questi gli diede la versione menzognera che aveva già fornito al prefetto, incarico un redattore di scrivere il trafiletto famigerato che avrebbe dovuto tranquillizzare la popolazione.

Oggi - mi disse Pini - il contrasto tra quel comunicato e la realtà, che si è saputa poi, è tale che la cosa mi mette a disagio.

A disagio, per quella strage, dovettero trovarsi in molti, sia tra i tedeschi che tra i fascisti, anche se poi non ebbero il coraggio morale e civile di dissociarsi, neppure nel dopoguerra quando non correvano più alcun pericolo.

Dollmann ha dedicato un libro al suo soggiorno italiano, “Roma nazista”, nel quale vi e un capitolo intitolato “Terrore nel nord”, ma non ha scritto una sola riga su Marzabotto. E lui, come ufficiale superiore delle SS e come membro della delegazione che rassicuro Fantozzi, doveva sapere molto .sulla strage, se non è addirittura uno dei responsabili. il generale von Senger - uno junker tedesco, nobile e cattolico praticante - ha scritto un libro di memorie dal titolo vagamente romantico:

“Combattere senza paura e senza speranza. Anche se arrivò a Bologna a cose fatte, nel libro non c'è il minimo riferimento alla strage e nessuna parola di cristiana pietà per le vittime. Anche

lui, come Dollmann, ha preferito fare opera di rimozione; si è limitato a scrivere che assunse il comando della 14^ armata il 15 ottobre quando il suo predecessore ebbe un attacco di sinusite.

Mario Agnoli, che fu podestà fascista durante la repubblichina di Salo, dedica poche righe a Marzabotto nel libro di memorie “Bologna città aperta”. Ha scritto che quando vide entrare nella sede comunale una donna profuga da Marzabotto, con un figlioletto in braccio, convenne con se stesso “come fosse stato inumano usare una così feroce rappresaglia verso vittime innocenti: donne, bambini, vecchi, sacerdoti”.

Non molto per un crimine cosi infame.

Il Console Gustav Von Halem

 

 

Una fotografia di Gustav von Halem in occasione del processo di Norimberga. Dal sito http://de.wikipedia.org/wiki/Gustav_Adolph_von_Halem

 

Gustav Adolph von Halem (nato il 4 novembre 1899 a Brema, morto il 12 gennaio 1999 a Rasdorf) è stato un diplomatico tedesco durante il periodo del nazionalsocialismo e un editore di film nella Repubblica federale di Germania.
Era il figlio di Otto von Halem, editore, e Molli Pflueger. Ha finito la scuola superiore nel 1917 con la guerra e fino al 1919 è stato un soldato. Ha studiato giurisprudenza presso le Università di Monaco e Gottinga, si è laureato nel 1923 ed ha conseguito il dottorato di ricerca nel 1923. Dopo due anni di tirocinio presso l'Assicurazione Allianz AG è stato inserito nel 1926 nella carriera diplomatica dell'Impero tedesco nel 1929. Il suo primo incarico all'estero ha iniziato a Londra nel 1929, nel 1932 divenne vice-console presso il Consolato Generale di Klaipeda, in Lituania, e poi nel 1936 all'ambasciata a Praga. Il 2 Dicembre 1935 è divenuto membro delle SS ed ha ottenuto nel 1944 il grado di Standartenführer (Colonnello).
Nel febbraio 1942, ha preso il posto al Consolato Generale a Milano, dove il 21 Ottobre 1944 Rudolf Rahn è divenuto Ministro plenipotenziario alla Repubblica Sociale Italiana. Poco prima della liberazione di Milano fu trasferito in Portogallo, dove il 6 Maggio 1945 al chiudere l'ambasciata in Portogallo Halem aveva organizzato una cerimonia commemorativa per Adolf Hitler.

Dopo la guerra, Von Halem era in internamento americano e l'estate del 1947 è stato sentito nell'ambito dei tempi di processo di Norimberga diverse. E’ stato internato a Hohenasperg ed è stato rilasciato il 1947. A proposito della sua denazificazione non ci sono notizie. Nella Repubblica federale, ha rifondato il paterno Halem Verlag, ma lo vendette nel 1955 e successivamente lavorò come export manager del Nuovo Cinema Tedesco Distribution GmbH di Monaco di Baviera. A Parigi, fino al 1967, ha lavorato per l'Export-Union del cinema tedesco.

Nel 1946, quando von Halem era prigioniero in un carcere tedesco sotto il controllo americano, SODFBET ANDERSON, giornalista del quotidiano Gazzetta di Schenectady (NY), lo intervistò. Intervista (in inglese, dal titolo "Hitler Hated Horses, Hunting and Diplomats" disponibile a questo link:

http://fultonhistory.com/newspaper%208/Schenectady%20NY%20Gazette/Schenectady%20NY%20Gazette%201946%20Grayscale/Schenectady%20NY%20Gazette%201946%20Grayscale%20-%202675.pdf

 

Hans Georg Sachs

 

 

Foto e informazioni tratte dal sito http://de.wikipedia.org/wiki/Hans-Georg_Sachs

 

Hans- Georg Sachs ( nato il 9 luglio 1911 a Langenöls , Lower Silesia , † 10 luglio 1975 mentre faceva alpinismo nel Karawankenblick, Carinzia ) è stato un diplomatico e segretario di Stato per gli Affari Esteri ( 1973-1975 ) .
Nel 1932 , Sachs era uno studente di legge da Amburgo a Kaliningrad . Nel marzo 1932 si è iscritto al partito nazista. Dopo l’esame di Stato e il Dottorato in Diritto . 1937/38 è stato assessore a Berlino. Nel 1942, è entrato al Ministero degli affari economici al Foreign Office. Nel 1943 è arrivato nell’Afrika Korps. Nello stesso anno è stato anche utilizzato in Italia dove agiva da plenipotenziario del Ministero degli Esteri tedesco . Poi fu di nuovo in internamento americano a Hohenasperg . Nel 1949 divenne direttore del Ufficio di Piano Marshall per la zona di occupazione francese a Baden- Baden . " Liberato" dal cancelliere Adenauer , tornò al Foreign Office nel 1952 ed è stato dedicato all'integrazione economica europea. Dopo diversi anni presso l'ambasciata tedesca a Parigi , è diventato vicedirettore nel 1958-1961 e dal 1963 capo ministeriale del Dipartimento di nuova costituzione di politica commerciale e di sviluppo del Ministero degli Esteri E 'stato presidente del comitato per il commercio OCSE e coordinatore dei paesi occidentali al World Trade Conference .

Dopo otto anni come ambasciatore presso la Comunità Europea a Bruxelles nel 1973 , è divenuto Segretario di Stato nel mese di giugno. Nel gennaio del 1975, dopo aver ricevuto la medaglia al merito, è andato a una gita in montagna in Karawankenblick dove è stato ucciso da una caduta massi.

Sachs parlava inglese , francese , spagnolo e italiano, era un buon giocatore di tennis ed è stato un pianista appassionato e musicista.

Temistocle Testa

 

Una foto tessera del Prefetto Temistocle Testa conservata nell'archivio del Giornale d'Italia, presso la Biblioteca comunale G. C. Croce di San Giovanni in Persiceto. Il Prefetto Testa in abito nero al Campo di Concentramento di Ruscio (Perugia) in occasione della visita del Nunzio Apostolico Francesco Borgoncini Duca, incaricato dal Papa di visitare i campi di internamento fascisti (quello di Pissignano fu visitato il 9/12/1942). Il Capitano di Fanteria potrebbe essere il comandante del campo Arnaldo Mutti. http://www.proruscio.it/index.php?option=com_content&task=view&id=619&Itemid=111

 

Da Ricerche Storiche – rivista di Istoreco - n° 101 Aprile 2006 – Il Prefetto Testa - Ugo Pellini

 

Riporto quasi integralmente questo articolo di Ugo Pellini e se interessa segnalo che l’articolo è disponibile in rete all’indirizzo:

http://www.istoreco.re.it/public/isto/rs101OCRlow275201110112.pdf

 

[….] Temistocle Testa è nato a Grana Monferrato (AT) 1'11 novembre 1897; suo padre è un notaio molto conosciuto in tutta la zona. Combatte nella guerra mondiale con il grado di sottotenente. Agli inizi degli anni Venti si trasferisce a Modena per seguire il fratello Ulisse, libero docente presso la clinica di Neuropatologia dell'Università di Modena, e si laurea in Giurisprudenza all'Università di Modena. Squadrista della primissima ora, s'iscrive al Partito fascista il 10 febbraio 1921; un anno dopo, nel gennaio del ’22, nel corso dell'assemblea che designa i componenti del nuovo direttorio del Fascio cittadino, viene eletto vicesegretario. In questo periodo non si contano le aggressioni e i pestaggi a dirigenti e militanti socialisti e comunisti. A giudizio del Questore, Ercole Schiavetti, queste aggressioni non sono frutto di scelte individuali, ma la conseguenza di disposizioni impartite dai dirigenti del Fascio. "Per questo, con una lettera al Procuratore del Re, Schiavetti denuncia per istigazione a delinquere i componenti del direttorio del fascio cittadino, il federale Zanni e il vicefederale Testa”. Per tutta la primavera e l'estate del '22 si susseguono episodi di violenza squadristica contro persone e cose; alcuni assumono l'aspetto di veri e propri atti di barbarie, come a Quartirolo di Carpi, dove gli squadristi irrompono in una casa colonica, dove si svolgeva una festa danzante di giovani minorenni, uccidendone uno e ferendone gravemente un altro. A San Venanzio di Maranello i fascisti uccidono nell'osteria del paese due inermi cittadini. Comandante delle Legioni modenesi nella marcia su Roma, due mesi dopo l'istituzione della MVSN (Milizia volontaria per la sicurezza nazionale - gennaio '23) assume il comando della 73a legione "Boiardo" di Mirandola. Passa indenne da una tempesta che scuote la legione in seguito alla barbara uccisione, ad opera di alcuni militi da lui dipendenti, di un inerme barrocciaio di Medolla. Nel 1928 diventa segretario federale del Fascio di Modena: "Vanta una lunga esperienza politica militare e grazie al suo carattere deciso ed autoritario è ritenuto capace di fare rispettare la disciplina di partito anche agli iscritti più irrequieti e litigiosi», scrive di lui Pietro Alberghi in Modena nel periodo Fascista [….]. Anche i fascisti della prima ora, che hanno salutato con sollievo la sua nomina, non tardano a rendersi conto che la situazione è rimasta praticamente immutata, che, anzi, i suoi metodi autoritari e il suo protagonismo hanno finito per soffocare ogni residua forma di dibattito all'interno del partito. All'Archivio di Stato di Modena risulta che Testa è stato denunciato, nel 1929, per truffa da Angelo Gozzi e Francesco Malavasi.

Il Federale diventa Prefetto

Il 16 febbraio 1931 il Testa è nominato prefetto a Perugia, dove rimane fino al 16 ottobre del '32; in questa data viene trasferito ad Udine e, fino al 20 febbraio del '38, riveste la carica in questa città. Viene a questo punto trasferito a Fiume, dove rimarrà fino al fino al 1 febbraio del '43. A Fiume si dimostra particolarmente ligio nell'applicare il Regio Decreto del 5 settembre 1938, quello delle leggi razziali. La comunità ebraica di questa città conta millecinquecento persone e si ingrossa man mano che passano i giorni per l'arrivo in città di profughi ebrei dalla Croazia e dalla Galizia, ove per loro la vita è ancora più difficile. Pochi giorni dopo l'entrata i guerra dell'Italia al fianco dei tedeschi, nella notte tra il 17 e 18 giugno 1940, Testa ordina una retata di tutti i residenti ebrei, di sesso maschile e di età superiore ai 18 anni di Fiume ed Abbazia, che vengono trasportati nella scuola elementare di Torretta. Questa retata sarà criticata dalla stesso Ministero dell'Interno. Secondo diverse testimonianze di imprigionati i fermati sono circa cinquecento, metà sono rilasciati dopo due o tre settimane senza alcuna formalità, l'altra metà è inviata nei campi di concentramento in varie località d'ltalia. Per disposizione di Testa, che funge pure da Commissario di Stato per i territori jugoslavi aggregati alla provincia di Fiume, anche gli ebrei che fuggono dalla Croazia devono essere arrestati, se presi in territorio italiano. Temistocle Testa, un funzionario che dell'antisemitismo ha fatto una bandiera, scrive al gabinetto del ministero dell'Interno il 21 ottobre 1940: "Fiume è forse l'unica provincia che non permette la chiusura al sabato e alle altre feste, oltre ad aver chiuso definitivamente tutti i negozi ebraici di Abbazia, ma ha anche il primato di 200 ebrei internati. Proprio con questo prefetto di Fiume deve fare i conti il vice-commissario di polizia Giovanni Palatucci, che pagherà con la morte a Dachau il suo impegno per salvare gli ebrei di tutta la zona. Palatucci, per il quale è stata avviata la causa di beatificazione, riesce ad inviare a Campagna, sotto la protezione dello zio Vescovo, un consistente numero di ebrei istriani, che avrebbe dovuto invece arrestare e deportare. I suoi interventi, indiretti e nascosti, sono volti a rendere inoperanti le disposizioni che vengono dalla Questura e in modo particolare dal prefetto Testa.

La guerra volge al peggio, la Repubblica di Salò

Il 10 febbraio 1943 Testa è sostituito come prefetto di Fiume e collocato a disposizione; in seguito viene nominato Alto commissario in Sicilia: lo sarà fino all'arrivo degli Alleati. Scrive di lui Alfio Caruso: «Nonostante la presenza di un energico Alto Commissario, il prefetto Testa, fino al 9 luglio si registrarono gelosie e ripicche tra autorità fasciste e autorità militari. Che Testa sia un alto gerarca del regime ormai in crisi è testimoniato da un altro importate personaggio della seconda guerra mondiale: il Colonnello delle SS Eugen Dollmann, interprete degli incontri tra Hitler e Mussolini e uomo di fiducia in Italia di Himmler. Scrive, infatti, Dollmann:

Ai primi di aprile del '43 alla stazione Tiburtina di Roma, il Duce che sta per partire per un famoso incontro con Hitler, è avvicinato dall'inatteso e nervoso ex prefetto di Fiume Temistocle Testa armato di una borsa gonfia di documenti, che volle parlargli d'urgenza.

Quando il treno fu in moto, trapelarono dettagli, più tardi integrati dallo stesso Testa, secondo i quali la conversazione aveva avuto lo scopo di esortare il duce a non tornare ancora una volta a mani vuote dall'incontro con Hitler, e ad insistere affinché si concludesse con la Russia l'armistizio o la pace, altrimenti rientrando in Italia non avrebbe più lasciato da uomo libero, come lo zar Nicola, il treno speciale, non potendosi assumere garanzie. Con la caduta del fascismo del 25 luglio il "dinamico e intraprendente Testa" non si perde d'animo: «non è passata mezz'ora dall'annuncio del capovolgimento - scrive Silvio Bertoldi - e già telegrafano Ricci, Bottai, ... Temistocle Testa, pregando di poter restare ai loro posti. Solo quattro giorni dopo lo storico giorno, Testa avvicina Dollmann e gli chiede di incontrarsi con il generale Giuseppe Castellano, uomo di fiducia del Capo di stato maggiore, generale Vittorio Ambrosio. L'incontro si svolge lo stesso pomeriggio all'albergo Ambasciatori: Castellano assicura Dollmann che la caduta del fascismo è una faccenda interna italiana e esorta i tedeschi a non trarre da questo avvenimento deduzioni allarmanti. E’ sempre Testa a combinare un altro incontro tra i due: questa volta Castellano prende l'iniziativa del colloquio e chiede conto degli scopi e della ragione dei movimenti delle truppe tedesche in Italia. Il tedesco propone che si incontrino Keitel e Ambrosio, e conclude chiedendo se l'affermazione di Badoglio che «la guerra continua» ha subito modifiche; l'italiano nega. Testa entra nelle grazie dei tedeschi; «Dopo l'incontro - è Dollmann a raccontarlo - chiesi a Testa una garanzia esplicita dell'attendibilità delle parole del generale e siccome il prefetto si disse pronto a garantire con la propria vita, si rafforzò in me la convinzione che quanto aveva detto Castellano fosse vero. Sarà poi lo stesso Castellano, per conto del Governo Badoglio, a firmare a Cassibile, il 3 settembre 1943, l'armistizio dell'Italia con gli Alleati. Dopo poche settimane ritornano i fascisti e, nella neonata Repubblica di Salò, Testa diventa Capo dell'ufficio intendenza del ministero dell'Interno; per dirla ancora con le parole di Dollmann: "dittatore dei trasporti, con alle sue dipendenze i convogli automobilistici vaticani”. Nell'ambiente romano si muove benissimo, ha ottimi rapporti con i tedeschi, in modo particolare con il colonnello Dollmann, è in contatto con il Vaticano ed è l'uomo di fiducia del ministro dell'Interno, Guido Buffarini Guidi.

 

Con la Liberazione di Roma Testa segue Dollmann a Firenze; qui il tedesco chiede a Buffarini Guidi, tornato in auge, di avere come "fiduciario", l'ex prefetto di Fiume. Dollmann lo vuole al suo fianco affinché lo metta in contatto con il cardinale di Bologna, Nasalli Rocca, e con il clero dell'Emilia Romagna. La sua nuova attività a Reggio Emilia Testa arriva a Reggio il 21 luglio 1944, sempre con Dollmann; i due si insediano nella villa Brazzà di Roncina. Le cose si stanno mettendo male per i nazi-fascisti e Dollmann e il suo "fiduciario" cominciano a pensare al loro futuro; il 14 ottobre 1944 è Testa in persona a recapitare al colonnello delle SS il documento del cardinale di Milano Ildebrando Schuster, considerato inizio delle trattative di resa dei tedeschi agli alleati. A consegnarlo a Testa è stato il "suo" capitano Ghisetti, agente OSS, che ha seguito i due in Alta Italia per ordine dei servizi segreti; Ghisetti lo ha a sua volta ricevuto da monsignor Bicchierai, segretario di Schuster. In questo documento si chiede ai tedeschi di salvare le industrie del Nord, in cambio di una tregua da parte dei partigiani; questo accordo non va in porto, ma è la premessa per l'avvio dei rapporti che porteranno Dollmann e il Generale Wolff a Zurigo a trattare direttamente a Lugano, con Allen Dulles, la resa dell'esercito tedesco in Italia. Anche a Reggio Dollmann, sempre servendosi di Testa, cerca di acquisire dei meriti nei confronti dei partigiani e degli alleati; evita la fucilazione dei partigiani del Comando di Piazza di Reggio, catturati dai fascisti e condannati a morte. Convoca, infatti, una riunione a Parma dove impone ai fascisti la sospensione della pena per Calvi di Coenzo, Prandi e Ferrari; solo il comunista Zanti sarà fucilato. Questi saranno trasferiti prima a Parma, poi, grazie sempre a Ghisetti, a Verona dove saranno rilasciati con tante scuse pochi giorni prima della fine della guerra. In questi giorni anche Testa cerca "benemerenze" ed evita la fucilazione per un altro partigiano, Sergio Ghinolfi, che diventerà l'autista di Dollmann. Salva dalla brigata nera anche il capitano inglese Tuckler e don Giovanni Barbareschi, che avevano in animo di coinvolgere il Maresciallo Graziani nella resa degli italiani. Li fa ricevere da Wolff che farà passare in Svizzera l'emissario alleato. Siamo nella primavera del ‘45e Testa, come abbiamo visto all'inizio di questo lavoro, si incontra a Baiso con i partigiani; in realtà è davvero in contatto con il generale delle SS Karl Wolff e con il cardinale Schuster e forse ha in animo di ottenere qualche cosa per un eventuale accordo. L'incontro tra il Wolff e il Cardinale, fissato per il 12 aprile, viene rinviato al 21, ma ormai è tardi perché la guerra in Italia finisce proprio in questi giorni.

L'arresto e la morte

Nei primi giorni dell'insurrezione Testa si costituisce spontaneamente alla Questura di Milano; arrestato e consegnato alla camera dei detenuti è in seguito inviato alle carceri di San Vittore. Come si legge dalla cronaca del giornale "L'Unità democratica" del 10 agosto 1945 i signori Malavasi e Vaccari lo prelevano da San Vittore, ma non lo traducono alle carceri di Modena, città che invoca la sua presenza per i crimini commessi, lo trattengono invece in un locale privato. Per questa violazione della legge si rende necessario un accertamento: da questo il loro fermo e il conseguente rientro del Testa a San Vittore. Successivamente la questura provvede, con i suoi agenti, alla sua traduzione a Modena e alla consegna alla Corte di Giustizia. A Modena però non verrà processato; il 17 novembre 1945 il prefetto di Modena, Zanetti, risponde alla Commissione dell'epurazione del ministero dell'Interno che: “il dr Testa” a quanto risulta a questo ufficio sarebbe attualmente rinchiuso nelle carceri di "Regina Coeli".

Sicuramente anche il governo Jugoslavo ha richiesto la sua estradizione per i crimini commessi in Istria; sappiamo però che nessuno dei circa settecentocinquanta criminali di guerra italiani richiesti è stato consegnato alle autorità jugoslave. Temistocle Testa nell'elenco dei nominativi sottoposti alla commissione inchiesta per i presunti criminali di guerra italiani è inserito tra i ventinove deferiti (situazione al 23 marzo 1948); centotrentatré sono i discriminati, sei i sospesi.

Di Testa sappiamo che è morto il 17 luglio 1949, suicida, come riferisce nel suo libro Elena Curti.

 

 

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Altri articoli che riguardano l’ex prefetto di Fiume Testa sono disponibili in rete. Per esempio cito una parte dell’articolo di Claudia Cernigoi, giornalista e scrittrice di Trieste, disponibile integralmente al sito: http://www.resistenze.org/sito/te/cu/st/custbg18-009393.htm .

 

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Un altro genere di informazione che si trova nelle memorie storiche riferite all’ex prefetto Testa sono le allusioni ed i sospetti di arricchimento illecito. In una intervista di Alessandro Cassin a Marco Coslovich, scrittore che si è occupato del caso Palatucci, commissario di pubblica sicurezza ricordato per aver salvato dalla deportazione migliaia di ebrei e per questo fu deportato egli stesso nel campo di concentramento di Dachau, dove morì, si esprime così:

Alessandro Cassin: Fiume ha una storia particolare, all’incrocio tra Italia, Mitteleuropa e Balcani. Pensi che Palatucci ne abbia compreso e apprezzato l’eccezionalità?

Marco Coslovich: Una volta che arriva a Fiume tenta ripetutamente di farsi trasferire. Fiume è una città non facile, sotto un certo punto di vista è molto poco italiana. Vive Fiume come un esilio tant’è che fa domande continue di trasferimento. Vuol andarsene, a Milano, a Torino, vorrebbe una grande città del nord, non certo l' “adorata” Irpinia. Richiede il trasferimento sei o sette volte. 

Il suo problema è che è in mano a Temistocle Testa il Prefetto fascistissimo e antisemita di Fiume che non lo molla. Testa lo colloca in posizioni molto delicate come l’ufficio stranieri della Questura e ne fa una pedina irrinunciabile. Poi, durante la guerra, lo colloca nella commissione censura in maniera da intercettare tutte le lettere provenienti dal fronte e non solo. Testa, è stato dimostrato, ricattava uomini d'affari e tutti coloro che avessero in qualche modo a che fare con il business della guerra: vettovagliamento delle truppe, logistica, beni sequestrati ecc. Con questo sistema ha accumulando fortune personali vastissime. Testa blocca ogni tentativo di trasferimento di Palatucci elogiandolo e affermando che è il più bravo e il più competente tra i suoi funzionari. E’ chiaro che retrospettivamente queste qualifiche questi elogi di Testa non depongono a favore di Palatucci.

 

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Ancora sul tema degli arricchimenti illeciti di Temistocle Testa. Dal libro “F. Gnecchi Ruscone, Missione Nemo”, Mursia 2011, p. 239, leggiamo un “promemoria” inviato nell’autunno 1945 al maggiore Marchesi (dirigente di un Gruppo speciale del SIM del Regno del Sud) relativamente a Temistocle Testa, denunciato dagli Alleati per i crimini commessi quando era prefetto di Fiume e del Carnaro.

“Testa Temistocle, ex prefetto fascista ed ex alto commissario per la Sicilia: (già incluso nell’elenco dei criminali di guerra) Ha fatto una carriera velocissima, capo manipolo della MVSN, centurione, seniore, console, infine segretario federale, prefetto di Fiume alto commissario per la Sicilia. Come prefetto di Fiume ordinò e diresse personalmente persecuzioni in grande stile contro gli elementi antifascisti. All’atto dell’occupazione della Jugoslavia ebbe dal governo una fortissima assegnazione (centinaia di milioni) per acquisto per conto del governo di bestiame e legname in Jugoslavia. Di dette somme non diede mai conto. Poco dopo acquistò a suo nome le tenute di Maiana della Porretta e vastissimi possedimenti in Africa e altre tenute in Italia. Caduto il governo Badoglio ritornò a galla dopo l’8 settembre come capo del commissariato per i trasporti dell’Urbe. Durante questo periodo le attività del Testa sono moltissime e tutte poco oneste. In combutta con il commissario di PS Senatore Francesco, pare vendesse per conto proprio le auto requisite per conto del governo. È segnalato alla sezione CS come collaboratore della squadra di polizia fascista comandata dal famigerato Koch (…) durante questo periodo è stato incarcerato dalle SS perché ritenuto implicato nella fuga di Edda Ciano in Svizzera. Subito dopo però rimesso in libertà. È fuggito da Roma il 3 giugno 1944. Individuo di intelligenza, furberia e capacità eccezionali. Privo di scrupoli e avidissimo di denaro, si è sempre servito delle sue doti per moltissime attività disparatissime e tutte disoneste, me che hanno sempre finito per impinguargli il portafogli. Individuo da trattare con le molle.” 

 


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Dell’acquisto delle Terme di Porretta parla anche il figlio di Testa, Gian Paolo, nel suo libro di memorie “il compagno e la camicia nera”:

“Il vero anno di svolta per la mia famiglia fu il 1942. Risale infatti a quel periodo I'interessamento dei miei genitori per leTerme di Porretta. Mia madre Laura era in attesa di Cesare, il quinto figlio, e il professor Baccialli, noto luminare della medicina,le suggerì un centro termale per le cure ginecologhe. Le indicò così un paese delI'Appennino tosco-emiliano situato a una sessantina di chilometri da Bologna e a trenta da Pistoia,le cui acque erano considerate ottime: PorrettaTerme. Grazie alle sue Terme e alla loro blasonata e plurisecolare storia, incastonata in uno splendido squarcio dell'Appennino, Porretta era allora una vera e propria perla. La Direzione e gli alberghi della Società delleTerme, in perfetto stile Liberry e situati proprio alla sommità del centro storico, avevano vissuto il loro momento di massimo splendore all'inizio del Novecento quando un pezzo significativo dell'aristocrazia italiana, ivi compresi esponenti della Real Casa,l'avevano eletta a loro ritrovo estivo, attratti appunto dalle sue celebri acque termali. Lasciando così in quest'angolo dell'Appenino un po'di quell'atmosfera da Belle Epoque in minore che, alf inizio degli anni Quaranta, si poteva ancora respirare. Porretta, inoltre, non era importante solo per il suo centro stile Liberty e per le sue Terme, ma anche perché snodo centrale del tratto di ferrovia che collegava Bologna a Firenze, ovvero il Nord e il Centro Italia. Dopo il primo soggiorno nell'estate del 1942 e dopo il primo ciclo di cure, mia madre s'innamorò del posto e, data l'effettiva qualità delle acque termali, da donna intelligente e perspicace qual era, intuì quasi subito la potenzialità di un investimento in quel settore.

Del resto, la società proprietaria delle Terme, in quel frangente, non viveva un periodo d'oro e così mia madre convinse mio padre a interessarsi all'acquisto della società stessa. Fu così che, dopo la nascita di Cesare, avvenuta a Bologna nell'estate del 1942, la mia famiglia decise di impiegare I'eredità ricevuta dalla morte di uno zio, rilevando la Società delle Terme per tentarne il rilancio. Chiaramente le conoscenze di mio padre, ancora prefetto di Fiume e futuro alto commissario civile in Sicilia, favorirono I'operazione e la prospettiva di attirare capitali e investimenti in un'operazione in cui mia madre credeva moltissimo. Nell'estate del 1942 lasciammo quindi Fiume per trasferirci a Porretta Terme.

 

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Un’altra testimonianza viene da un articolo del ricercatore storico siciliano Casarrubea su la Repubblica del 7 Settembre 2003, che si occupa del generale Castellaro, che il 25 Luglio firmò l’armistizio di Cassibile.

 

Tutte le trame di Castellano l' uomo che voleva rifare l' Italia

Repubblica del 7 Settembre 2003

I Servizi segreti americani lo giudicavano un «cervello da bambino», uno con poco sale in zucca e grande potere. Giuseppe Castellano fu in realtà un personaggio tutt' altro che carente sul piano dell' intelligenza. Ebbe semmai il limite di rappresentare l' immagine di un' Italia ancora inesistente. Perché non poteva essere considerata esistente l' Italia di quel regime agonizzante, già in disfacimento irreparabile nel 1942. Perciò sia lui che molti suoi amici si erano dati da fare, immaginando magari una sorta di fascismo senza Mussolini o una nuova patria legata a nuove fedi tutte da inventare. Così Castellano, uomo di fiducia del generale Vittorio Ambrosio, cominciò a tessere la tela. All' inizio del ' 43, tramando con Galeazzo Ciano, genero di Mussolini, fece sostituire Ugo Cavallero, capo di Stato Maggiore dell' Esercito, con Ambrosio e puntò dritto alla caduta del regime. Poi mise mano alle congiure. Non ebbe difficoltà a trovare gli uomini giusti. Nel Partito fascista, Dino Grandi e Ciano calzavano a pennello: anglofilo e forse massone il primo, aveva cominciato la sua fronda contro il duce già alla fine del ' 42; aristocratico antitedesco il secondo. Ciano aveva rotto con Mussolini dimettendosi da ministro degli Esteri ed era diventato ambasciatore italiano in Vaticano. Poteva contare poi su Casa Savoia, dal re in persona alla principessa Maria Josè e Badoglio, numero 33 della Massoneria italiana. Cosa lega tutti questi signori? Per dare una risposta e capire il senso del breve percorso che conduce dal 25 luglio all' armistizio di Cassibile, sottoscritto da Castellano, è necessario considerare certi antecedenti. L' Italia nel ' 42 era un paese allo sbando e qualcuno responsabilmente si sentì in dovere di pensare al presente guardando al futuro. Iniziò allora la storia ipogea del 25 luglio: non un fatto interno al fascismo morto, ma un processo vivo che da questo cadavere doveva far nascere una nuova Italia, inedita nelle sue forme politiche. L' alleanza sotterranea collegava Papa Pacelli e il cardinale Giovanni Battista Montini a Myron Taylor (ambasciatore Usa presso il Vaticano fin dal ' 39). I loro referenti naturali in America erano don Luigi Sturzo da un lato e William Donovan ed Earl Brennan dall'altro, cioè i capi dell' Office of Strategic Services a livello mondiale. Fu il cattolicesimo, in quello sfascio, a interpretare i destini della nuova Italia. Non nel senso che non ci fossero le altre forze, ma in quello più preciso che solo quelle legate a quel mondo e ai suoi intrecci con l'occidentalismo, furono capaci di fondare l'Italia dei decenni successivi. E Castellano fu uno strumento determinante di questa dinamica. Tanto che le sue trattative con gli angloamericani cominciarono prima a Madrid con l' ambasciatore inglese Hoare e poi a Lisbona con i generali Smith e Strong, rispettivamente dell'Esercito americano e inglese. In un documento del 10 dicembre '43, Vincent Scamporino, giovane capo dei servizi segreti americani in Sicilia scriveva a Brennan (Washington) che Castellano era «preoccupato per l'influenza britannica sul movimento separatista» e che i capimafia «sapevano quello che facevano a proposito dei britannici». Il giovanotto, dal suo osservatorio segreto, riferiva, inoltre, per evitare malintesi, che il generale aveva «buoni contatti» con quei signori col cappello dall'aria tranquilla. Erano quasi la personificazione della pax sociale che ci voleva nel gran tumulto di allora.

Castellano sapeva soprattutto che se l'Italia doveva essere salvata dal comunismo, era necessario che i grandi proprietari terrieri si organizzassero «dietro le quinte per influenzare i contadini». «I proprietari - scriveva - devono finanziare la nascita di un partito in Sicilia e poi portarlo al resto d' Italia. Tale formazione dovrà mantenere la monarchia e allearsi alla Chiesa. L' organizzazione del partito verrà affidata al clero. L' obiettivo principale di questo partito sarà quello di opporre la classe contadina del Sud al Nord industrializzato, dove il comunismo italiano è nato». Sono i presupposti della nascita, nel 1944, del Fronte Democratico dell'Ordine in Sicilia (Fdos), il cui rappresentante politico in Sicilia fu don Calò Vizzini, capomafia di Villalba. A buon motivo, quindi, un rapporto dell' Oss del 5 settembre 1945, traccerà un rapido quadro del nostro generale: «Castellano è un uomo di scarsa cultura e dalla dubbia morale. I suoi negoziati per l'armistizio hanno ritardato l' esito positivo della guerra, causando la rovina dell' Italia e provocando un danno di incalcolabili proporzioni agli Alleati». E ancora: «Castellano era fortemente legato al prefetto fascista di Roma, Temistocle Testa. Nel condurre i negoziati per l'armistizio, una cosa sola aveva in mente il generale: diventare il plenipotenziario italiano per essere libero di mettere in opera importanti operazioni finanziarie con Testa». Insomma, chi cominciava a ricostruire l' Italia fondava una nuova scuola di etica politica. Di fatto, abbastanza attuale.

GIUSEPPE CASARRUBEA

 

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Dallo stesso libro di Gian Paolo Testa già citato, si documenta la vicinanza del generale Castellano e della famiglia Testa. Nel 1949 il Castellano fu testimone alle nozze dello stesso Gian Paolo; inoltre “Quando mia madre tornò in possesso della proprietà della Società delle Terme, mio padre era già morto e il rapporto che lei aveva stretto con il generale Castellano divenne sempre più importante. Con lui condivise anche la responsabilità nella gestione della società termale

 

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Infine due parole sulle memorie del figlio di Temistocle Testa. Nel già citato libro non si fa alcun cenno sulla riunione del 10 Ottobre a Bologna. E’ possibile che il padre non ne avesse mai parlato in casa, ma dubito che Gian Paolo Testa ignorasse al momento della stesura del libro la partecipazione del padre alla riunione di Bologna convocata per discutere della strage di Monte Sole. La famiglia Testa, come racconta lo stesso Gian Paolo, era da tempo sistemata a Porretta Terme, e immagino che l’ex Prefetto di Fiume sia passato innumerevoli volte da Marzabotto, che si trova a metà strada fra Bologna e Poretta Terme.

Quindi sarebbe stato opportuno, a mio parere, che egli avesse dato atto almeno della conoscenza di quel fatto. Così rimane il dubbio che ci fosse un motivo per non parlarne. D’altra parte del racconto di Gian Paolo Testa [già citato] mi rimane una perplessità dove egli racconta che il suo passaggio dalle fila della X MAS al PCI fu indotto dall’ideale antiamericano che accomunava le due organizzazioni.

“Come ho già accennato,le mie frequentazioni romane di quel periodo mi avvicinarono gradualmente a una dimensione e a un impegno politico fino ad allora imprevedibili. Il triennio 1946-1948 segnò infatti un lento avvicinamento tra alcuni gruppi di militanti fascisti che avevano aderito alla Repubblica di Salò e la sinistra, in particolare al PCI. Molti ex repubblichini confluirono nel neonato Movimento Sociale Italiano, ma non pochi percepirono nella nuova formazione uno spostamento su posizioni conservatrici, filo-monarchiche e atlantiste (ritrovandosi così a braccetto con gli avversari di sempre, Stati Uniti e Gran Bretagna) contrarie alle istanze tipiche del fascismo delle origini. Istanze che, sia pur in modo diverso, apparivano declinate all'interno della visione del mondo di cui si faceva portavoce il comunismo.”

In realtà risulta alquanto chiaro dal racconto dello stesso Gian Paolo Testa che dopo la liberazione i suoi rapporti con i servizi americani, e con il Generale Castellano, che ad essi era molto vicino, fossero ben saldi. Altrettanto saldi erano i suoi rapporti con Dollmann, che ormai gravitava nell’orbita dei servizi americani:

A differenza della volta in cui mi trovai nella necessità di far scomparire il salvacondotto bilingue della Decima MAS mentre ero prigioniero dei partigiani, cercai di non scompormi e di recitare la parte fino in fondo. Dopo che gli uomini di Pagnotta ci ebbero identificati ed ebbero perquisito l'intero appartamento senza trovare nulla, fui invitato a scendere nel parcheggio sotto casa,

dove, in una macchina posteggiata, era seduto I'ex maggiore Wenner, ex capo di Stato Maggiore del generale Wolff, che viveva a Roma in incognito e, come Dollmann, era tutelato dai servizi segreti americani. Solo dopo aver ricevuto rassicurazioni direttamente da lui, consegnai i documenti, nei quali, al di là del pathos dettato dalla situazione, in realtà non c'era nulla di rilevante.

 

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Da “Missione Nemo” a cura di Mario Viganò.

Giuseppe Cancarini Ghisetti su Temistocle Testa (Modena, giugno 1981)

 

Temistocle Testa

Temistocle Testa è nato a Casal Monferrato in una famiglia della piccola borghesia; aveva numerosi fratelli e sorelle ed era destinato alla carriera ecclesiastica. Ma nel 1915 buttò tutto alle ortiche e si arruolò, volontario di guerra, nel Corpo di spedizione italiano in Francia, comandato dal ge­nerale Albricci, impegnato sul tratto più meridionale del fronte interalleato che andava, allora, press'a poco da Ca­lais a Verdun, a Digione. Fece la guerra da buon soldato, senza particolari meri­ti che non quello di essere stato il corriere materiale delle scartoffie asportate, nella notte ultima del carnevale 1917, dalla cassaforte dell'I.[mperíal] R. [egio] Consolato d'Au­stria di Zurigo. Un colpo di mano abilmente organizzato dall'allora console d'Italia, Aloisi, quello che doveva dive­nire quasi celebre, come ministro plenipotenziario presso la S.d.N. (Società delle Nazioni) al tempo delle sanzioni contro l'Italia: meritandosi «l'epitheton ornans» di colui che prende gli schiaffi con la imperturbabilità largamente superiore a quello del personaggio immaginato da Piran­dello.

Il Testa comparve a Modena nel 1919 o 1920 e si occupò, in qualità di istitutore, nel R. Collegio S. Carlo, che gli Estensi avevano fondato per farvi educare i rampolli della nobiltà, che a guerra finita andava risalendo la corrente verso il suo antico splendore. Assieme ad altri bravacci della sua specie, fondò il Fa­scio di Combattimento di Modena, di cui fu primo capo quel Guido Corni che finirà per diventare, passo dopo passo, Governatore della nostra Somalia. Il destino volle che i due uomini, entrambi molto ambiziosi, e di innegabi­li doti per avere diritto ad esserlo, procedessero poi avanti nella vita per due strade quasi parallele e convergenti verso una fine da tragedia. I due si fecero a vicenda tutto il male che si poteva fare in un ambiente piccolo e rissoso, com'era la Modena di al­lora: antireducista, antidannunziana e che veniva già co­vando i germi di quel socialismo ereditato dai Prampoliiii, dai De Ambris et similia che, mutatis mutandis, dovevano nel tempo addimostrarsi come le radici del comunismo pa­dano. Dopo il delitto Matteotti, il Testa console generale venne mandato a comandare la Scuola della MVSN di Mirandola, che era una specie di scuola di rieducazione di fascisti che, delle scaturigini avevano perduto la mistica memoria («chi non mistica non mastica»). E fu su questo campo di battaglia che Testa si guadagnò i galloni di segretario federale del PNF di Modena, dove poté dar sfogo alle sue piccole manie di sadico da quattro soldi.

A Mirandola si sposò con una ragazza, non bella ma molto piacente e molto ricca. Divenuta donna Laura Testa nata Calanca, fu, a tempo perso, l'amante del console gene­rale della MVSN (di nome Diamanti) allora comandante della Legione di Torino. Cavalleria vuole che ci si limiti a questo accenno ma qui sta la chiave della fine del Testa. Dal matrimonio nacquero tre figli: Giampaolo, che do­veva finire caporione di una cellula comunista del PCI a Roma; Italo, che doveva assumere la carica di Consigliere delegato della Spa Terme della Porretta. Della figlia si sono perdute le tracce. Per allontanarlo da Modena, Guido Corni lo fece nomi­nare prefetto e spedire, prima ad Udine, eppoi a Fiume, sempre scortato da quel Polito (si, proprio lui, quello della Montesi, quello di donna Rachele Mussolini, che accompa­gnava in un viaggio di traduzione da Roma alla Rocca delle Laminate).

Allo scoppio della nuova guerra (1940) il Testa si buttò in avanti, lungo il litorale istriano, dove si rese responsabile di qualche «crimine di guerra»; poi sazio, saturo di onori e di gloria, chiese al duce di mandarlo in prima linea, giù in Si­cilia, aggregato al comando della VI Armata. Ossia, a spia­re le mosse di quel generale Guzzoni la cui sola aspirazione era di riuscire a dimostrare una sua appartenenza alla nobi­le famiglia dei Guzzoni degli Ancarani e di portare in salvo il magnifico cronometro d'oro che ornava il suo polso e che faceva luccicare d'invidia gli occhi dell'ammiraglio Barone, che non voleva riconoscerne la superiorità, essendo lui – e secondo lui – la più alta autorità dell'isola, perché comandava il Marisicilia. Il gen. Guzzoni affidò al Testa il compi­to di presiedere ai rifornimenti alimentari, che venivano scaricati a Bagnara Calabra e traghettati al pontile dei Gan­zirri poco a settentrione di Messina, e qui ripartiti, come si poteva, per tutta la Sicilia.

(Nota, solo per chi vuole leggerla: Alimentari, per farina, che era monopolio della UCEPAF, ossia dell'Ufficio cerea- li, pasta e farina, presieduto da uno dei due celebri fratelli Pozzani – chiamato il generale Po – i cui sacchi dichiarati di peso kg 100 erano invece di 92 kg. Alla fine della guerra, i Pozzani, ricchissimi, diventarono i più grossi importatori di cereali con «banco» proprio al mercato mondiale di Win­nipeg. Comprova, semmai fosse ritenuta necessaria, della saggezza del pascià rosso di Giannina, il quale diceva: «Se un uomo arricchisce in un anno, dovrebbe essere impicca­to dodici mesi prima».) Chiusa parentesi.

La notte del 25 luglio 1943, Testa era appunto ai Ganzirri e, telefono in mano, assistette in ispirito alla seduta del Gran Consiglio del Fascismo perché, dall'altra parte – na­scosto fra due tende – c'era il capo della Polizia, generale Chierici che lo ragguagliava, minuto per minuto. Passata la burrasca dell'8 settembre, costituitasi la Re­pubblica di Salò, Testa riuscì a fare ritorno a Roma dove, col pieno appoggio dell'alleato tedesco – quivi rappresen­tato dal gen. Maelzer e dal colonnello delle SS Dollmann –venne incaricato, con pieni poteri, di provvedere ai riforni­menti della «città aperta» di Roma.

Con tutti i mezzi italiani a disposizione, con l'aiuto di mezzi di trasporto tedeschi, allora al comando del maggio­re di SM Schnell, il Testa, con l'etichetta di «Commissario italiano ai trasporti», fece del suo meglio perché i bravi ro­mani non morissero di fame. E ci riuscì trovando soluzioni impensabili, come quella di fare arrivare la farina fino ad Orte poi trasbordarla su barconi per trasportarla, per que­sta lunga strada, fino a Roma e scaricarla sul Lungotevere dell'Anguillara («o Roma od Orte»).

Donna Laura si era anche trasferita a Roma, ad abitare col marito, all'Hotel Plaza, dove alloggiava anche il fratello del ministro Buffarini, degli Interni (si fa per dire) perché i veri capi ne erano in realtà i signori Bernasconi, Carità e Kock che, è noto, ne fecero di tutti i colori. Da qualunque punto di vista lo si osservi, questo pe­riodo torna comunque ad onore del Testa che (il giudizio era dei tedeschi) impegnò ogni sua energia in una impre­sa disperata che, soltanto la tacita tolleranza della «Borsa nera» (che ai tedeschi ripugnava, in nome dei sacri princi­pi dell'89) permise ai quiriti di aspettare l'arrivo degli alleati.

Nota, come sopra: È così vero che, passato qualche tempo con l'autorità alleata, i romani presero a dire «Co­lonnello Charles Poletti, meno ciarle e più spaghettí».

 

Facciamo un passo indietro. A Roma, ancora i tedeschi, nauseati dalla corruzione che stava invadendo ogni attività del già inconsistente corpo della RSI, in un soprassalto di autorità, arrestarono e mandarono in via Tasso, tanto il Testa quanto il fratello del ministro Buffarini.

Per la verità non ne cavarono molto e, dopo una deci­na di giorni, li rimisero in libertà, dopo aver messo a sacco le cassette di sicurezza che i due si erano fatti dare all'Ho- tel Plaza. Verità della cronaca vuole che si dica – per chi ci crede – che donna Laura, in questa occasione, tirò fuori le unghie e dimostrò di essere una donna in gamba. Non esitò a farsi portare, dal devoto autista Arturo Fila, in via Tasso per dirne quattro al comandante. Fece di più: al Buffarini, che stava dicendo un cumulo di sciocchezze ad un sott'ufficiale tedesco (tale Fruehling, cioè Primavera) che, bene o male capiva l'italiano, menò un manrovescio sulla bocca che lo fece ammutolire fino alla fine della detenzione.

La notte tra il 3 e il 4 giugno 1944 Testa, che si era fatto precedere a Milano dalla famiglia, fuggì da Roma attraver­sando villa Ada, di cui era consegnatario SE (guai a non dirgli eccellenza ad ogni píè sospinto) [Pacchioni], che nato a San Felice sul Panaro, era conterraneo ed amicone di don­na Laura, ed era stato ministro d'Italia nientepopodimeno che a Kabul. Testa arrivò senza difficoltà a Perugia e di qui si trasferì a Firenze e quindi, reduce, dopo aver preso accordi a Salò col ministro Buffarini Guidi, si stabiliva a Milano in corso Buenos Aires n. 86. Qui ancora con la pomposa denominazione di Commis­sariato italiano trasporti, ricostituiva un conglomerato di eterogenei automezzi di cui non sapeva che cosa farsene perché, all'infuori delle poche gocce che riceveva dal RUK, non poteva disporre di altro carburante.

Ma, come piaceva a Dumas padre, facciamo un passo in­dietro. Nell'agosto del 1944 il Comando interalleato di Caserta ebbe istruzioni da Allen Dulles di «agganciare» il colonnel­lo delle SS Eugen Dollmann che, secondo lui, rappresenta­va l'anello più debole della catena nemica. L'incarico di organizzare l'operazione venne affidato al gruppo speciale dello SMRE comandato dal (famoso se­condo taluni, famigerato secondo altri) maggiore Marchesi e si svolse sotto l'etichetta di «Nemo Op Sand II» il cui co­mando venne affidato all'allora capitano di vascello Emilio Elia («Nemo») con piena libertà di scegliersi i collaborato­ri. I quali furono: il colonnello CCRR Anacleto Onnis («Zio»), il capitano CCRR Giorgio Manes («Giorgi» o «Fiore») (sì proprio lui, quello che divenne il comandante dell'Arma), il capitano Riccardo De Haag, il capitano di Ar­tiglieria alpina Giuseppe Cantarmi Ghisetti («Gamma»), l'on. Alberto Giorno («Corto») ed altri, prescelti di volta in volta per missioni di carattere speciale.

Una radiotrasmittente operava a Saronno, nascosta in un deposito di mobili usati. L'operatore era un sottufficiale dell'Aeronautica. Si chiamava Manzoni, era ravennate. Il collegamento fra Saronno e Milano era assicurato da «Rosetta», una bella ragazza romagnola che, a guerra conclusa, sposò il Manzoni. Hanno molti figli e vivono felici.

Agganciare prima Testa eppoi Dollmann, fu un gioco da ragazzi perché i due non domandavano di meglio. Testa diventò «Tau» e fu il tramite di un patto troppo ovvio per poter essere definito tacito, secondo il quale (let­terale) «dei criminali di guerra minori sarà tenuto conto, a seconda delle prove di buona volontà che daranno dal mo­mento fino alla fine delle operazioni». Si omette il resto. Il prof. G.[ianfranco] B. [fianchi] – al quale sono destinate queste note, sommarie, a memoria, senza il sussidio di documentazione – lo conosce bene, forse anche meglio di chi scrive. Il 25 aprile 1945, Emilio Elia («Nemo») venne nominato questore di Milano e, come tale, fece occupare tutti i gangli vitali della Polizia dai suoi uomini e fece custodire al 2° piano della Questura il Testa che, per telefono, continuava a dare ordini e contrordini, come se nulla di nuovo fosse accaduto. Nella prima settimana di maggio comparve in Questura un gruppetto di partigiani modenesi, comandati da un tale Marvertí (figlio di un avvocato che aveva vegetato sulla fama mal meritata di indomabile antifascista) che pretende­va la consegna del Testa, dichiarato dagli alleati criminale di guerra, per via dei fatti jugoslavi.

«Nemo» che (sia detto per inciso) era stato a Fiume il comandante dell'Arsenale, rifiutò la consegna con la pisto­la davanti sul tavolo, fino a che i postulanti se ne andarono. Poi, per maggior sicurezza, mandò il Testa a San Vittore.

Due settimane dopo ricomparvero i partigiani modene­si, questa volta muniti di un ordine del CIC (Counter Intel­ligente Corps) di Modena per la consegna del Testa «noto a questo ufficio quale criminale di guerra». Non c'era più niente da fare, ma «Nemo» non consegnò il Testa ai mode­nesi e lo fece tradurre a Modena e rinchiudere nel carcere di Sant'Eufemia da un ufficiale inglese, certo Podestà nati­vo di Malta, responsabile nell'ISLD dell'Alta Italia.

L'arrivo a Modena del Testa scatenò i sacri furori del lo­cale CNL e dei 5.000 partigiani, più o meno rossi, che ne costituivano la base operante e, solo in via esemplificativa, può valere quello che si verificò nel triangolo Castelfranco­Modena-Finale Emilia, detto con icastica efficacia «il trian­golo della morte». C'era qui un maresciallo dei Carabinieri, di estrazione sarda, di notevole ardimento e di rara tenacia, che, dai e dai, riuscì ad arginare le furie dei vendicatori ac­corsi, secondo un ben collaudato stile nostrano, a dare aiuto ai vincitori. Questo maresciallo aveva nome Caù.

Mentre quasi tutta Modena si preparava alla festa del processore a Testa, sul cui capo si scatenavano fulmini e saette, di ogni colore e specie, Allen Dulles, la cui memoria venne stimolata da «Nemo», si ricordò dell'impegno assun­to nei confronti dei «criminali minori» e mandò a preleva­re il testa, da S. Eufemia, da una squadretta dell'OSS (Ob­servation Strategie Service) [sic!] che lo trasportò nottetem­po a Roma nel carcere di Regina Coeli. Il solito malvagio destino volle che, a Roma, il questore fosse proprio ancora lui, Polito. Nonostante le ostili pre­mure di costui, Testa venne prosciolto dalle accuse, messo in libertà ma inviato al soggiorno obbligato di Soverato in Calabria, con la motivazione che la di lui presenza a Roma poteva essere una fonte di disordine ed una minaccia alla si­curezza pubblica di cui il Polito era l'angelo custode. E ancora il destino — oltre a mettere Testa, per tutta la vita ufficiale, contro Guido Corni — volle accanirsi contro di lui. Per i modenesi prima e per tutti quanti altri ebbero poi a fare con lui, qualunque cosa il Testa facesse o semplice­mente pensasse, era a priori azione di un ladro.

Quando si trattò di decidere se assolvere o condannare il Testa, uno dei pochi che, per ragioni di servizio, aveva do­vuto vivergli vicino negli anni più critici della sua vita e sof­frirne (non gioirne) l'intírnità, a domanda, rispose testual­mente: «Se Testa, in questi ultimi tre anni, ha rubato, io, che non ho mai detto niente sono un complice od un im­becille». Tertium non datur. [….]

 

 

 

 

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